proteste aborto Polonia Varsavia

In Polonia le donne continuano a lottare per il diritto di aborto

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Il 22 ottobre 2020 la Corte Costituzionale della Polonia ha emesso una sentenza che dichiara l’aborto incostituzionale anche in caso di una grave e irreversibile malformazione del feto o di una malattia potenzialmente letale incurabile. La sentenza è entrata in vigore soltanto lo scorso gennaio, ma gli effetti negativi si sono avvertiti sin da subito: abortire in un ospedale pubblico polacco è diventato praticamente impossibile.

Proprio in questi giorni migliaia di persone si sono radunate in più di 100 città polacche sotto lo slogan “Non una di più” in ricordo di Iza, una donna 30enne alla 22esima settimana di gravidanza morta presso l’ospedale di Pszczyna a causa di uno shock settico. Sebbene la gravidanza e la salute della donna fossero a rischio, secondo gli avvocati, i medici hanno esitato a praticare l’aborto per paura di riscontrare responsabilità penale.

Nonostante le limitazioni, negli ultimi 12 mesi, grazie ai gruppi che operano nell’ambito di Abortion Without Borders (contattabile al numero 22 29 22 597), 34.000 persone hanno potuto comunque accedere all’aborto.

Secondo Marta Lempart, attivista, co-fondatrice e leader del movimento Sciopero delle Donne Polacche, intervistata da The Bottom Up, “se una donna desidera abortire non c’è nulla che possa fermarla”.

Problemi di incostituzionalità

La sentenza è stata messa in discussione non solo perché di fatto priva le persone dall’acceso all’aborto, ma anche perché è considerata illegittima, aprendo così il dibattito su stato di diritto, indipendenza e democrazia in Polonia. Lempart ci spiega che “non è una vera sentenza ma un annuncio fatto da una persona che pretende di essere Presidente della Corte Costituzionale, mentre in realtà in Polonia non abbiamo una Corte Costituzionale e giudici eletti legalmente”.
Lo scorso 21 ottobre 2021, infatti, il Parlamento Europeo in una risoluzione ha dichiarato che la Corte Costituzionale polacca manca di validità giuridica e indipendenza e non è qualificata per interpretare la costituzione del Paese, dunque la sentenza è illegittima ed è stato riconosciuto che le severe restrizioni alla salute e ai diritti riproduttivi delle donne sono illegali.

“E’ stato un passo molto importante”, continua Lempart, “perché in questo modo la possibilità che l’aborto diventi legale è ancora aperta, e quando la nostra proposta di legge arriverà in Parlamento sarà assolutamente legittimo dire che il diritto di aborto è conforme e nel rispetto della Costituzione”. A un anno di distanza dalla sentenza, Lempart e il suo movimento Sciopero delle Donne Polacche, insieme ad altre organizzazioni e ad alcuni parlamentari, stanno lavorando per raccogliere le firme necessarie per depositare la proposta di legge in Parlamento, così da sostituire il Family Planning Act 1993, legge che tuttora regola l’accesso all’aborto e che la Corte Costituzionale ha reso ancora più restrittiva. Il nuovo progetto consentirebbe l’aborto senza limitazioni fino alla dodicesima settimana di gravidanza, e oltre questo termine solo nei casi in cui è a rischio la salute mentale o fisica di una persona incinta, la gravidanza è insostenibile o è derivante da stupro o incesto.

“Non è importante solo raccogliere le 100.000 firme, ciò che a noi interessa è scendere in strada e parlare con le persone, educarle e sensibilizzarle”, ci racconta. “I conservatori sembrano non avere a cuore i diritti umani o i diritti delle donne, ma quando si tratta di casi reali è diverso e anche loro sono d’accordo sul fatto che tutte le persone dovrebbero avere accesso all’aborto, non solo le più ricche. Dopotutto sanno che una legge non può fermare le persone dall’avere un aborto. Parlando con le persone e manifestando nelle piazze che, dal 2016 a oggi siamo passate dal 39% di persone pro aborto al 69%”.

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Foto di Marta Bogdanowicz

Azioni dal basso

Negli ultimi 5 anni il lavoro di Sciopero delle Donne Polacche è stato essenziale. Il movimento è nato su iniziativa di Marta Lempart e della sua compagna Natalia Pancewicz, che insieme hanno organizzato il famoso Black Monday nell’ottobre 2016 per protestare contro la proposta di legge che prevedeva l’abolizione totale del diritto di aborto. Prendendo ispirazione dallo sciopero delle donne islandesi del 1975, hanno deciso di coinvolgere più persone possibili, arrivando a protestare in 150 città.

