SundayUp -Se voti Jónsi, voti Renzi: Sigur Rós – Kveikur (2013)

Mi appresto ad ascoltare l’ultimo Kveikur dei Sigur Rós forse nella attitudine e posizione migliori per farlo: nel bel mezzo dell’estate, in braghe e maglietta e senza aver sentito una nota del precedente Valtari (nota: solo una di queste tre condizioni è rilevante ai fini critici). Ho vaghi ricordi della dossografia riguardo Valtari e nella mia testa rimbalzano in maniera ossessiva tipo Victor Barna le parole “influenze” e “dubstep”. Sperando che almeno il primo termine non si riferisca a sudori freddi e tremarelle post-ascolto, durante il primo pezzo (Brennisteinn) mi viene il dubbio che forse quelle etichette si riferisso a Kveikur stesso e non a Valtari. “Mi son preso una bella pésca“, penso fra me e me nel mio dialetto mediopadano, valutando l’opportunità di rovinarmi i bei ricordi che i Sigur Rós mi hanno regalato durante l’adolescenza dovendo invece adesso recensire un disco ‘con influenze dubstep’. 
Comunque, tutta questa storia della dubstep che è salita agli onori della colonna di destra di Repubblica cronaca mondiale ormai un paio di anni fa grazie a personaggi tricologicamente ambigui tipo Skrillex e a certi fresconi tipo i Muse che, in nome di una strategia di marketing che la sanno poi loro,  la inseguivano nei loro dischi compresi nel periodo 2011-2013, mi ricorda un bel documentario di MTV (quando ancora non si limitava a trasmettere taranzi da baraccone e ginnaste venete) nel quale si ripercorreva l’epoca d’oro della disco music. Si raccontava di come, oltre ad essere tutto molto bello, lo stile musicale disco in se stesso (o almeno la sua crosta esteriore) dopo la sua esplosione commerciale venisse scimmiottato e abusato da chiunque. E allora si passava a citare l’esempio di tale vecchia signora della musica pop anni’ 50 che decise di far uscire un album disco, per compiacere le masse – insomma, come se domani uscisse Guccini con un album di electro-clash (piuttosto in ritardo coi tempi, peraltro) o come se Wilma De Angelis* facesse una cover di Lady Gaga [no, l’analogia è un’altra, ma non potevo resistere].

Il peggior effetto seppia-vintage che abbia mai visto.
Mi sono ritrovato d’emblée, narcolettico come Dante, alla title track che, anche lei, presenta quelle paraculate dubstep, che, è ora di dirlo, non faranno certo ascoltare i Sigur Rós ai fan della dubstep e neppure potranno mai compiacere alcun fan dei Sigur Rós. E’ un po’ come quando Renzi apre ai voti della destra: non farà contento nessun elettore del Pd, come probabilmente non farà strage tra i fantomatici moderati che votarono Forza Italia in attesa della rivoluzione liberale (e non, come l’élite semicolta vorrebbe, per le più facili prospettive di tutta la notte/ coca e mignotte).
Per fortuna, la cosa si limita a quei due pezzi. Per il resto è un album dei Sigur Rós senza picchi né in basso né in alto, e ve lo dice uno che non ha problemi coi pezzi di 12 minuti, che peraltro stavolta non ci sono – la durata media si attesta sui cinque. Non ci sono picchi neanche all’interno delle canzoni, mancano cioè quelli che – grazie alla dubstep appunto – sappiamo che si chiamano drop, o, più genericamente, i contrasti forte / piano tipici di quella cosa, ormai più indefinibile del termine ‘indie’, che risponde al nome di ‘post-rock’. Mancano altresì cavalcate che pestano duro dopo un inizio come al solito falsettato ed accorato come Festival, da Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust (2008) o pezzi orecchiabilissimi come Hoppipolla, da Takk.. (2005).
Poca emozione in generale e nemmeno molta emozione nera, come certi pezzi (post)apocalittici dei primi album erano riusciti a farci provare. Simona Ventura avrebbe detto, al timido homo guercio Jónsi, che “non [le] arrivava”. Come mai? Nuova etichetta, riduzione della formazione e forse anche palle piene.
Una categoria di valutazione dei dischi che ho sempre trovato azzeccatissima è “only for fans”, adatta a dischi che, se non sei un fan, non ti faranno mai diventare tale, e se invece lo sei, ti piaceranno, ma solo per motivi secondari, per abitudine e mai perché li riterrai dei punti alti nella discografia dei tuoi eroi. Per farla breve, se hai votato Forza Italia ( TakkÁgætis Byrjun o addirittura ()** ) è piuttosto difficile che ti piaccia Renzi ( Kveikur). Tuttavia questo non ti impedirà di contribuire a portare l’Italia verso destra ( flirtare con sonorità pseudo-dubstep) col sorriso sulle labbra, una volta che avremo finalmente ricominciato a dare del tu alla speranza (cit.) per poi sentirci dire “se ne vada o chiamo le guardie”.

E’ un po’ come quando i fan dei Dandy Warhols (per me uno dei gruppi più sottovalutati della storia) fecero il botto con Thirteen Tales from Urban Bohemia (2000), quell’album che tutti ricordiamo per Bohemian Like You che, oltre a essere stata successivamente stuprata da un personaggio che solo e soltanto negli anni 1998-2005 poteva sussistere come Mousse-T, salì agli onori della cronaca in Italia grazie a un fortunato spot della Omnitel con Megan Gale (e persino Michael Schumacher, gli venisse un bene) di cui peraltro ha campeggiato per anni un cartonato seminudo*** nel garage di mio zio.
Quel pezzo, come lessi su Scaruffi scuotendo vigorosamente la testa in verticale, non aveva quasi nessuno degli ingredienti peculiari degli altri album dei Dandy Warhols e che li avevano resi grandi presso i loro fans accaniti, quelli che potresti incontrare in una festa à la Not your bottle. In Italia, come al solito, ebbe il successo che ebbe anche per via del video bizzarro e contente nudità maschile, tanto che – e qui volevo arrivare, alla rimozione del trauma – ricordo bene uno sprazzo di un TRL (altro programma di Mtv quando era ancora una roba seria, ecc.) in cui la veejay di turno riportava alla folla in festa la dichiarazione del cantante per cui il ragazzo nudo sarebbe sicuramente ritornato in altre successivi video del gruppo (cosa che poi, annaspando a tentoni nel buio dei miei post-13 anni, non mi pare si sia verificata).

E’ terribile, sembra uno di quei manifesti propagandistici pakistani-iraniano-iracheni  con le facce degli ayatollah.
Grazie Mousse-T!

Insomma, ai fans dei Dandies quell’album piacque perché era orecchiabile e sgarzullo (e perché a parte tutto conteneva anche un paio di veri pezzoni tipo Godless), ma se fosse stato il primo album avrebbe attirato tutta un’altra fetta di pubblico, forse la stessa che tiene cartonati di Megan Gale in garage e che crede che Jovanotti non si faccia disegnare gli abiti da Spike Lee negli intervalli delle partite dei Knicks. I fans invece dissero “bella lì, magari al prossimo giro tornano con la psichedelia rock marciona chitarrona e ci divertiamo”. Poi uscì Welcome to the Monkey House (2003) con la sua elettronichetta del cazzo e tanti saluti.

Filippo Batisti
* anche il suo sito web è rimasto fermo al 1994, tipo.
** molto intelligente da parte mia inserire un disco che si chiama () al termine di un elenco racchiuso fra parentesi
*** gesù cristo, ovviamente non parlo di Schumacher!
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