Piergiorgio Odifreddi, "Come stanno le cose – Il mio Lucrezio, la mia Venere"

Quale mai poteva essere l’opera della classicità capace di destare l’interesse di un matematico? Al di là dei fondamentali e apprezzabili ma – diciamolo – poco artistici Elementidi Euclide, la scelta è quasi obbligata: il De rerum natura di Lucrezio. Non per la matematica in sé (infatti non ne contiene, almeno non in senso stretto), ma sicuramente per la presenza di un metodo di indagine naturalistica che è molto vicino a quello, caro agli scienziati, di Galileo. 
Lucrezio il razionalista, colui che rifiuta le facili superstizioni della religio(giova ricordarlo, la parola viene dal verbo religo, cioè, come ancora nell’italiano “relegare”, “re-imprigionare”) per dedicarsi alla contemplazione ammirata delle meraviglie della Natura. Il poema di Lucrezio è un capolavoro, unico nel suo genere e nella sua capacità straordinaria di presentare contenuti scientifici in una forma artistica di un livello assolutamente strabiliante. I versi di Lucrezio hanno una musicalità rara, sono così solenni in alcuni punti e così leggeri in altri da far sospettare che non siano nemmeno opera dello stesso autore. Ma non addentriamoci in questioni di filologia.

L’opera in sé vuole essere una summa delle conoscenze dell’epoca, indagate e presentate sotto l’onnipresente comun denominatore della ragione. È in ogni caso sorprendente (e sarebbe scorretto non ammetterlo) che molte delle conclusioni a cui Lucrezio (con gli Epicurei) è arrivato con la sola forza della mente sarebbero state raggiunte soltanto molti secoli dopo, e solo dopo complesse conferme strumentali. Basti citare uno dei pilastri della fisica lucreziana: l’atomismo. Si potrebbe obiettare che “del senno di poi son piene le fosse”, e che ora che l’atomismo è stato confermato dalla fisica ci vuol poco a esaltare Lucrezio. Eppure resta quel fascino della scoperta, quell’incessante ricerca tutta puramente mentale, che – per caso o per necessità – ha condotto a una conclusione verificata.

odifreddi lucrezio


In questo universo scientifico, Odifreddi presenta una sua apprezzabile traduzione (molto libera), che ha svariati pregi: innanzitutto non pretende di essere una versione fedele; in secondo luogo il lessico scientifico lucreziano (impreciso, agli occhi di noi moderni) è stato aggiornato portandolo avanti di duemila anni e rendendolo comprensibile senza bisogno di note a piè di pagina. Ne è un esempio l’uso di vocaboli come “geni”, “alleli”, “sistema nervoso”, che certamente non sono presenti nell’originale se non come suggerimento di un’idea che, confermata dalle scoperte moderne, può essere ora resa con un termine preciso.

Il libro presenta una singolare veste che potremmo definire “scolastica”: sulle facciate a destra è presente la libera traduzione, mentre in quelle a sinistra trovano spazio interessanti finestre di approfondimento sui temi enunciati da Lucrezio nei versi corrispondenti. Notevole la scelta delle numerosissime immagini di appoggio al testo: mai didascaliche, sempre pertinenti. Nel complesso il testo risulta abbastanza obiettivo, se si escludono alcuni episodi di ostentato e – diciamolo – un po’ presuntuoso ateismo che si riflette però su aspetti che niente hanno a che fare con la religione in senso stretto (ad esempio l’ostinazione nell’evitare la formula “avanti Cristo”, per cui Lucrezio risulta nato “attorno all’anno -50”, artificio che provoca notevole confusione nel lettore, costretto suo malgrado a dare un significato a quel valore numerico confrontandolo con il “50 avanti Cristo” che Odifreddi tanto si è sforzato di evitare).

Ho scritto prima che questa edizione è “scolastica”, perché pare che la segreta speranza (condivisibile) di Odifreddi sia che il libro venga utilizzato, appunto, nelle scuole, come manuale non tanto di scienza quanto di metodo: non è tanto importante il contenuto quanto il modo in cui esso viene organizzato. Questo, pare dire Odifreddi, dovrebbe fare un sistema scolastico degno di questo nome. Il suo De rerum natura si presenta dunque come un utilissimo trattato sul metodo e sul potere della ragione umana, un trattato utilissimo come strumento didattico di scoperta di un mondo intellettuale non poi così lontano dal nostro, presentato in una veste esteticamente valida e accattivante. È un peccato che Lucrezio, in generale, sia trattato superficialmente nelle scuole medie superiori (non voglio pensare, come forse sembra suggerire Odifreddi, che questo sia dovuto a una formazione di stampo cattolico dei docenti, che tenderebbero ad escludere o a sminuire ogni autore tacciato, a torto o a ragione, di ateismo): ebbene, ecco una buona occasione per recuperarlo! Il testo di Odifreddi si presta senz’altro a una lettura anche da parte di un pubblico giovane, grazie appunto alla sua forma invitante e intelligente. Una buona occasione per rivalutare l’intero mondo classico: non più un’epoca cieca e senza razionalità, ma anzi, il terreno fertile su cui si svilupperà, seppur con quindici secoli di oblio, la scienza moderna.

Alessio Venier
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