Solo il primo passo. Perché questa regolarizzazione delle persone migranti non fa commuovere

“Gli invisibili così sono meno invisibili.” Con queste parole e visibilmente commossa la Ministra Teresa Bellanova ha annunciato in diretta tv una delle misure prese dal Governo Conte incluse nel DL “Rilancio”, che prevede la possibilità di regolarizzazione per una platea non ben definita di persone ad oggi prive di permesso di soggiorno. Le stime parlano di circa 600mila tra lavoratori e lavoratrici in campo agricolo, domestico e della cura della persona. Un’apparente risposta al bisogno di manodopera lamentato dalle associazioni di categoria, Coldiretti in primis, presentata come sforzo per far emergere lo sfruttamento, ma di fatto solo un piccolo provvedimento nell’impatto e nella visione.

Quello che prevede il Governo, infatti, non è una “sanatoria” – come richiesto da diverse associazioni come Legal Team Italia, Campagna LasciateCIEntrare, Progetto MeltingPot Europa e Medicina Democratica – né una piena regolarizzazione per ragioni sanitarie – come ribadito dalla campagna #Regolarizzateli promossa da Terra! e Flai-Cgil. Non fornisce garanzie, tutele e dignità per un futuro concreto delle persone considerate beneficiarie del provvedimento e non aggiunge nulla a proposito delle condizioni di lavoro nella filiera agricola.

Come sottolineato da Luca Sandrini e Giacomo Romanini discutendo le numerose opzioni sul tavolo per rispondere alla carenza di manodopera nel settore agricolo, l’opzione della regolarizzazione dei braccianti e delle braccianti di origine straniera, seppur positiva nell’immediato per alcune persone, non può essere considerata una soluzione lungimirante o stabile.

Regolarizzare i migranti occupati nel lavoro agricolo significherebbe risolvere un problema immediato di manodopera, migliorando – stavolta sì – le condizioni di lavoro della categoria identificata (solo quella, ma è già qualcosa), e ridurre, almeno in parte, la forza lavoro in nero. […] Da un punto di vista economico, va detto, una sanatoria migliorerebbe sì la condizione delle persone interessate (e di molto), ma non necessariamente quelle del settore.

Regolarizzazione per alcuni, e solo a determinate condizioni

campagna regolarizzazione migranti terrà
Fonte: Terra!

Il Decreto prevede la possibilità di sanare la posizione dei lavoratori e delle lavoratrici in nero, e di regolarizzare la condizioni delle persone di origine straniera senza permesso di soggiorno o con permesso di soggiorno scaduto che lavorano in Italia. Di fatto, riguarda una parte delle persone migranti che si trovano sul territorio nazionale, che deve dimostrare di aver risieduto in Italia prima dell’8 marzo scorso (più precisamente i soggetti “devono essere stati sottoposti a rilievi fotodattiloscopici” oppure aver soggiornato in Italia entro quella data). Per queste persone il decreto ora prevede la possibilità di una così detta sanatoria, che consiste nell’ottenere un permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi “convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro”.

L’opzione è, quindi, “riservata” soltanto alle persone che si trovavano in Italia lo scorso 8 marzo (con permesso di soggiorno scaduto a partire dal 31 ottobre 2019), che non hanno lasciato il Paese e che hanno svolto o svolgono un’attività di lavoro. Inoltre, ciò è possibile soltanto in relazione ad alcuni settori ben chiariti dal Dl:

  • agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse;
  • assistenza alla persona per se stessi o per componenti della propria famiglia, ancorchè non conviventi, affetti da patologie o handicap che ne limitino l’autosufficienza;
  • lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare.

La richiesta può essere presentata dal lavoratore o dalla lavoratrice a cui è chiesto di dimostrare di aver avuto un permesso di soggiorno in Italia scaduto al 31 ottobre 2019 e di pagare 160 euro; oppure direttamente dal datore di lavoro. Quest’ultimo può presentare l’istanza chiedendo l’emersione di un rapporto di lavoro irregolare e, in questo caso, versare un contributo di 400 euro.

Restano, quindi, limiti per le persone che possono beneficiare del provvedimento, limiti a chi può presentare la domanda, limiti di tempo per la validità del permesso di soggiorno, limiti entro cui completare l’istanza.

