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Legge 194 e diritto all’aborto: i dati che mancano

Il 24 giugno 2022 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha cancellato la sentenza Roe vs Wade, che proteggeva e garantiva costituzionalmente il diritto all’aborto. La notizia, che aveva già cominciato a diffondersi tramite una soffiata di un giornalista del magazine Politico, ha fortemente colpito l’opinione pubblica americana, provocando manifestazioni in tutto il paese. Allo stesso tempo, anche l’Europa è rimasta scossa dalla decisione presa oltreoceano. Sono state spese parole e considerazioni anche in Italia, dove è importante soffermarsi e tenere ben presente che il diritto di aborto, garantito dalla legge 194 del 1978, è fortemente a rischio.

Il Ministero della Salute ha pubblicato, come ogni anno, un documento di riepilogo sull’applicazione della legge 194, facendo riferimenti ai dati dei ventiquattro mesi precedenti. Il report presenta l’andamento generale, le caratteristiche delle donne che fanno ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), le modalità di svolgimento, l’obiezione di coscienza e le attività offerte dai consultori. Seppur sembra esserci una forte e dettagliata attenzione alle interruzioni volontarie di gravidanza, così come la volontà di inquadrare la situazione italiana, la relazione del Ministero non è sufficiente per capire se e come la legge 194 sulla interruzione volontaria della gravidanza è applicata.

Il testo si articola in cinque sezioni, dove vengono trattate le considerazioni generali su come si sia svolta l’applicazione della IVG, le tipologie di donne che hanno chiesto di abortire, come gli interventi si siano svolti, la questione dell’obiezione di coscienza e l’attività dei consultori. I dati di riferimento sono quelli dei due anni precedenti, raccolti fino al 2021 a causa delle difficoltà di reperirne alcuni per motivi legati all’emergenza pandemica.

Meno aborti e tanti obiettori: ciò che il documento lascia in sospeso

L’andamento generale mostra una continua decrescita delle interruzioni di gravidanza: un crollo drastico pari al -71,6% negli ultimi quarant’anni. E’ importante però contrastare questa variazione con la variazione nel numero di gravidanze nello stesso periodo, dati che il documento del Ministero della Salute non riporta. Secondo le ricerche di The Bottom Up, in base alle stime di dati Istat, dal punto di vista qualitativo c’è una riduzione degli aborti anche tenendo conto della riduzione delle gravidanze, un calo di 14 punti percentuali*. Nel 1983 gli aborti in Italia erano pari a 234mila, mentre le gravidanze erano 835mila. Per quanto riguarda il 2020, il numero di aborti è parti a 66.400, mentre le gravidanze risultano 471.300.

Tra le ragioni del Ministero viene ipotizzata una migliore disponibilità dei metodi contraccettivi e una maggiore conoscenza in ambito di prevenzione. In realtà, in merito all’uso degli anticoncezionali, direttamente connesso alla loro accessibilità, l’Italia occupa il 26° posto nella classifica stilata da Aidos su accesso e diffusione della contraccezione in Europa. Inoltre, è uno dei pochissimi paesi europei in cui non viene inserita l’educazione sessuale nel programma didattico, lasciando i giovani ad un autodidattismo non sempre efficace. Tutti aspetti che andrebbero presi in considerazione, ma di cui non si fa minimamente cenno nel report.

Ma il dato che viene omesso e invece spiegherebbe, almeno in parte, la decrescita così esponenziale delle interruzioni di gravidanza è l’obiezione di coscienza. In Italia si registrano cifre di obiezione di coscienza che rendono l’accesso all’aborto sempre più difficoltoso: il 64,6% dei ginecologi, il 44,6% degli anestesisti e il 36,2% del personale non medico ostacola l’interruzione di gravidanza. La relazione, inoltre, non presenta quanti non obiettori effettuano le IVG, qual è il numero medio settimanale di IVG per non obiettore e se ogni struttura in cui non c’è il servizio assicura alle donne il percorso di IVG.

