Talk About the Passion, ep. 2 – Elia Billoni e Nick Cave


Non sarà un fanatico, come si difende lui, ma sicuramente io ed Elia Billoni abbiamo passato giorni a scriverci su un artista che è paradossalmente più celebrato che celebre, considerando che comunque è in giro da trent’anni e fa ancora tour mondiali (fra poco a Roma e Bologna). Probabilmente avete sentito parlare di Elia come unico interprete ufficiale di Dino Fumaretto, presso la Famosa Etichetta Trovarobato di Bologna. Oggi però parla per sè e non di sè, ma di lu lé (ho dovuto ricorrere al dialetto per non inficiare la dubbia musicalità della frase): Nick Cave and the Bad Seeds. Buona lettura del lunghissimo, secondo e sempre più lanciato episodio di Talk About the Passion (qui l’ep.1)


Elia, intanto grazie per aver accettato. Come sai, la finalità o per meglio dire la modalità di questa rubrica consiste nel far parlare (più che chiedere) qualcuno di un artista, musicista, interprete, quello che vuoi (vorrei dire performer, ma dopo quella volta che inizia la mia controversa carriera musicale iniziò per colpa di uno mi chiese se volevo fare una “performance” alla festa della scuola, quella parola mi suona sempre un po’ strana) che lo tormenti, lo conforti, lo abbracci nel profondo. Deve essere qualcosa di personale, così sincero che vorrei che tu, un giorno, quando la tua pelle sarà grinza e, oltre al resto, anche la memoria farà cilecca, riguardassi quello che andremo a scrivere e dicessi: “ah, ecco perché mi piaceva [x] !”
Prima di tutto, dimmi di chi si tratta e dimmi perché.


Nick Cave mi piace perché raccoglie un po’ tutti gli spicchi diversi di altri artisti che mi piacciono: la “malattia” di Neil Young, la caverna più scura di Leonard Cohen, l’incubo dei Doors e dei Velvet Underground, la violenza, la dolcezza, l’angoscia, l’invenzione mitica, il tutto espresso con un’intensità senza pari, a mio avviso, in Nick Cave. O meglio, in Nick Cave and The Bad Seeds, poiché – specie quelli di Mick Harvey – costruiscono scenografie musicali romantiche o apocalittiche non cadendo quasi mai nella retorica didascalica. Insomma un grandissimo songwriter e una grandissima band.
Questo in sintesi. (questa è l’ultima volta che vedrete qualcosa in sintesi in questo articolo, ndr)

Dino Fumaretto


Anche se va leggermente contro lo spirito di Talk about eccetera, hai scelto un artista che sollazza molto e bene anche il sottoscritto, perciò non potrò fare a meno di inserire, nelle domande, anche alcune mie considerazioni. Prima di tutto, vorrei che mi facessi qualche esempio tramite dei brani di che cosa intendi per malattia di Young e caverna oscura di Cohen (sull’incubo dei Doors e dei VU penso che ci capiamo tutti) e di come Cave abbia fatto meglio – o abbia fatto simile-ma-a-modo-suo. Poi, so che hai una teoria cronologica attraverso la quale dividi la ventennale discografia dei Bad Seeds che, sono d’accordo, potrebbero vantarsi di essere la migliore band di supporto al mondo, forse giocandosela con E-Street Band (sbaglierò io, ma dio mi fulmini se ho mai volontariamente ascoltato qualcosa di Springsteen, quindi parlo per sentito dire) e i Planet Funk (nah, scherzo), considerando anche che non è facile individuare delle band di supporto con una identità propria, anche se cangiante durante gli anni, rispetto al suo solista, eppure così uniti e inseparabili. 


Il Neil Young “malato” è quello degli album “On the beach” e di “Tonight’s the night” (i suoi vertici), in cui emerge tutta la sua paranoia, il suo blues bianco lamentoso. Proprio in riferimento a Tonight’s the night, la canzone, c’è un grado altissimo di dolore che sfocia nel grottesco che mi ricorda il primo album di Nick Cave.
Lì Young canta più “maleducato” che mai, la voce è sempre sul punto di rompersi e anche l’anima sta per collassare. Proprio come in From her to eternity di Nick Cave. Inoltre non è un caso che il brano più intenso dell’ultimo disco di Cave (mi riferisco a Higgs Boson Blues) sia proprio quello che fa il verso a “On the beach” (la canzone).