Luci e ombre di un provvedimento incompleto

Un provvedimento accolto sì dalle lacrime della Ministra, ma con tiepida soddisfazione anche da chi si è mosso per primo affinché anche in Italia si adottasse una misura del genere. “La regolarizzazione dei migranti è senza ombra di dubbio un traguardo storico” per Giovanni Mininni, segretario nazionale Flai-Cgil che ricorda, però, come sia da mettere in relazione con il Piano triennale contro il caporalato presentato lo scorso febbraio e con un lavoro sinergico sui territori per permettere alle persone non soltanto di ottenere un permesso di soggiorno per lavoro, ma anche condizioni abitative degne. “Un atto di civiltà che stavamo chiedendo da quasi due mesi e non poteva più attendere”, aggiunge Fabio Ciconte, direttore dell’associazione Terra! che sottolinea anche la contigenza politica in cui questa decisione è stata presa. “Il provvedimento approvato in Consiglio dei Ministri è dunque, visti gli equilibri politici attuali, un primo passo per garantire accesso alle cure, al lavoro e ad una vita dignitosa a centinaia di migliaia di persone invisibili. Fra queste, i braccianti costretti spesso a raccogliere il cibo che mettiamo in tavola in condizioni precarie, vivendo in ghetti e baraccopoli senza protezioni né servizi”.

Se applicato, dunque, il decreto potrebbe permettere una forma di tutela della salute per le persone che attualmente non hanno un permesso di soggiorno, comprese quelle vivono negli insediamenti informali, dove oggi l’assistenza è garantita dalla cooperazione tra Ong, sindacati ed enti locali. Proprio le organizzazioni che sono da anni a contatto diretto con i braccianti e le braccianti che vivono nei “ghetti” sollevano alcuni dubbi. Medici per i Diritti Umani, attiva sia nella Piana di Gioia Tauro in Calabria che in Capitanata in Puglia, in una nota evidenzia come essere titolari di un permesso di soggiorno non significa automaticamente avere un regolare contratto di lavoro. Al contrario, i report pubblicati dall’ONG – ma anche quelli di altre realtà presenti sui territori come Mediterranean Hope, Intersos o Medici senza frontiere – confermano come “anche nei casi in cui è presente un contratto, inoltre, le irregolarità contrattuali e contributive rappresentano la norma. E d’altra parte, proprio in considerazione della regolarità del soggiorno della maggior parte dei braccianti assistiti nei ghetti e negli insediamenti informali del Sud Italia, chiediamo con forza che la sanatoria rappresenti solo il primo necessario passo di una serie di misure volte al contrasto della piaga dello sfruttamento lavorativo in agricoltura, che riguarda indistintamente regolari, irregolari e non di rado anche cittadini italiani, e che sia finalmente accompagnata da misure strutturali e di lungo termine volte in primo luogo a contrastare il lavoro grigio e nero, le irregolarità salariali e contributive, il caporalato, l’evasione fiscale, promuovendo il rilancio dell’intero comparto e incentivando i datori di lavoro che garantiscono il rispetto dei contratti nazionali e provinciali e la tutela della salute”.

Il decreto agisce sì sulle persone, ma non sul lavoro. E rischia – soprattutto per via dei costi delle istanze e delle modalità di presentazione – di innescare una “guerra tra poveri” che vede come vincitori, ancora una volta, chi governa questo business illecito e come vinti chi lavora nei campi. Il messaggio che rischia di passare, sottolineato da MeltingPot, è che la persona migrante sia accettata sempre e soltanto in virtù della sua funzione e utilità alla società, e mai in quanto persona titolare di diritti che, sebbene sia démodé ricordarlo, appartengono a ciascuno in quanto essere umano.

