Articolo 18: una prova di forza

Nel tentativo di affrontare la questione del recente scontro sull’articolo 18, credo sia necessario delinearne gli aspetti di merito, per passare poi alla sua dimensione di polemica politica, che a meno di un deciso cambio di rotta rischia di rimanere, quale già è, preponderante.
Il diciottesimo articolo dello Statuto dei lavoratori sancisce il diritto all’annullamento del licenziamento, al reintegro ed eventualmente al risarcimento del danno subito per chi sia stato privato del posto di lavoro “senza giusta causa o giustificato motivo”. La situazione deve essere accertata dal giudice, la cui sentenza è provvisoriamente esecutiva già in primo grado e contro la quale è data facoltà all’azienda di sporgere reclamo. Questo il suo semplice, ma da molti deliberatamente trascurato, contenuto, inserito nel quadro del titolo III dello Statuto, intitolato “Della libertà sindacale”, dal quale si intende verso che abusi fosse innanzitutto pensato e diretto.
Fonte: formiche.net
Il suo campo di applicazione è limitato ai dipendenti di aziende al di sopra dei quindici addetti, il che attualmente significa ad una platea di lavoratori stimata attorno ai 6,5 milioni dei circa 18 milioni di dipendenti su 22 milioni di occupati del nostro Paese. Si tratta esclusivamente di assunti con un regolare contratto a tempo indeterminato, categoria che tra i neoassunti risulta per ovvie ragioni drasticamente in calo. L’articolo punisce i licenziamenti discriminatori (ovvero dettati da motivazioni di carattere razziale, religioso, di genere, di appartenenza politica e soprattutto sindacale, ecc.) e quelli ingiustamente disposti per ragioni economiche, ad esempio qualora un’azienda ravvisi la propria convenienza a non impiegare più un lavoratore a condizioni contrattuali giudicate onerose o con tutele eccessive. Nel concreto le sentenze di reintegro non sorpassano le poche migliaia l’anno, considerata anche la gravità dei requisiti richiesti. L’art. è stato già riscritto dalla legge Fornero, che limita ai soli casi di discriminazione l’obbligatorietà del reintegro, riserva alla decisione del giudice la scelta tra questo ed un indennizzo per gli altri.
La proposta dell’attuale governo sembra essere quella, ferma restando la prima parte, di rendere obbligatorio l’indennizzo – una mensilità per ogni anno lavorato fino ad un massimo fissato – per gli altri tipi di licenziamento ingiustificato. Il governo auspica di superare la dicotomia tra protetti e non protetti dall’articolo con la riduzione delle tipologie contrattuali e con l’istituzione di ammortizzatori sociali più estesi, di veder crescere l’occupazione grazie alla rimozione di un ‘residuo storico’ considerato di freno agli investimenti, anche esteri, di adeguarsi all’Europa. Di contro si sostiene l’inconsistenza delle motivazioni – che risiederebbero invece in un attacco alle minoranze interne al PD e ai sindacati – dato che si verrebbe a creare una nuova divisione tra gli assunti fino al giorno x di entrata in vigore della legge e i detentori di un diritto acquisito, che tale ‘scambio’ sarebbe di per sé illegittimo, che nulla sarebbe l’utilità dell’abolizione per gli investimenti, viste anche varie dichiarazioni degli stessi industriali sulla marginalità della questione, che sarebbe assurdo, per favorire l’occupazione, permettere licenziamenti illegittimi, che infine esistono, ad esempio in Germania, norme in tutto analoghe a questa. Questi i principali argomenti, il cui peso, come si diceva, è relativo. Vista anche l’unica, candida affermazione di Renzi in materia quando doveva ancora vincere le primarie (“Dell’art. 18 non frega niente a nessuno”), i meccanismi paiono altri.
Fonte: ecomy.it
Capitolo politico. Storicamente centrodestra e centrosinistra si sono scontrati sul tema già più volte. Approvato il 20 maggio 1970 da un governo a guida democristiana, in seguito ad una stagione di ampie rivendicazioni sociali e civili, lo Statuto è stato fatto oggetto degli attacchi dei governi Berlusconi, in particolare dell’ex ministro del lavoro Sacconi, e difeso dai sindacati e dai partiti di centrosinistra sia durante i governi Prodi, che si attennero al metodo della concertazione, ovvero al preventivo accordo delle forze sociali sugli interventi in materia, quando costituivano l’opposizione. L’apice dello scontro si toccò colla manifestazione del 24 marzo 2002, quando i tre milioni in piazza colla CGIL di Cofferati dissuasero Berlusconi dall’andare oltre. Una prima prova di forza. Rilevante la posizione di Ichino, che da tempo propone un modello di “flexicurezza” sul modello danese, ovvero riduzione di alcune tutele avanzate, art. 18 incluso, e flessibilità in entrata e uscita dal mercato del lavoro in cambio dell’estensione delle tutele di base a tutti i lavoratori. Il senatoreha abbandonato il PD dopo le penultime primarie per Civica, vista l’impossibilità di far prevalere la propria linea sotto la segreteria Bersani, ma ora risulta, dato l’esito diametralmente opposto delle ultime primarie, il principale punto di riferimento di Renzi.