Invece per quanto riguarda Cohen, credo sia evidente il suo lato oscuro in canzoni come “Avalanche“, che sempre il Cave di From her to eternity canta rantolando e deragliando, evidenziandone la componente apocalittica.
Diciamo che in generale Nick Cave ha fatto emergere al massimo le tensioni che spesso sono sottotraccia oppure solo episodiche in altri musicisti.
Nick Cave è per me una sorta di unione dei lati oscuri di tutti. Ma il risultato – e questo è il bello – non è un annichilimento totale come i Joy Division, ma è anzi un vulcano, la disperazione è costantemente accompagnata dalla vitalità, per questo uso spesso la parola “intensità” riferita a lui. Perché me ne vengono in mente molto pochi così intensi, così esplosivi e al tempo stesso sfumati.


I Bad Seeds hanno continuamente cambiato elementi, ma diciamo che i due pilastri della prima fase sono essenzialmente due: Mick Harvey e Blixa Bargeld. Bargeld è molto meno coinvolto e suona male la chitarra, ma proprio questa sua “estraneità” regala guizzi inaspettati e idee che contribuiscono a rendere singolare il sound. Mick Harvey è invece il polistrumentista, quello che costruisce il vero scenario del mondo immaginario di Cave. Il genio di Mick Harvey si può sentire specialmente nell’album Your funeral my trial, dove ha praticamente fatto lui tutti gli arrangiamenti, disseminando il disco di “suonini” e “suonacci” visionari, raffinati e grezzi allo stesso tempo (si ascolti The Carny). 

Per sintetizzare, i Bad Seeds sperimentali di Harvey, arrivano fino a The Good Son, poi si apre un’altra fase, con qualche picco, ma molto diversa. Nel frattempo Nick Cave è anche diventato un grande cantante pieno di sfumature, pur mai diventando “leccato”, mantenendo però la sua vocalità particolare.


Certo, Harvey, Bargeld e Warren Ellis sono sicuramente tre pezzi da novanta e farli convivere (e/o sostituire l’uno all’altro) senza calare in qualità è qualcosa di eccezionale, secondo me. Vorrei però che tu entrassi più all’interno del discorso, ad es.: che ne pensi di Push the Sky Away? Dopo il grande tema degli ultimi album (Abattoir Blues / Dig Lazarus Dig !!! / i Grinderman / ci metto anche Bunny Munro) che secondo me era quello esemplificato magistralmente in Abattoir Blues (il pezzo) e More news from nowhere, cioè insomma quello dell’uomo contemporaneo come stanco naufrago in un mondo col quale ha poco da spartire e del quale, in ogni caso, non riconosce il senso, se non nella sua brutalità; dopo questo dicevo, la svolta di Push the sky away mi sembra più eterea, visionaria e introversa.. se non fosse che le frasi sono di senso compiuto mi parrebbe di stare leggendo testi di certi periodi di Michael Stipe
. Che ne pensi?

Support shilipoti.blogspot.it (la copertina è quella di Push the sky away)

Inoltre, so che l’ultima fase da Good Son in poi la definisci “manierista” e sono d’accordo, ma non trovi che ultimamente, tipo in Higgs Boson Blues, Cave stia diventando anche piuttosto didascalico? cioè, citare Robert Johnson with a 10-dollar guitar, Lucifero, Miley Cyrus e così via, non ti sembra un po’ misero rispetto all’immaginario, che so, di Time Jesum Traseuntum, ma anche della stessa More News From Nowhere ? 


Push the sky away mi ha quasi entusiasmato quando è uscito, ma poi la passione è scesa. Credo sia un disco con un buon grado d’ispirazione che secondo me doveva essere maggiormente particolarizzato, e invece alla fine risulta un po’ piatto, pur con vari momenti toccanti. Con tutto il rispetto per Warren Ellis, manca qui proprio uno come Mick Harvey che scombini un po’ le carte. Invece ho l’impressione che, con Ellis, Cave si sia ultimamente accomodato su qualche ideuzza che piace ad entrambi, costruendo un rock-blues di classe o un cantautorato post-Dirty Three sofisticato lievemente cupo (e un po’ monotono) a seconda dei casi. Quindi la svolta, come dici tu, in realtà è mancata, anche se Push the sky away conserva comunque un fascino strano e inafferrabile. Forse proprio perché è un capolavoro mancato.
E per quanto riguarda i testi sono d’accordo con te: il testo di Higgs Boson Blues se lo leggo così pare più furbo che delirante. Non mi entusiasmano nemmeno i testi dei pezzi che mi citi, non li trovo meno manieristi. Trovo però interessante la tua sintesi tematica degli album precedenti, quella dell’uomo contemporaneo come stanco naufrago eccetera, tuttavia non dimentichiamoci che questi sono album di musica, e dal mio punto di vista in questi album la musica non è sufficientemente interessante. Il testo di The Carny, per dire, secondo me non è che sia questo gran testo, ma è un grandissimo pezzo, stupefacente, che può anche suscitare repulsione. Ma a me piace quella roba lì, del blues e del folk di per sé non me ne frega quasi nulla, a me piacciono le storture, i depistamenti. 

