Dall’Austria all’Europa, i moderati perdono ancora terreno a favore dei populismi

Un po’ offuscate da quelle dei cugini tedeschi, il 29 settembre si sono tenute le elezioni legislative austriache. Se è vero che le scelte degli elettori austriaci anticipano le tendenze europee, sono numerosi i motivi di interesse sul piatto.

Il Partito Socialdemocratico Austriaco (SPO) del cancelliere uscente Faymann risulta il primo partito del paese (26,86%), seguito dal Partito Popolare Austriaco (OVP) guidato da Michael Spindelegger col 24,01%. Entrambi i partiti hanno fatto registrare il loro peggior risultato dal 1945. Gran parte dei voti persi sono andati al Partito della Libertà Austriaco (FPO) di Strache (20.55%), vera sorpresa che ha messo in crisi i partiti tradizionali. Da segnalare anche il miglior risultato della loro storia per I Verdi, col 12,34%. Come cinque anni fa, diventa necessaria una coalizione tra SPO (52 seggi) e OVP (47) per raggiungere la maggioranza (183 seggi totali). Per capirne l’impatto sull’opinione pubblica, basta dire che queste larghe intese in salsa austriaca sono state ribattezzate “la coalizione dei perdenti”.

Il vincitore morale infatti è ritenuto da tutti il Partito della Libertà, che ha avuto una crescita netta rispetto al 2008 e ha ottenuto buoni risultati in tutto il paese, non solo nella regione della Carinzia, storica roccaforte. Le caratteristiche di questo partito rispecchiano un brand che si sta affermando in tutte le democrazie europee: destra populista, euroscettico, anti-establischment e anti-immigrazione. Non condivide le idee vagamente filonaziste e nostalgiche dell’Alleanza per il Futuro dell’Austria, il partito fondato da Haider dopo una scissione dallo stesso FPO, che ha risentito troppo della scomparsa del suo leader (3,53% e nessun seggio). Tuttavia non si tratta del miglior risultato nella storia dell’FPO, che sotto la guida dello steso Haider nel ’99 era risultato il secondo partito austriaco col 26,91%.

La scelta dell’FPO è stata quella di non “sporcarsi le mani” entrando in una coalizione con il Partito Popolare che gli elettori avrebbero vissuto come un tradimento. Con questa mossa ha costretto i due primi a partiti a formare una coalizione che anche nella passata edizione non ha goduto di molta popolarità, tanto che l’elettorato di SPO e OVP si è ridotto di circa un terzo e un quarto dal 2008 garantendo una grande crescita proprio all’FPO.

L’assetto partitico che prevede un’alleanza di governo tra i partiti moderati di destra e di sinistra con l’opposizione di forze politiche di nascita recente, populiste e antisistema sta trovando sempre più successo non solo in Austria ma in tutte le democrazie europee. A questo punto viene da domandarsi se la frattura destra/sinistra che ha caratterizzato i sistemi partitici almeno dal dopoguerra in poi possa essere la più efficace nel definire l’identità dei partiti stessi. Riassumendo analisi politologiche molto più approfondite, si può dire che i partiti tradizionali di destra e sinistra (popolari e socialdemocratici o forme simili) stanno attuando da diversi anni, in particolare dopo la fine del comunismo, una competizione centripeta che ha di fatto avvicinato notevolmente le loro posizioni. Spostandosi verso il centro hanno però abbandonato le loro frange più estreme le quali, orfane delle ideologie che hanno marcato il Novecento, sono confluite in parte in un nuovo modello di partito che ormai si trova, con sfumature diverse, in tutti i paesi europei.

 I “cugini” del Partito della Libertà  Austriaco sono ad esempio l’inglese United Kingdom Indipendence Party di Nigel Farange, l’Alternative fuer Deutshland che in Germania non è riuscito ad entrare nel Bundestag per un soffio, il Front National che in Francia era arrivato al ballottaggio per le presidenziali con Marine Le Pen e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, numericamente il primo partito in Italia. Si tratta di partiti molto diversi tra loro ma che tuttavia hanno alcune caratteristiche chiare in comune. Populisti, guidati da un leader dalla forte personalità, senza una struttura interna definita, antisistema, avversano genericamente i tecnocrati e le banche, antieuro e molto spesso sostenitori dell’uscita dalla UE dei rispettivi paesi, xenofobi o comunque anti-immigrazione in maniera decisa. Molti di loro sono riconducibili all’estrema destra, ma la maggior parte non vuole prendere una posizione sulla linea destra/sinistra e ripudia alleanze coi partiti tradizionali di entrambe le parti, ritenendoli avversari in ugual modo.

Nonostante alcune prestazioni abbondantemente sopra il 20%, nessuno di questi partiti ha mai avuto esperienze di governo, proprio per il rifiuto di alleanze e coalizioni, ritenute un male da combattere invece che un mezzo per raggiungere obiettivi. Questa ostinata coerenza, assieme alla crisi che ha colpito duramente l’Europa alimentando un malcontento diffuso, è garanzia di un afflusso crescente di tutta quella parte dell’elettorato che ha perso fiducia nelle istituzioni (nazionali ed europee) e si sente delusa dalla politica. Anche nel Parlamento Europeo si va verso la situazione paradossale di una presenza massiccia di forze antieuropee, che non dovrebbero ancora mettere in discussione la maggioranza delle forze tradizionali ma che stanno assumendo un ruolo sempre più centrale e sempre meno trascurabile.

Fabrizio Mezzanotte
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