My Bloody Valentine: quelli che Casaleggio lo preferivano quando suonava la chitarra

Non li possiederò in una vita intera così tanti amplificatori
(e, soprattutto, non li suonerò mai contemporaneamente!)

Una volta, mentre ero andato su Youtube a cercare non so più che canzone di Barry White (e ne avevo trovato una versione live bellissima, dove lui cantava a qualcosa che assomigliava molto a un matrimonio di mafiosi messicani fine ’70 e, sudatissimo, faceva vibrare ogni cosa, come nella puntata dei Simpson), nei commenti al video avevo letto una tipa che, entusiasta, raccontava a tutti come Barry nostro le avesse “fatto all’amore nelle orecchie”, che almeno in inglese suona indubbiamente meglio.

Ora, al concerto dei My Bloody Valentine tenutosi in quel baraccone che tante gioie e tanti dolori mi ha regalato che è l’Estragon di Bologna, non posso dire di aver provato la stessa cosa, se non altro perché ho usato le protezioni. Una storia che un giorno vi racconterò (ma anche no)narra di come il mio apparato uditivo sia stato parzialmente offeso da una coda strumentale molto, molto rumorosa (almeno tanto quanto inutile) di un gruppo che per inciso amo e amerò sempre tanto. Per questo motivo, mi ero portato dietro un paio di tappi per le orecchie, anche dopo aver ascoltato diversi appelli alla calma in tivù (cit.) sull’argomento, ai quali però la maggior parte dei miei commilitoni all’Estragon non ha, evidentemente, creduto più, per poi pentirsene amaramente quando dal palco è partito un pataccone noise di 10-15 minuti al posto dell’uscita di scena che, nella consunta liturgia del rock moderno, prelude ai bis.
No, a 52 anni vostra madre non è altrettanto bòna.
Ma andiamo con ordine: il palco si presentava come in certi video (di cui non me ne viene in mente neanche uno da linkare) con un muro di amplificatori, nel senso meno metaforico che riusciate a immaginare. E, come era facile immiginarsi date le premesse, appena attaccano all’unisono il dato immediato è la pacca che ti arriva in faccia. Molto compatta, compressa, non violentissima, ma solida, unita. Un’altra premura che avevo recepito tramite i mezzi di informazione di massa era quella di non scassaminchiare il fonico dicendogli di alzare le voci. Perché erano decisamente basse. Tuttavia, cari ragazzi, abbuonando il giusto aggrottamento iniziale, chiunque abbia continuato a pensare che le voci fossero troppo basse, non ha capito niente dei My Bloody Valentine o, per chi ha fatto le scuole, della loro poetica, che è quella del magma, dell’indistinto da cui, ogni tanto, come in un ciclo naturale, emergono singolarità distinguibili. E devo dire che, una volta abituatisi, era piuttosto bello.
Certo, dopo 45 minuti di concerto in diversi avevamo la sensazione che, lascia pure il magma, l’indistinzione, il brodo primordiale e tutte cose, quelli sul palco si stesso facendo grasse, postmoderne risate alle spalle del pubblico in discreto visibilio ripetendo dei pezzi già eseguiti precedentemente. Certo, questo è un difetto connaturato al genere da loro praticato, se vogliamo, ma non mi aspettavo niente di diverso, visto anche l’ultimo, hyper-hyped album, mbv, che era sì, carino e non deludente (cosa mica da poco, sia chiaro), ma niente di stupefacente.
Shields (sx) e Debbie Googe (dx) hanno qualcosa in comune. Per scoprirlo, continuate a leggere.
Non so se sia stato un evento assoluto (che male che fanno gli esami del Dams, ragazzi), ma di sicuro non avevo mai visto su un palco una scena come quella che è andata avanti per 50 minuti: una testata delle 6 o 7 presenti aveva qualche problema (non che la presenza o assenza di una cassa in più avrebbe determinato chissà quale differenza nella resa psicoacustica del concerto) e due baldi (oddio, quello più giovane sembrava il clerk dei Simpson)(Gesù, sto esaurendo i miei riferimenti culturali, devo fare qualcosa, vado a cercare un cinema d’essai così posso ampliare il mio repertorio) fonici hanno passato metà serata a sventolare la testata in questione che si era evidentemente surriscaldata. Anche i loro, di timpani, devono aver fatto festa.
Per quanto riguarda invece gli attori in scena, i nostri 4 erano supportati da dei visuals(che ormai credo si porti dietro anche Al Bano, pure per i concerti improvvisati) astratti e da una giovincella che suonava un po’ di tastiere. Di chitarre ce n’erano tante, molto colorate, alternate continuamente, tanto che a un certo punto si sono ritrovati tutti con strumenti blu elettrico o azzurro, ed era una gioia per gli occhi. Bilinda Butcher era una specie di opera di Fidia, per la compostezza e non certo per le proporzioni di donna esile e graziosa che la contraddistingue. Poi, beh, come era già stato fatto notare, Kevin Shields (oltre ad appartenere a quella lunga e gloriosa stirpe dei menwholooklikeoldlesbians/ 2 / 3) (il vero mindfuck della situazione però è che Debbie Googe assomiglia a un uomo che assomiglia a una vecchia lesbica più di quanto lei stessa assomigli a una vecchia lesbica) è uguale a Gianroberto Casaleggio, anche se io opto per l’ipotesi del complotto: sono la stessa persona. La verità è che i Mbv sono tornati sulle scene per finanziare il M5S, oppure il contrario, il Movimento è stato fondato per poter far uscire l’album – non sono ancora sicuro, devo controllare meglio le scie chimiche di oggi.
 
https://www.facebook.com/pages/Shoegazers-per-Casaleggio/140668039434266?fref=ts

Insomma, se vi capita, andate (e non menatela tanto per i 35 euri del caso, non vi ricapiterà mai più di vederli). E se vi capita un festival all’aperto, molto meglio: la pacca sarà maggiore, ma l’assenza del rimbombo delle pareti sarà solo che un vantaggio.

Filippo Batisti
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