Poi – e finisco – dopo The Good Son c’è, com’è naturale che sia, un po’ di manierismo, ma c’è ancora grande ispirazione; fino a No More Shall We Part ritengo che i livelli siano stati molto alti, con episodi sorprendenti.

Bargeld, nonloso, Sclavunos, Cave, Casey, Savage, Harvey, Sclavunos di nuovo, Ellis senza barba.


Ora, Elia, vorrei sapere dove sei nato, dove sei cresciuto e in che modo hai cominciato ad ascoltare Nick Cave durante la tua giovinezza / adolescenza / infanzia (spero di no) ti ha portato, insieme a tutto quell’insieme di reti causali che completano un mosaico di casualità che i filosofi chiamano ‘sorte costitutiva’, ad essere quello che sei oggi. E non parlo del tuo stile o carriera musicale, anche se indubbiamente avrà influito anche quello. Questo tuo tipo di ascolti suscitava l’ammirazione o la ripugnanza dei membri dell’altro sesso che per motivi diversi e non so in che ordine ti interessava interessare? Ascolti Nick Cave quanto spesso? In che situazioni?


Sono nato a Mantova e cresciuto in provincia. 
Nick Cave l’ho scoperto a 15 anni con Murder Ballads, il suo maggior successo commerciale, tramite MTV (il video di Where the wild roses grow, con Kylie Minogue [dove Cave sfoggia la sua peggiore mimica di sempre, e fidatevi che nella vita ne ha sfoggiate tante, ndr]), e mi colpì subito: mi sembrò un Leonard Cohen cimiteriale. Mi ricordo che un vj, presentando la classifica, nominando Nick Cave lo prese in giro facendo finta di addormentarsi, per dire come l’australiano fosse comunque un pesce fuor d’acqua; il vj mi pare fosse Silvestrin
Comprai Murder Ballads, che ha una prima parte straordinaria (sarebbe stato un capolavoro di Ep se si fosse fermato alle prime 5 canzoni). Poi arrivai al resto. Rimasi disturbato e affascinato dai primi tre dischi, fino a Tender Prey. Rimasi invece un po’ deluso da The Good Son, pensa un po’: lo trovavo troppo morbido (invece poi l’ho amato). E il mio disco preferito fu – ed è rimasto – Your Funeral my trial.
Approfondii i testi, mi comprai i libri con le traduzioni perché non sapevo e non so l’inglese.
Ho avuto una fase in cui scrivevo poesie facendo il verso a Cave, ma facevano veramente schifo. Però non è che fossi così fissato come può sembrare, ascoltavo anche altro, e di molto diverso, Nick Cave mica lo ascoltavo sempre, lo abbandonavo per vario tempo, poi ci ritornavo. Non ero fissato.
Ma ci sono sempre ritornato. Difficile dire quanto abbia influito, non saprei proprio dirlo. 
La domanda sull’altro sesso mi fa sorridere. Guarda, ti dico solo che Nick Cave piace alle donne. Ma davvero, non è direttamente collegato ai miei rapporti interpersonali.

Quando e quanto ascolto Nick Cave… in realtà ho già risposto: di tanto in tanto, ritorna. Poi dipende anche QUALE Nick Cave. Adesso sto in una fase “sperimentale”, perciò ascolto il Nick Cave degli anni 80. Tra le altre cose. Non sono un fanatico.

Ora ti parlo un attimo di me. La prima volta che ho visto Nick Cave sapendo di vederlo è stato a 15 anni circa, quando vidi un paio di volte in tivù, quando ancora esisteva il canale Brand:New sul satellite, il video di Nature Boy, un pezzo tutto sommato innocuo ma sicuramente catchy e ben fatto. Poi, un paio d’anni dopo, a scuola ho visto il Cielo sopra Berlino dove Cave appare con la sua band. Tutto il film mi prese e colpì, a quell’età è impossibile il contrario, ma insomma Nick Cave coi Bad Seeds che suona From Her to Eternity, completamente consustanziale all’atmosfera wendersiana, insomma, non puoi rimanere indifferente. Mi ricordo che spiegai a una mia compagna l’etimologia di “shoegazers”, mentre passavano quelle scene e l’altra del club. Pensandoci, a me quello che, a conti fatti, trascina di più dei suoi testi è quando è disperato. Gli immaginari satanici, malati e biblici mi prendono solo secondariamente, tipo Mercy Seat o Deanna. Per questo trovo veramente commoventi certi episodi come The Good Son (tutto l’album), The Train Song, What Can I Give You?, Oh My Lord o anche Papa won’t leave you Henry. Forse – e arrivo al punto – conosci il testo di quella lezione che Nick Cave tenne nel 1999 su La canzone d’amore: lì, fra le altre cose, indica come centrale il sentimento del duende, cioè la saudade per capirci, qualcosa che io intendo come malinconia splendida. Ecco, per me Nick Cave è essenzialmente questo, è questo che lo rende un grande. Ne convieni? Per te è lo stesso? Ovviamente, io intendo la saudade come un prodotto inscindibile di musica e testi. E se dovessi far iniziare qualcuno ad ascoltarlo, con cosa lo faresti cominciare? E, mi interessa molto, come lo interesseresti alla faccenda?