Le cose paiono cambiate: Sel da una parte, con centinaia di emendamenti presentati al testo del governo, centristi Ncd e Forza Italia dall’altra si attestano su posizioni prevedibili, mentre l’iniziativa di rottura (si pensi solo alla provenienza del predecessore Epifani) di Renzi ha causato un forte dibattito interno allo stesso PD e parallelamente un nuovo scontro tra governo sindacati, soprattutto col maggiore, la CGIL.
Fonte: lettera43.it
Per il primo aspetto, le due minoranze interne si trovano unite nel criticare le intenzioni del governo, contestano la mancanza di un testo scritto e l’abbandono di una linea storica (Civati, che è giunto a proporre un referendum tra gli iscritti) la natura “surreale” dell’operazione (Bersani), il mancato rispetto per un principio giusto e sancito dalla Costituzione (Cuperlo) ecc., ed hanno presentato sette emendamenti di compromesso, uno dei quali propone l’applicazione dell’art. 18 solo in seguito alla prima fase, di tre anni, del contratto a tutele crescenti la cui adozione pare nelle intenzioni del governo. Le firme di parlamentari PD superano la quarantina, numeri che parevano aver indotto alla trattativa.La responsabilità di dettare la linea ufficiale è nelle mani della direzione nazionale dove, certo, Renzi vi ha la maggioranza, ma un muro contro muro non pare la soluzione. Credo significativo che un renziano ‘doc’ come Chiamparino abbia dichiarato su Repubblica di preferire la linea di Cuperlo – che propone anche una definizione dei casi di reintegro obbligatorio più ampia di quella del governo – e che le riforme van fatte, ma bene. Nella stessa direzione le durissime critiche della CEI anche sul lavoro. Il paventato ricorso alla fiducia e i timori di dover ricorrere ancora al soccorso berlusconiano danno il senso del clima pesantissimo. Una spaccatura sarebbe questa volta ampia, profonda e densa di conseguenze. E un ennesimo schiaffo ad un serio confronto nel merito e non su testi mai discussi e concordati fra partiti e parti sociali.
Quanto al rapporto tra governo e i sindacati, se ne evidenzia la conflittualità, caratterizzata dalle accuse a questi ultimi di conservatorismo, scarsa trasparenza, inefficienza, scarsa rappresentatività e, all’esecutivo, di superficialità, mancanza di un progetto legislativo complessivo e realmente incisivo, propagandiamo, indisponibilità anche al solo dialogo. Sembra chiara la tendenza generale di Renzi a voler scavalcare le organizzazioni dei lavoratori per puntare al consenso di tutti i singoli cittadini ed elettori presentandosi come compiutamente ‘post-ideologico’.
I sindacati appaiono attestati su posizioni piuttosto differenziate, con la CISL – ma dopo le dimissioni di Bonanni la componente metalmeccanica ha indetto una manifestazione contro il governo – ed in parte la UIL più disposte alla trattativa, la CGIL decisamente in rotta di collisione coll’esecutivo, tutti concordi tuttavia nel giudicare sbagliato, pretestuoso e controproducente quanto proposto. E nel temere il rinvio della parte della riforma favorevole ai lavoratori a data da destinarsi causa risorse mancanti, vedasi il decreto Poletti. Uniti nel non riconoscere all’intervento una priorità, nel considerarlo uno “scalpo” da usare di fronte a UE, industriali e alleati di governo, quando servirebbe ben altro.
In conclusione, l’auspicio è quello che la conoscenza della concreta realtà dei fatti aiuti tutti a superare posizioni preconcette, che ciascuno basi solidamente il proprio giudizio sui contenuti economici, sociali e politici, senza i quali le parole sono, appunto, vuote. Che risulti chiaro come non esistano passi obbligati. Ogni legge è frutto di una scelta, che reca con sé precise motivazioni e precisi obiettivi e le cui conseguenze vanno sempre in una direzione e non in un’altra. Operazioni neutre non ne esistono. Meno di tutte lo sono, spesso, proprio quelle che vorrebbero presentarsi come tali.
Eugenio Mattioni

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