Il successo dello sciopero è dovuto principalmente a due fattori: l’impatto del logo e delle grafiche, ideate dalla designer grafica Ola Jasionowska, che sono state ampiamente condivise sui social network. Si è trattato inoltre di un’azione dal basso. “Diverse persone che chiedevano informazioni per partecipare alla protesta alla fine sono diventate leader e organizzatrici locali. La manifestazione riuscì nel suo intento e la legge venne bloccata, ma il contraccolpo è stato molto forte: c’è stata un’impennata di molestie nei confronti delle leader locali da parte della Chiesa”, spiega Lempart. “Il movimento è nato dalla ribellione di queste donne”.

L’azione dal basso, in Polonia, è diventata la regola. Oltre a Sciopero delle Donne Polacche, molto importanti sono organizzazioni e collettivi quali Aborcyjny Dream Team e Abortion Without Borders, che offrono aiuto alle persone con gravidanze indesiderate, informano sulle opzioni disponibili per l’aborto sicuro, forniscono consulenze prima, durante e dopo un aborto, danno informazioni su come ottenere pillole sicure per l’aborto farmacologico e supportano finanziariamente, logisticamente e praticamente l’aborto all’estero.

Il divieto di aborto non significa niente più aborto, ma soltanto che bisogna farlo fuori dal sistema, fuori dalla sanità pubblica, tramite organizzazioni autogestite”, ci spiega Lempart. “Ad esempio, il numero di aborti che Abortion Witout Borders praticava in un mese, ora lo fornisce in un giorno, e questo è grazie alla protesta del 2020, quando il loro numero di telefono è apparso ovunque e ora le persone conoscono il servizio e sanno a chi rivolgersi per chiedere aiuto”.

“Tenendo conto delle statistiche del governo polacco sul numero di aborti praticati prima della sentenza negli ospedali polacchi, concludiamo che Abortion Without Borders si è fatta carico di quasi tutti gli aborti precedentemente forniti dallo Stato. La responsabilità degli aborti ora ricade sulle spalle delle organizzazioni femministe e dei gruppi informali e dipende dai soldi raccolti dalle donazioni”, spiega l’associazione Women Help Women, un’organizzazione internazionale che facilita l’accesso alle pillole abortive e nell’ultimo anno ha aiutato 18.000 persone in Polonia.

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Foto di Marta Bogdanowicz

Come abortire

La sentenza ha di fatto bloccato tutto il sistema pubblico sanitario in materia di natalità, e ora anche le persone che potrebbero comunque avere un aborto legale in ospedale scelgono di rivolgersi alle organizzazioni autogestite per paura di essere perseguitate, per paura che il loro nome venga dato alle organizzazioni pro-life. “Persino i test prenatali non vengono più fatti in ospedale, le persone non si fidano più dei dottori, perché molto spesso mentono e dicono che la gravidanza procede bene, anche quando non è così”, racconta Lempart. “Se per caso c’è il sospetto che tu possa anche solo considerare di abortire, allora vieni perseguitata”.

L’unica soluzione per poter avere un aborto, in Polonia, a prescindere dal motivo, che sia legale o no, è rivolgersi al settore privato della sanità, o ad organizzazioni auto-gestite, o a cliniche di altri Paesi. Difficile è anche farsi prescrivere i contraccettivi di emergenza, se non grazie alle iniziative autogestite. Anche la sterilizzazione è illegale per le donne in Polonia, quindi l’unica soluzione, anche in questo caso, è andare all’estero. Agli uomini, invece, è consentito.

L’aborto non è un’opinione, laborto è una decisione che le persone prendono quando ne hanno bisogno, quando hanno gravidanze indesiderate e vogliono interromperle. Altre volte è invece una gravidanza voluta, diagnosticata con difetti che precludono la possibilità di vita per il bambino dopo la nascita”, dichiara Justyna Wydrzyńska, di Donne sul Web. Abortion Without Borders è nata proprio per fornire supporto mentale, psicologico, logistico e soprattutto finanziario a tutte le persone che non possono viaggiare all’estero da sole, che non parlano la lingua e necessitano dell’aiuto di un traduttore per contattare il personale medico.

“Ci sono studi che mostrano come le donne che in condizioni normali vorrebbero avere figli, in questi casi decidono di non farlo, di non rimanere incinta perché tutta la situazione, tutto il sistema è insostenibile”, conclude Lempart.

Francesca Capoccia

Fonte foto di copertina: Marta Bogdanowic

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