Donald Trump Compleanno

Le email di Trump che ho ricevuto in questi giorni, e la spettacolarizzazione delle proteste

Mai come dall’inizio delle proteste la mia casella email – quella che uso per ricevere le newsletter di politica – è stata intasata da messaggi dallo staff di Trump. Di solito ne arriva una ogni settimana o due: invece negli ultimi giorni ne ho ricevute una valanga. Probabilmente è la risposta comunicativa alla crescente pressione politica generata dalla morte di George Floyd, le richieste di ridurre i fondi alla polizia locale, demilitarizzarla, e investire maggiormente in programmi sociali per la comunità afroamericana.

Se siete appassionati di politica americana: eccole.
Dentro trovate di tutto. Da “compra la tazza con la scritta MAGA dad”, agli ANTIFA, il muro. Il fatto che inginocchiarsi durante l’inno sia anti-Americano, i media corrotti, i democratici socialisti. Defund the police, Sleepy Joe, law and order. Ovviamente, sono arrivate anche diverse email di raccolta fondi per il compleanno di Donald, il 14 giugno.
In una settimana, o poco più, la comunicazione di Trump è riuscita nell’intento di toccare l’intera gamma retorica con la quale empatizza la sua base elettorale.

Se sei arrivata qui seguendo un titolo volutamente bait, ti aspettavi una qualche tipo di ragionamento sul rapporto tra Trump e la sua base. Analisi di questo tipo, ne ho fatte in passato, ne farò in futuro: alla fine cerco di raccontare gli Stati Uniti, vivendoci da quattro anni, con un passato a scienze politiche e ora dottorato in economia. Figurati se non mi interessa capire, e far capire, quali siano le dinamiche sociali del paese in cui vivo. Ma non è questo il giorno.

Oggi voglio imparare a dire, e spero tu lo faccia con me: chissene frega.

Chissene frega del sondaggio della contea di Ingham. Chissene frega delle polemiche tra Trump e il generale Mattis. Chissene frega di cosa fa il dipartimento di polizia di Grand Rapids.

Non fraintendermi, chiaro che matters: conta chi è l’inquilino della Casa Bianca, conta quali sono le dinamiche sociali, e quindi politiche, della più grande potenza militare, economica e culturale del pianeta.
Ma cosa serve appassionarsi delle disuguaglianze dall’altra parte dell’oceano, se non si vedono quelle che avvengono nel proprio quartiere? Mi sento in colpa a darvi in pasto troppe notizie sugli USA: mi sembra gola, più che fame di giustizia.

Ne ha parlato Zerocalcare (ho cercato di fare l’embed dalla sua pagina facebook, ho fallito, maledetto wp. Appena esce quello di Propoganda Live su YouTube lo aggiorno).

“si lanciano in programmi efferati pure se non j’è mai fregato un cazzo né del razzismo né degli abusi né dei morti che ce so’ stati. eh beh ma quando è morto Stefano Cucchi io però stavo alle Cinque Terre là non pijava’r uaifai”

Cerchiamo insieme di rispondere alla critica di Michele (Zero), in modo da non essere il tizio che era alle Cinque Terre, almeno da adesso in poi:

– Sai come sta andando il processo Cucchi Ter, o le violenze e la mancanza di trasparenza è solo un problema del sistema giudiziario americano?
– Riesci a scoprire se il tuo comune ha progetti educativi di strada, quali le politiche di sostegno al reddito e integrazione sociale e culturale? Se è una cosa complicata, a chi puoi chiedere per saperlo?
– Conosci i progetti di volontariato del tuo quartiere, e se puoi dare qualche ora della tua settimana per una causa in cui credi?

Ferma. Fermati. Alt.
Pensa alla reazione emotiva che ti hanno suscitato queste ultime tre domande. Le hai lette più velocemente, saltando le parole? “Progetto di educativa di strada, ouf, cheppalle”. Ci sono due ragioni alla base di questa maggiore facilità nell’empatizzare con qualsiasi cosa arrivi dagli States.
La prima è il potere culturale che gli Stati Uniti hanno sugli italiani. Non è che perdere una guerra mondiale si chiuda con una pacca sulla spalla: il piano Marshall, la NATO e la guerra fredda, eccetera.
Come se non bastasse: i media italiani, blogger, gente che negli USA non ci ha mai messo piede, tutti a commentare. E quindi i lettori si trovano piacevolmente sommersi di notizie. Mentre fare giornalismo locale – dati, interviste, niente copia incolla da giornali stranieri – richiede tempo, competenze, un sacco di energia, e voglia di aspettare settimane che qualcuno risponda ad una tua email. Riassumendo in modo brutale: parlare di Stati Uniti fa figo, suona figo, gli Americani ci fregano con la lingua:


Secondo, cominciare ad impegnarsi in prima persona comporta fastidio.
Eh sì, fastidio, perché bisogna prendere consapevolezza dell’esistenza di progetti e persone che lavorano da anni su quei problemi appena “scoperti”. Ci vuole quindi un’enorme dose di umiltà nel riconoscerne il merito ad associazioni, volontari e attivisti. Con l’aggravante che questo cambio di passo (estremamente positivo) è mosso da qualcosa che avviene in un altro paese. Un po’ come riconoscere il genio di Battiato perché in Cina parlano di cantautorato.
Attenzione: questo non deve scoraggiare chi ha scoperto o rispolverato una certa sensibilità, ma cerco solo di inquadrare il contesto generale per chi si trova a fare attivismo per la prima volta.

Perché dico queste cose? Potrei stare zitto e dire: bravi, #blm, viva l’antirazzismo. Chiaro. Sappiamo entrambi quali sono i problemi, l’ho già scritto. E soprattutto, mi sento responsabile per la qualità delle informazioni che vi arrivano: ho fatto anch’io diversi errori di comunicazioni nelle scorse settimane, cercherò in futuro di darvi notizie che portino alla riflessione critica e comparata. Evitando quindi che le violenze della polizia e le disuguaglianze siano solo uno spettacolo a cui appassionarsi, un film di Hollywood, una serie di Neflix.

Non ci sto: basta commentare l’America, cerchiamo invece di capire cosa sono gli Stati Uniti. Non per fare bella figura a cena, bensì per ragionare: cosa vuol dire abuso di potere in Italia? Dove le disuguaglianze? A propostito, la redazione politica TBU sta cercando nuove collaboratrici e collaboratori per raccontare e analizzare problemi, lotte, vittorie contro il privilegio. Un progetto giornalistico in giro per l’Italia. Se ti interessa, o conosci chi può esserlo, contattaci per email o sui social.

Giacomo Romanini

 

 

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