Israele Palestina bombardamenti

Questione israelo-palestinese: perché non si può parlare di conflitto

Dopo undici giorni dall’irruzione nella moschea al-Aqsa delle forze militari israeliane e delle manifestazioni di protesta palestinesi finite nel sangue, il bilancio delle vittime è drammatico: 248 le vittime palestinesi e 13 quelle israeliane. Il 21 maggio Israele e Hamas hanno raggiunto un accordo sul cessate il fuoco, ma le provocazioni israeliane contro la popolazione palestinese non sono un fenomeno nuovo. È perciò importante capire in quale contesto si è inserita l’escalation di violenza delle ultime settimane in modo da evitare pericolose generalizzazioni.   

Cecilia Dalla Negra, giornalista indipendente esperta di Palestina intervistata per The Bottom Up, spiega come prima di tutto sia doveroso chiarire che il contesto in cui si sono verificate le violenze è “un contesto di colonialismo e insediamento, di occupazione militare e un regime di apartheid. Lo scenario che si vive in Palestina è quello di estesa oppressione e discriminazione e quello degli ultimi giorni è un ennesimo episodio di violenza”.  Cercare di definire le aggressioni partendo dai singoli episodi è fuorviante, in quanto la questione palestinese si inserisce in un contesto molto più ampio e duraturo. “Le violenze sono iniziate settimane fa” continua Dalla Negra “con una serie di prevaricazioni da parte delle autorità israeliane nei confronti della popolazione palestinese che hanno portato numerose situazioni difficili da gestire in un periodo delicato come quello del mese di Ramadan, da poco terminato, e in una città tanto simbolica come quella di Gerusalemme”.  Nelle ultime settimane, infatti, le forze militari israeliane hanno limitato ai fedeli l’accesso alla città, allestendo barriere presso la Porta di Damasco, luogo importante per tutti i cittadini palestinesi di Gerusalemme in quanto rappresenta un luogo di ritrovo collettivo, e presso la Spianata delle Moschee, sito simbolicamente importante a livello religioso. Le provocazioni sono continuate attraverso la repressione delle manifestazioni contro l’espulsione forzata dalle proprie case di alcune famiglie nel quartiere di Sheikh Jarrah, fino all’irruzione violenta dei militari israeliani all’interno della moschea al-Aqsa nell’ultimo venerdì del mese sacro di Ramadan.

È almeno un mese che questa situazione di violenza e istigazione si protrae, e questo ha fatto emergere una miccia che “covava sotto la cenere”, spiega Cecilia Dalla Negra, “facendo da detonatore all’esasperazione palestinese che non deve essere quindi descritta come un’esplosione improvvisa, ma, piuttosto, come l’escalation di una tensione già incandescente”.

Successivamente alle violenze e agli arresti avvenuti a Gerusalemme Est nel quartiere di Sheikh Jarrah, nella moschea al-Aqsa e nella spianata delle moschee, Hamas aveva dato un ultimatum a Israele. Ultimatum che non è stato rispettato perciò, allo scadere di questo, Hamas e altri gruppi minori presenti nella Striscia di Gaza hanno lanciato una serie di razzi su Israele, la cui risposta sproporzionata non ha tardato ad arrivare.

Non solo Hamas

Con il passare dei giorni Israele ha intensificato gli attacchi sulla striscia di Gaza, ma la questione non riguarda solo Hamas, partito politico di ispirazione islamica, e Israele, come viene spesso semplificato, in quanto gli attori coinvolti sono di più. Prima di tutto, non si può parlare solo di Hamas perché rappresenta solo una parte della popolazione palestinese e questo, come spiega ancora Cecilia Dalla Negra, dopo anni di isolamento e il naufragio delle elezioni, tenta di cavalcare la rabbia popolare attraverso azioni militari come il lancio di razzi verso Israele. Lo scontro tra Hamas e Israele è la faccia di una medaglia più complessa che vede continue violazioni di diritti umani in ogni angolo di Palestina e Israele e continue manifestazioni di protesta da parte della popolazione civile.

L’altro attore fondamentale nella questione, spesso dimenticato, è rappresentato appunto dalla popolazione civile che tenta di resistere al regime di occupazione e apartheid messo in atto da Israele, attraverso una serie di forme completamente diverse tra loro più o meno violente, ma generalmente disarmate. Uno degli elementi importanti della resistenza civile è rappresentato dalla diaspora palestinese, che attraverso le azioni nei nuovi paesi di insediamento si impegna nella diffusione delle notizie e in una azione di controinformazione essenziale per la comprensione della realtà.

Perché non si può parlare di conflitto

Un altro dei punti fondamentali da sottolineare quando si parla delle tensioni tra Israele e Palestina riguarda il linguaggio. In questa situazione, il ruolo della comunità internazionale è cruciale per il riconoscimento delle violenze di Israele nei confronti del popolo palestinese e per la spirale di violenza che continua a causare vittime ormai da decenni. La priorità della politica internazionale sembra essere, però, quella di continuare a parlare di guerra civile, anche se, come spiega ancora Cecilia Dalla Negra, quello tra Israele e Palestina non è un conflitto. Un conflitto, infatti, presuppone uno scontro tra due parti sullo stesso piano, tra due eserciti, gruppi o schieramenti armati che si confrontano in modo paritario per una controversia. Quello tra Israele e Palestina, invece, prevede uno scontro impari tra uno degli eserciti più potenti e armati del mondo e un partito politico con una frangia armata come quello di Hamas e il resto di popolazione che tenta di resistere come può. Parlare di conflitto è quindi fuorviante “perché restituisce all’opinione pubblica l’idea che ci siano due parti alla pari, ma non è così”, continua Dalla Negra, che spiega come in Israele ci sono rifugi anti-razzo, mentre a Gaza non esiste niente di simile e i bombardamenti a tappeto sono estremamente pericolosi per la popolazione che non sa dove rifugiarsi.

La violenza di Israele non termina con il cessate il fuoco raggiunto qualche giorno fa con il partito di Hamas, in quanto quello che porta avanti dall’inizio del 1900 è un’azione di colonialismo di insediamento, il cui obiettivo è quello di conquistare terra ed espellere ed eliminare la popolazione autoctona. “Questo obiettivo viene perseguito tramite vari strumenti”, spiega la giornalista, “tra cui l’occupazione militare dislocata sui territori della Cisgiordania dal 1967, il sistema di occupazione e apartheid (riconosciuto anche dall’Ong Human Rights Watch, ndr) che prevede che all’interno dei territori occupati Israele perpetui quotidianamente discriminazioni, espropri, confische, eccetera, tutti strumenti considerati illegali dal diritto internazionale, ma che restano lettera morta in quanto a Israele tutto è concesso”.

Parlare di conflitto è quindi errato, “ma non è un errore commesso in buona fede, è una precisa scelta politica”, conclude Dalla Negra.   

Anna Toniolo

Immagine di copertina: Bashar Taleb, Afp. Via Internazionale

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