Her (2014), di Spike Jonze

Ci sono quelle canzoni che fanno la storia e quando ti capita di risentirle un giorno alla radio, per caso, mentre stai guidando, domandi a chi è in macchina con te: “Ma ti ricordi il video di questa canzone?”. L’indimenticabile Christopher Walken che se la balla a casa, prendendo il volo sul ritmo di Weapon of Choice di Fatboy Slim, oppure la coreografia di quei soggetti venuti fuori direttamente dai magici – e trashissimi – anni ’90, con le loro tute colorate, in un altro video di Fat Boy Slim, Praise you? Stephen Malkmus senza testa che canta Shady Lane? Gli Weezer catapultati nel mondo di Happy Days in Buddy Holly, quei tre ragazzacci dei Beastie Boys in versione poliziesca per Sabotage? Per non parlare della ginnasta che esegue delicati virtuosismi sulle note elettriche di Electrobank dei Chemical Brothers, o di Björk che ci intima a fare silenzio mentre It’s oh so quiet? Credo di aver reso l’idea. Apparentemente non hanno nulla in comune, ma invece sì. Il regista di tutti questi video è Spike Jonze.

Che Jonze se ne intendesse di buona musica già lo sapevamo, ma con la colonna sonora del suo ultimo film, Her, ha dato il meglio di sé. A curarla infatti sono stati gli Arcade Fire, con i quali il regista aveva già collaborato per la realizzazione del videoclip di The Suburbs. È musica per le orecchie degli spettatori anche la voce della donna di cui si innamora il protagonista Theodore (Joaquine Phoenix), prestata dalla splendida Scarlett Johansson. Per questa volta però dovrete accontentarvi della sua voce, già, perché non la vedrete per tutto l’arco del film. Il motivo? La donna di cui si innamora Theodore è un sistema operativo OS1 dal nome Samantha. In molti avevano già provato ad affrontare questa tematica, ma nessuno fin’ora era riuscito a portarsi a casa un premio Oscar alla sceneggiatura. Jonze è infatti riuscito a tracciare e raccontare quasi interamente tutti gli aspetti che possono caratterizzare un tipo di rapporto del genere, senza scadere nel banale, eppure lasciando impressa la sensazione che il rapporto tra queste due “persone” (passatemi il termine), non abbia nulla da invidiare ad un rapporto normale.

Spike Jonze Phoenix
Joaquin Phoenix in Her
Theodore svolge un lavoro molto particolare: si occupa di scrivere lettere per gli altri. In una giornata come tante altre viene colpito dalla réclame accattivante di un nuovo sistema operativo e decide di acquistare uno per il suo computer. È così che nasce Samantha, basata sul DNA di tutte le persone che l’hanno progettata, in grado di crescere e svilupparsi minuto per minuto, imparando dalle proprie azioni. Esattamente come per tutti noi esseri umani. Samantha ha però una “mente” universale e in quanto tale anche in grado di provare emozioni, che la portano a scoprire l’amore, attraverso la relazione con Theodore. Lui ha da poco rotto con la sua ex moglie, e sta cercando il coraggio per firmare le carte per il divorzio. Da tempo non riesce più ad avere una relazione con nessun’altra donna, si trova spesso a camminare per le strade della sua città, come un flâneur che osserva, perdendosi, la realtà circostante, e con essa i soggetti umani, ai quali si ispira per scrivere le sue lettere. Samantha arriva come un fulmine a ciel sereno, in una vita vuota, il cui unico tocco di colore (non in senso metaforico) è dato dai maglioncini e dalle camicie di colore rosso che imperano nell’armadio di Theo. Tra i due nasce e cresce una relazione ben più profonda di quello che si sarebbero mai potuti aspettare: si capiscono, si aiutano, si divertono, fanno l’amore, parlano. Assieme. È una relazione che ha i suoi alti e bassi, come quelle di chiunque altro: c’è la gelosia, l’assenza – a chi non manca il proprio partner nelle relazioni a distanza? – , il dubbio e l’abbandono. In particolare il tema dell’assenza corporea di Samantha è quello che pervade l’intera pellicola. Samantha c’è, Theo sente la sua voce, ma d’altro canto fisicamente non c’è. Possono parlarsi ma non possono toccarsi. Allora forse è vero ciò che dice Barthes:
All’assente, io faccio continuamente il discorso della sua assenza; situazione che è tutto sommato strana; l’altro è assente come referente e presente come allocutore. Da tale singolare distorsione, nasce una sorta di presente insostenibile; mi trovo incastrato fra due tempi: il tempo della referenza e il tempo dell’allocuzione: tu te ne sei andato (della qual cosa soffro), tu sei qui (giacché mi rivolgo a te). Io so allora che cos’è il presente, questo tempo difficile: un pezzo di angoscia pura.  
[Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso]
Spike Jonze
Theodore e Samantha vivono l’angoscia dell’assenza, compensata però dalla gioia del racconto quotidiano. Comprendere che l’altro non è un possesso, l’altro non è dominio tuo, ma piuttosto un’incredibile risorsa momentanea della quale puoi gioire oggi, così come tante altre persone assieme a te, senza avere la certezza di un domani. Vivere l’altro nel suo essere altro da te, senza volerlo cambiare, solo per il puro desiderio di condividere. “Happiness real only when shared”, per usare le parole tanto inflazionate quanto vere di Cristopher McCandless.

Nel complesso il film e le tematiche sono portate avanti con grande maestria da Spike Jonze. Questo è solo il quarto film per lui, ma assieme a Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee vanno a costituire una tripletta imperdibile nel panorama del cinema contemporaneo. Potrà forse risultare in alcuni punti un po’ oscuro, ad esempio rimane irrisolto il dubbio su come i due possano avere rapporti sessuali, Jonze infatti oscura lo schermo durante il loro primo rapporto, e ci lascia ascoltare i loro gemiti. Non è nemmeno chiaro perché, sul finale, tutti gli OS dovranno andarsene. Ma probabilmente non è determinante ai fini della comprensione del film. Certo, lascia l’amaro in bocca vedere quelle masse di persone grigie che camminano per strada senza guardarsi e senza parlare tra loro, ma comunicando solo con il proprio OS. Lascia intravedere uno spiraglio sul futuro abbastanza inquetante, poiché forse molto vicino a noi.

Roberta Cristofori
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