Inoltre, il valore relativo al numero di obiettori di coscienza non viene mai messo, per tutte le 103 pagine di analisi, in relazione con l’effettivo numero di aborti compiuti per nati vivi (unità di misura utilizzata nel documento), né tantomeno con quello di IVG richieste ma respinte, andando a escludere e non considerare una serie di dati per una possibile stima degli aborti che non sono stati eseguiti dopo una consulenza psicologica fortemente scettica, a causa di elevati tempi di attesa per riuscire ad interrompere la gravidanza o per assenza di mezzi economici per raggiungere strutture in cui vengano praticati aborti.

I consultori

Il primo aspetto, che viene solo nominato ma non approfondito, è il ruolo che i consultori hanno nella scelta delle donne che si recano per essere o guidate nella scelta o, avendo già deciso, supportate per trovare un luogo dove poter abortire. 

Dai dati raccolti emerge, come negli anni passati, un numero di colloqui IVG superiore al numero di certificati rilasciati (45.533 colloqui vs 30.522 certificati rilasciati), ciò potrebbe indicare l’effettiva azione per aiutare la donna “a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione della gravidanza” (art. 5, L. 194/78). Il report però non indaga e non specifica quali siano poi concretamente queste azioni, lasciando quindi aperto un tema importante come l’obiezione pre-ospedaliera, non conteggiata nelle stime. 

Tempi di attesa

Riguardo alle tempistiche, “sono in diminuzione i tempi di attesa tra rilascio della certificazione e intervento (possibile indicatore di efficienza dei servizi). La percentuale di IVG effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento è infatti leggermente aumentata: 74,3% nel 2020 rispetto a 72,6% nel 2019. Contemporaneamente è diminuita la percentuale di IVG effettuate oltre le 3 settimane dal rilascio della certificazione (9,8% nel 2020)”.

Il fatto che 14 giorni siano un tempo esageratamente lungo in ogni caso e che la gestione burocratica che si frappone tra la certificazione e l’intervento non viene minimamente problematizzato. Già a livello di testo della legge viene previsto che debbano passare sette giorni di “riflessione” tra la richiesta per la IVG e la IVG. I tempi delle liste di attesa, che secondo le stime degli ospedali possono arrivare fino a trenta giorni a causa della scarsissima presenza di personale operante, sono dati che non vengono posti in relazione con il numero di obiettori di coscienza. 

La “carenza di servizi disponibili per l’effettuazione dell’IVG” citata nel paragrafo dedicato alle urgenze è un altro valore che resta abbandonato a se stesso.

Mobilità

Riguardo invece all’impossibilità di spostarsi non viene quantificato alcun valore. Secondo l’articolo 9 della legge 194 “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La Regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale”

Se è vero che “la mobilità fra le Regioni e Province Autonome è in linea con quella di altri servizi offerti dal Servizio Sanitario Nazionale”, andrebbe dimostrato. Un dato che potrebbe mostrare la minore mobilità medica è la costanza, con qualche fluttuazione, del numero di aborti settimanali che compiono i medici: coprire tutte le richieste svolte in strutture con un 100% di obiezione non sarebbe compatibile con il carico lavorativo che invece risulta.
Inoltre, la garanzia dell’applicazione dell’articolo è in netto contrasto rispetto al numero di testimonianze in cui, a spostarsi di regione in regione, non sono i medici ma le donne. Ma non tutte possono permettersi di farlo, vedendosi dunque negata il diritto di accedere a strutture che praticano l’aborto.

Aborti clandestini

C’è un altro aspetto cruciale che non viene conteggiato nelle statistiche: gli aborti clandestini, ovvero svolti al di fuori di una struttura medica, pubblica o privata, riconosciuta come tale. Nel documento figura una stima degli aborti clandestini relativi al 2020 che si aggira tra 10.000 e 13.000, con esplicito riferimento alla difficoltà di contarli. Seppur venga definito un fenomeno di “bassa entità”, ovvero pari al 6% degli interruzioni di gravidanza effettuate legalmente, sono tutti aborti che significano come, in uno stato dove interrompere la propria gravidanza dovrebbe essere un diritto, non è stato possibile. 

