Putin VS America

13 settembre 2013: “La tesi dell’eccezionalità americana che sostiene, mr Obama, quando afferma che la politica degli Stati Uniti è quello che è quello che differenzia l’America, quello che la rende eccezionale, mi trova piuttosto in disaccordo. Esistono paesi grandi e paesi piccoli, ricchi e poveri, paesi di lunga tradizione democratica e paesi che stanno trovando la strada verso la democrazia. Anche le loro politiche sono diverse. Siamo tutti diversi, ma quando chiediamo la benedizione non dobbiamo dimenticare che Dio ci ha creati uguali”. Questo è l’ultima parte, forse la più importante, della lettera scritta al New York Times dal presidente russo Vladimir Putin. Diamo il bentornato alla Russia nello scacchiere delle potenze internazionali, i fuoriclasse che con una mossa possono decidere le sorti della diplomazia e, in questo caso, di un conflitto come quello siriano, il quale va ben al di la della semplicistica definizione di guerra regionale.  
Stiamo per caso vivendo un revival di guerra fredda? In effetti, a Putin non sono mai dispiaciuti i riferimenti al “glorioso” passato dell’Unione Sovietica, forse ancora memore delle sue avventure all’interno del Kgb: dal sogno di creare un Unione Euroasiatica, una sorta di Comunità europea dei paesi dell’ex blocco socialista, all’asilo politico concesso ad Edward Snowden, l’artefice dello scandalo delle intercettazioni segrete attuate in ogni dove dalla National Security Agency. Simbolica fu anche la frase: “chiunque vuole restaurare il comunismo è senza cervello. Chi non lo rimpiange è senza cuore”. Le ideologie possono morire, i sogni di potenza globale un po’ meno. 
Allora: se è stato ricreato un ambiente di guerra fredda, a chi va il merito? Ad una Russia che, con la situazione siriana incerta e meno ostile al suo fedele alleato Bashar Al-Assad, gioca una partita impostata all’attacco, invece dei soliti “no” di rimessa al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per marcare chiaramente quale deve essere la sua zona d’influenza, dove non sono ammesse interferenze da parte di “soggetti non graditi”? O più che altro a quello che sembra l’inarrestabile declino degli USA in fatto di politica estera, del fatto che gli americani non riescono più ad essere il temibile “guardiano del mondo” che fino a qualche anno fa incuteva timore e reverenza? 
Diciamolo: rispetto a venti anni fa la sinfonia è cambiata. Venti anni fa il mondo, reduce dal crollo dei vari regimi marxisti-leninisti, cadeva sotto il dominio tecnologico-economico-politico dello zio Sam, mentre la Russia, reduce dal tracollo dell’utopia sovietica, si affannava rovinosamente per evitare la bancarotta e ritrovare un suo ruolo nel mondo. Oggi la Russia degli oligarchi aspira a divenire sempre di più la guida dei cosiddetti “Brics”, mentre gli USA sono lo specchio del fallimento della dottrina Obama in politica estera (rispetto del ruolo dell’ONU e rinuncia all’eccezionalismo per tutelare la sicurezza interna americana), e più in generale, l’irrimediabile caduta d’immagine che l’America non riesce più ad arginare da quei pantani chiamati Afghanistan e Iraq. 
Se poi mettiamo anche il fatto che Putin, non certo un campione del pluralismo, possa dare lezioni di democrazia a chi si considera di fatto “il faro della democrazia mondiale”, allora forse non saranno le avvisaglie di una nuova guerra fredda, ma sicuramente sarà chiara la percezione che l’assetto delle potenze globali è cambiato.
Mattia Temporin

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