Condivido tutto quello che dici (anche se il testo di The mercy seat è magistrale, che si apre a più interpretazioni). Non avevo mai pensato al duende associato a Nick Cave, e trovo sia un’associazione calzante. 

Nick Cave è sempre tra la vita e la morte, anche (specialmente) nelle canzoni d’amore, ma questo fuoco lo sa elaborare con saggezza, come si legge nell’illuminante testo che citi: molti cantautori neoromantici che giocano con le minuzie dovrebbero imparare da Nick Cave come si scrive una canzone d’amore, imparare a scottarsi davvero e non a rifugiarsi in una finta ironia. Ma se lo fai e se non sei Nick Cave il rischio è naturalmente di risultare patetico.
Tra gli esempi che citi io ci aggiungerei anche l’album The Boatman’s Call, che magari musicalmente è meno avvincente, ma racchiude alcune delle più belle canzoni d’amore di Nick Cave, Far From Me su tutte (e mi pare che in quella lezione Cave parlasse proprio della costruzione di questa canzone, che è stata scritta all’inizio, durante e alla fine di un rapporto, cioè la canzone ha seguito la relazione dal principio alla fine, eppure già nei versi si anticipavano le ombre future, la catastrofe).
Si, malinconia splendida, l’hai detto tu e io non saprei aggiungere altro di meglio.

Billoni/Fumaretto che suona davanti a donne nude
Ora, ogni volta che mi sono trovato a consigliare a qualcuno un album di Nick Cave mi sono sempre poi successivamente pentito della mia indicazione, perché ognuno è diverso e ha corde sensibili diverse. 
Mi è capitato di consigliare Let Love In perché – pensavo – per iniziare è meno faticoso, ha delle canzoni belle ma classiche. E naturalmente in quel caso sbagliai perchè il mio interlocutore era molto più interessato a particolarità evidenti, e così con quel disco si fece l’idea parziale di Cave classic rock. Per ragioni simili un’altra volta ho consigliato Henry’s dream, e il mio interlocutore si è fatto l’idea di Nick Cave come un rocker texano, un’altra volta ho consigliato The Good Son e il mio interlocutore rimase deluso trovandolo simile a Frank Sinatra. Ora che ci penso però costoro avevano qualche problema. 
Diciamo che ora come ora consiglierei semplicemente quello che sta a cuore a me, senza preoccuparmi se sia più o meno adatto come introduzione a Cave.
Quindi consiglierei Your funeral, my trial e come va va. E non gli (o le) direi proprio niente, consiglierei solo d’ascoltarlo in comodità, senza fare altro, con calma tutto d’un fiato.

L’aneddoto sui consigli fa molto ridere, ma è indicativo di come un grande per restare tale debba cambiare negli anni (insomma, NON come gli Editors per capirci).  Ci lasciamo con questa: hai mai fatto, sul palco, una cover di Nick? Se sì, quale? Se no, quale vorresti fare? Pensaci attentamente e spiegami perché faresti/hai fatto proprio quella.

No, mai fatto cover di Cave, e credo che mai lo farò, anche perché la mia pronuncia inglese è imbarazzante. Ma se proprio dovessi scegliere di farne una, ne farei due: From her to eternity e Far from me. Sono gli apici della disperazione personale di Cave ma con approcci opposti: la prima è il tormento primordiale, un essere sul punto di esplodere; la seconda è dopo l’esplosione, dopo tanto tempo, con più disincanto ma eguale intensità.
Sono due lati che mi toccano con la medesima forza.
Non so ancora scegliere, e probabilmente non voglio.

Filippo Batisti

a titolo esemplificativo, un pezzo piuttosto inquietante e narrativo un po’ alla Cave (questa considerazione è mia, non sua) di Dino Fumaretto interpretato da Elia Billoni: 

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