Vuoto di luoghi

Il paragrafo dedicato all’obiezione di coscienza si apre spiegando come venga eseguita la raccolta dei dati, svolta tramite una dichiarazione delle strutture ospedaliere su quanti siano gli obiettori, con successiva traduzione del valore numerico in percentuale. Una metodologia del genere non tiene conto di svariate sfumature: non tutti i medici che non compiono aborti si dichiarano obiettori (perché decidono di non compiere IVG, ad esempio, per sovraccarico lavorativo) né tutti i medici potenzialmente abilitati a svolgere IVG effettivamente sono incaricati di farle.

Inoltre, vi è un secondo importante problema: uno dei parametri secondo cui vi sono appositi luoghi sufficienti perché il diritto all’aborto possa essere esercitato in tranquillità è il numero di punti e ospedali in cui questo può essere svolto (perché, è utile ricordare, non tutti gli ospedali o tutte le cliniche hanno spazi adibiti alle IVG). Ma questo valore non viene rapportato con il tasso di obiezione di coscienza all’interno di ciascun ospedale, dal momento che il numero di medici o personale obiettore viene semplicemente tradotto in percentuale regionale. Non si sa, ad oggi, quanti e in quale struttura siano i medici obiettori, dato di fondamentale importanza per chiunque sappia di dover affrontare un iter potenzialmente molto lungo e che non può rischiare di trovare ostacoli come medici obiettori.

Anno di grazia 2020

A monte di tutto ciò, va tenuto conto che il documento presenta dati relativi al 2020, l’anno in cui la pandemia da Covid-19 ha trasformato l’attuazione delle pratiche mediche. Gli spostamenti tra ospedali da parte dei medici sarebbero dovuti restare garantiti nonostante la situazione di emergenza, ma le numerose testimonianze provano che il servizio sanitario non ha affatto adempiuto agli obblighi legalmente previsti. 

Nel documento stesso si legge come “in alcuni casi è stata indicata dalle Regioni l’autonoma decisione di alcune strutture di ridurre il numero di interventi settimanali (in 4 Regioni), di sospendere le procedure di IVG farmacologica (in 4 Regioni) e chirurgica (in 2 Regioni).”  Alla luce della già difficile situazione a cui ogni donna che desidera abortire è sottoposta, si aggiunge la facoltà delle singole strutture di diminuire la prestazione di un servizio già scarsamente erogato.

“Mai dati”: una mancanza, un progetto

L’assenza di un preciso trattamento dei dati è stata esplicitata dal documento stesso: “in alcuni casi sono stati inoltre rilevati alcuni problemi nella completezza delle informazioni nei dati registrati su GINO++. In particolare si segnala la presenza di un numero più elevato di informazioni mancanti per alcune variabili nei dati del 2020 provenienti da Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Campania e Puglia 

Quali sono i motivi di queste mancanze? Cosa si intende per “numero più alto”? La cattiva comunicazione si nota dalla incapacità di raccogliere dati con un metodo coerente e di non riuscire a connetterli tra loro per restituire un’informazione trasparente e accessibile, impedendo una descrizione delle reali problematiche in quadro completo e dettagliato.

A coprire le mancanze statali ci sono campagne informative come Obiezione Respinta, che fornisce una mappa degli obiettori e degli ospedali in cui c’è il 100% di obiezione, e Libera di Abortire, il recente progetto editoriale Mai Dati, che fa chiarezza sulle carenze importanti della trasparenza dei Ministero della Salute, e l’attivismo dell’Associazione Luca Coscioni

Ciò che viene chiesto all’unanimità è una chiarezza che manca. 

Beatrice Ferrigno

Foto di copertina: Francesca Capoccia/The Bottom Up

*Per calcolare questo dato, abbiamo preso in considerazione la stima degli aborti in base al numero di gravidanze (ovvero, stima delle nascita sommata alla stima degli aborti).
Per l’anno 1983 il calcolo è stato il seguente: 234mila/835mila = 28%.
Per l’anno 2020 il calcolo è stato il seguente: 66mila/471mila = 14%.
Il risultato è un calo di 14 punti percentuali tra il 1983 e il 2020.

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