L’accordo di Ginevra: vincitori e sconfitti

La prima intesa raggiunta sul negoziato Iran-5+1 (Russia, USA, Cina, Francia, Gran Bretagna, Germania) sulla questione del programma nucleare di Teheran è stata raggiunta. Dopo anni di stallo e di muro contro muro, dovuto alle intransigenze sia dell’una che dell’altra parte, il primo accordo, il quale dovrebbe rappresentare il punto di partenza per incontri più significativi tra le due parti, prevede i seguenti punti chiave:

•alla repubblica islamica è consentito l’arricchimento dell’uranio, purché non si vada oltre un arricchimento del 5%

•l’Iran dovrà eliminare le scorte di uranio arricchito oltre il 5%

•Teheran dovrà garantire l’accesso ai siti nucleari di Natanz e Fordo agli ispettori internazionali, anche quando si svolgeranno controlli a sorpresa

•in virtù di questi impegni, gli Stati Uniti assicureranno la sospensione della sanzioni economiche per sei mesi e forniranno al presidente iraniano Hassan Rohani aiuti tra i 6 e i 7 miliardi di dollari. Inoltre il 5+1 si adopererà a sbloccare dei fondi iraniani congelati in banche estere, e permetterà il commercio di determinati prodotti, come metalli preziosi, produzioni del settore petrolchimico e ricambi per aerei.

La conferenza di Ginevra è stata salutata da molti dei suoi protagonisti come la vittoria della diplomazia e del dialogo, armi che stando alle voci di molti avrebbero impedito, momentaneamente, i progetti dello stato mediorientale di dotarsi dell’arma atomica. Più in generale la cosa sta in questi termini: l’Iran, fiaccata da anni di restrizioni economiche e dalle scelte scellerate in politica estera dell’ex presidente Ahmadinejad, è stato costretto a prendere atto che si doveva operare una svolta radicale sulla questione del nucleare. Svolta favorita anche del riformista Rohani, il quale ha deciso di tendere il ramoscello della pace e riprendere contatti diplomatici con il “diavolo yankee” per risolvere una volta per tutte la contesa. Interessante sarà vedere come questa scelta di Rohani influirà sul suo operato in politica interna: negli ultimi mesi la sua linea moderata è stata molto contestata dai settori più conservatori e intransigenti della repubblica, dai temibili e potenti “guardiani della rivoluzione” ad addirittura la guida suprema del paese, l’Ayatollah Khamenei.



Ancora più interessante sarà vedere come si muoverà Israele nel campo della contesa. Le parole di “Bibi” Netanyahu non lasciano trapelare dubbi: l’accordo con l’Iran è un terribile errore, le rinunce secondo lui sono solo operazioni di facciata e lo stato ebraico farà tutto ciò che riterrà necessario per la sua sicurezza. L’anatema lanciato dal capo di stato israeliano  sull’intesa è un’ulteriore conferma della rilevanza dell’accordo stesso, che, seppur temporaneo, è da interpretare come una svolta nelle relazioni internazionali e negli equilibri di potenza in medio-oriente. Con tutta probabilità impedire la costruzione di armi atomiche costituirà una della priorità assolute di Gerusalemme. Perciò non bisogna escludere un’escalation della guerra clandestina che da alcuni anni i vertici politico-militari israeliani hanno scatenato contro il programma nucleare dell’Iran. È intuibile che sull’uccisione di molti scienziati iranianicoinvolti nelle operazioni governative ci sia la mano del Mossad e dei suoi agenti segreti. Anche queste ipotesi potrebbero portare ad un notevole raffreddamento dell’asse Israele-Usa.

Il deterioramento dei rapporti con lo storico alleato israeliano (con il quale i legami superano la mera geopolitica e debbono essere rintracciati in questioni identitarie) e al contempo con i sultani Sauditi, potrebbe minare la ricezione a Washington di questo successo inatteso dell’amministrazione Obama in politica estera. I falchi repubblicani e il tea party affilano le unghie per accusare il presidente di porgere l’altra guancia ai terroristi e tradire l’appoggio dei tradizionali partner Americani nella regione. La realtà è che questo sembra in tutto e per tutto configurarsi come un trionfo diplomatico da attribuire completamente al primo presidente di colore della storia degli Stati Uniti. Un compromesso frutto di 4 anni di contatti segreti e  incontri frequentissimi al riparo dai riflettori. Solamente alla luce di questa intesa si può motivare l’atteggiamento ambiguo e indeciso nella questione siriana. Inoltre l’accordo tende una mano anche a Mosca, cercando di stemperare i recenti dissidi.

Proprio la Russia emerge da questo avvenimento come il vincitore moraledella trattativa. Lentamente ma inesorabilmente Putin e il suo diligente ministro degli esteri Lavrov stanno imponendo la loro linea riguardo alla polveriera mediorientale. La Russia si sta muovendo su questi complessi tavoli negoziali con grande acume politico-strategico, costruendo un ponte tra i regimi che supporta finanziariamente e non solo da lungo tempo e l’occidente. A dispetto di Pechino che si muove con circospezione ed è, il più delle volte, interessata agli eventuali profitti commerciali derivanti da queste trattative, Mosca cerca le luci della ribalta e il riconoscimento del proprio status di attore decisivo nello scacchiere internazionale.


Tutti vincitori insomma? Un classico caso di win-win situation? Beh a dirla tutta un perdente c’è: l’Unione Europea. A tal proposito la presenza di Catherine Ashton, alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’UE, in più o meno tutte le foto di rito è piuttosto fuorviante. L’UE è perdente perché non si è presentata come tale, ma frammentata nei suoi tre attori economicamente e politicamente più prominenti, dimostrando le solite divergenze. Proprio per questa ragione non può che rimanere un attore marginale in un contesto globale sempre più interconnesso e transnazionale. Non c’è da sorprendersi quindi che la Francia tenti di sfuggire a questa marginalità attraverso azioni irresponsabili e prive di senso come l’irrigidimento improvviso nel precedente round di negoziazioni (su cui si dovrebbe stendere davvero un velo pietoso).

Mattia Temporin
Valerio Vignoli

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