“Tempesta” – Roger Vercel

Auschwitz, Gennaio 1945. Nel “momento di nessuno” nel campo ormai evacuato dai tedeschi e non ancora liberato dall’Armata Rossa, Primo Levi si trova nell’infermeria, lasciato lì assieme ai moribondi senza speranza, che sarebbero soltanto un peso nel corso della fuga. Un medico greco, prima di fuggire assieme agli altri, gli getta un libro sulla cuccetta: “Tieni, leggi, italiano. Me lo renderai quando ci rivedremo”, credendo, ovviamente, che sarebbe morto di lì a poco. E invece Levi sopravvive, e ricorda tutto: oltre alle note atrocità, anche quel dettaglio quasi senza importanza che è il titolo di quel libro. Si tratta diTempesta di Roger Vercel, nom de plume di  Roger Delphin Auguste Crétin, del 1935. Questa, uscita nel febbraio 2013 è la prima traduzione integrale in italiano.


Se si ha in simpatia la kantiana teoria del sublime, non si potrà non apprezzare questo testo: il capitano Renaud, capitano del rimorchiatore Cyclone in servizio a Brest (Bretagna, nel dipartimento di Finistère, la prua dell’Europa, estremo lembo di terra prima dell’Atlantico) risponde alla richiesta di soccorso di un mercantile greco, l’Alexandros, in una notte in cui infuria una tremenda tempesta. Vercel sa come fare il Turner della letteratura: con buon gusto e senza annoiare mai. È vero, si può rimanere inizialmente perplessi di fronte alla narrazione dell’epica battaglia contro un mare tra i più pericolosi al mondo, battaglia che dura tre giorni, tre notti e una buona metà del libro, con il rischio di sembrare fine a se stessa; ma la compensazione arriva rapida nella seconda metà, e con essa la nuova luce sotto la quale ripensare a tutta la prima parte. L’orizzonte, che vediamo aprirsi a poco a poco, dall’angusta stanza da letto del capitano a Brest, fino al porto, al canale del Goulet che si apre gradualmente verso il Mare d’Iroise, e infine all’Atlantico sconfinato sconvolto dalla tempesta, improvvisamente viene, con un vertiginoso zoom, ristretto di nuovo alla sfera privata del capitano, come un cappio, verrebbe da dire: i remorques (“rimorchi”) del titolo originale non sono soltanto bastimenti in avaria o mercantili greci comandati da canaglie che le studiano tutte pur di non pagare il servizio. No, si tratta di tutt’altro, remorques interiori, fardelli che il capitano porta con sé forse senza neanche rendersene conto, finché l’evidenza della malattia incurabile della moglie e un fortunoso incontro con la bella sposa del capitano greco non formeranno un fatale incastro perfetto, che aprirà la serratura e lo condurrà alla scoperta delle sue reali paure.

Il capitano Renaud, un uomo che non teme alcuna tempesta, che resta impassibile davanti al pericolo di sfracellarsi sugli scogli della Baia dei Trapassati, che resta sveglio per tre giorni di fila pur di ricondurre in porto un cargo greco il cui equipaggio non sembra saper fare altro che lamentarsi, implorare e mandare SOS telegrafici, questo stesso capitano tra le mura di casa si sente sperduto, come senza orizzonte, come braccato. Così quando la moglie del capitano dell’Alexandros, esasperata da una routine coniugale che non sopporta più, decide di testimoniare contro il marito e offrire a Renaud la possibilità di vendicarsi del mancato pagamento, lui accetta, credendo forse di aver così messo ordine nella sua vita privata. Ma non è così: la salute della moglie continua a peggiorare e il capitano non trova altra soluzione che la fuga, dalla casa, dalla realtà, e probabilmente da se stesso. Una fuga che lo riconduce, per l’ennesima volta, durante l’ultima, struggente scena, sul Cyclone, a sfidare l’ennesima tempesta alla ricerca dell’ennesima nave da salvare, eroe per tutti tranne che per se stesso.

Alessio Venier

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