Fonte: Unsplash/Elaine Casap

Regolarizzare braccia da sfruttare non è risolvere lo sfruttamento in agricoltura

È semplicistico e superficiale ritenere che la sanatoria prevista dal Dl Rilancio sia uno strumento decisivo contro il caporalato. Non va dimenticato, infatti, che l‘assenza di un permesso di soggiorno implica l’impossibilità di accedere al Sistema Sanitario Nazionale e, più in generale, alle cure. Ed è stato questo il primo motore dell’esigenza di un’azione da parte del Governo che si trovava, già ormai due mesi fa, a dove fronteggiare un’emergenza sanitaria, prima che economica. La sanatoria così pensata – e come esplicitato nel Dl – è pensata per poter far fronte all’emergenza sanitaria e di monitoraggio del contagio, non per risolvere la questione dello sfruttamento né i problemi strutturali del settore agricolo. Immaginare una filiera rispettosa dei diritti dei lavoratori soltanto perché parte di essi che prima erano privi di permesso di soggiorno ora hanno questa opportunità, non tiene conto della complessità del fenomeno dello sfruttamento in agricoltura, della diffusione capillare al Sud come al Nord di fenomeni di lavoro “grigio” e la persistenze assenza di un piano concreto per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro in maniera.

Critico nei confronti del testo approvato anche il giornalista Antonello Mangano, autore dell’inchiesta Lo Sfruttamento nel piatto che, su Facebook, scrive: “La ‘sanatoria’ prevista dal governo è un provvedimento parziale e complicato. Rischia di creare l’ennesimo mercato nero di contratti fittizi per ottenere un documento che dura pochi mesi. Unico aspetto positivo, l’eventuale possibilità di convertire il permesso e uscire dal vicolo cieco dell’irregolarità. Ma i proclami più generali contro mafia e caporalato si scontrano con la realtà.”

Se è vero, infatti, che la Legge n.199 del 2016, la legge “contro il caporalato”, ha permesso di fare decisi passi avanti dal punto di vista del contrasto dei comportamenti criminali e dell’individuazione (e talvolta arresto e condanna) dei caporali, non si può dire che sia altrettanto efficace dal punto di vista costruttivo e dell’attuazione di misure finalizzate ad un concreto miglioramento dei lavoratori e delle lavoratrici della filiera. Come evidenziato a più voci, ciò richiede azioni che abbracciano tutti gli attori e i momenti della produzione, dai campi alla distribuzione fino ad un coinvolgimento attivo del consumatore. È vero che un permesso di soggiorno regolare per migliaia di persone che, fino a ieri, erano costrette – da un sistema di accoglienza e di distribuzione dei visti ampiamento criticato e criticabile – a vivere nell’ombra è un passo avanti e un miglioramento delle loro vite. Anche la sola possibilità di accedere al Sistema Sanitario Nazionale è un aspetto fondamentale, un diritto inalienabile che fin’ora è stato negato e che ora viene riconosciuto, indipendentemente dalle motivazioni che hanno portato a ciò. Non è possibile, però, considerarla una concessione né, al limite, “solo una toppa momentanea”, come evidenzia Yvan Sagnet promotore di NoCap, una rete internazionale contro il caporalato che nel 2019 ha dato avvio ad un progetto pilota di filiera etica che tocca tutti i punti chiave della lotta al caporalato.

È limitante nascondersi dietro all’idea che sia sufficiente una sanatoria così immaginata per scardinare un meccanismo di sfruttamento che coinvolge più di 400.000 lavoratori e lavoratrici in Italia, secondo le stime del Quarto Rapporto Agromafie, e genera un business di 4,8 miliardi di euro. Come ha sottolineato in un’intervista a Redattore Sociale, il sociologo Eurispes ed esperto di caporalato Marco Omizzolo, la regolarizzazione “Non è una misura sufficiente se rimangono in vigore le procedure che rendono più fragile la posizione di alcune persone, come per esempio il primo decreto sicurezza. La legge 132 del 2018 ha distrutto la buona accoglienza, ha creato dei grandi hub dove si concentrano i richiedenti asilo, mentre altri sono finiti in strada diventando facile preda per le mafie e manodopera a basso costo per caporali e speculatori. A Castel Volturno Nash, ghanese di 67 anni, si è ammalato di coronavirus ed è morto. Si tratta di uno dei tanti casi di persone lasciate in mezzo alla strada per decreto, prima era accolto in uno Sprar. Se non fermiamo questo meccanismo di esclusione non si arrestano i problemi. Va cancellato anche il reato di clandestinità.”

Fino a che non verranno fatti passi anche in questa direzione è difficile immaginare che chi oggi è invisibile esca da questa condizione. Essere oggi “meno invisibili” di ieri non significa che siano davvero riconosciuti diritti e dignità.

Angela Caporale

[Immagine di copertina: Medici per i diritti umani]

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