Nemico, eroi, personaggi secondari: narrazione di un virus

Quella che sta tenendo banco in queste settimane, quasi come fosse un unico tema, è una narrazione plurima, fatta di molte voci che creano un coro a volte armonico e altre volte cacofonico e che si sovrappongono, si contraddicono o – più raramente – si sostengono a vicenda. È una narrazione paradossale perché, a differenza delle narrazioni comuni e meno pervasive, non ha una direzione unica. Ed è questo il motivo per cui, da fruitori, ne risultiamo frastornati e confusi.

Una premessa necessaria

La narrazione – non è una novità – la fa da padrona nella gran parte delle forme comunicative. Oltre la fiction, in cui l’uso delle tecniche narrative è esplicito e comunemente accettato, anche il racconto della realtà fa uso sempre massiccio di strumenti che un tempo erano esclusivi dei cantastorie. Il modo in cui questi strumenti vengono usati ha vari effetti ma i principali sono due, l’uno provocato direttamente dall’altro:

  1. Generare coinvolgimento nell’ascoltatore o nel lettore, strutturando il racconto secondo precisi tracciati emotivi;
  2. Manipolare l’ascoltatore o il lettore attraverso linee narrative create ad hoc e che, puramente funzionali al coinvolgimento emotivo, non esistono nella realtà che si pretende di raccontare.

Che la manipolazione venga messa in atto in modo consapevole o meno ha poca importanza: esiste e, cercando di analizzare una narrazione di fatti reali, ne dobbiamo tenere conto. Un racconto di fatti reali non può mai essere veramente oggettivo, per ovvi motivi, ma si allontana sempre più dall’oggettività quanto più impiega tecniche narrative.

La narrazione, quindi, non è mai una rappresentazione effettiva del reale: è piuttosto l’elaborazione di fatti, temi o spunti reali, tesa a renderli fruibili al pubblico. Tesa a coinvolgere il pubblico, appassionandolo a una storia. E, nei casi peggiori, tesa volontariamente a manipolarlo, il pubblico, distorcendone la percezione della realtà.
Ma non è quest’ultimo il nostro caso, parlando della narrazione della pandemia in corso. O, almeno, non lo è in senso generale: come detto, le voci che compongono questa narrazione sono tante e tali da contenere effettivamente di tutto: buona informazione, cattiva informazione e vera malafede.

Individuare un nemico: il coronavirus

Prima caratteristica di una buona narrazione è quella di individuare un nemico. Lo fanno gli esponenti della politica più becera e lo fa la comunicazione di massa per cercare di risultare interessante. E, in chiave narrativa, un buon nemico deve essere facilmente identificabile e semplice da comprendere. Qui non si tratta di creare il nemico (a crearne di inesistenti ci pensano, per esempio, i rappresentanti politici di cui poco sopra): il nemico c’è già. Si tratta però di dargli un’identità precisa, anche a costo di essere inesatti. La narrazione, del resto, non guarda alla verità ma all’effetto da ottenere sul pubblico, e qui tutti e tutte sono concordi nell’identificare il nemico con un temine semplice: il coronavirus.

Dire il coronavirus, però, non ha nessun senso, perché non esiste un coronavirus: i coronavirus sono una famiglia di virus in cui è compreso, tra gli altri, quello piuttosto innocuo del raffreddore. Ma il vero nome del nostro nemico è SARS-CoV-2, un nome decisamente inutilizzabile anche solo in una normale conversazione, figuriamoci in un racconto globale come quello in cui siamo immersi. E del resto dire che il nostro nemico è “un coronavirus”, o “un nuovo coronavirus”, non funzionerebbe: l’articolo indeterminativo è troppo generico e, soprattutto, implica che ne esistano altri simili. Ma un buon nemico, un nemico che funziona in senso narrativo, deve essere unico nel suo genere e avere un’identità precisa, non può far parte di un gruppo. Darth Vader è un cattivo che funziona, un membro qualsiasi delle truppe d’assalto imperiali; Joker è un cattivo che funziona, un semplice rapinatore di banche senza nome.

joker
Foto pubblicata su Facebook

Riferirsi al nemico come a “il coronavirus” significa escludere implicitamente dal mondo narrativo (non dal mondo reale, in cui continuano a esistere eccome, solo dal mondo narrativo che stiamo creando con il racconto) tutti gli altri Coronavirus. Significa distorcere la realtà, cosa che può restare priva di conseguenze oppure averne eccome, per esempio quando il pubblico, convinto che questo sia – appunto – il coronavirus, inizia a chiedersi come mai in Cina si parlasse di coronavirus già qualche anno fa. La risposta è semplice: non era questo coronavirus, ma vaglielo a spiegare, dopo che per settimane si è insistito sul fatto che questo è il (e non un) coronavirus.

A che punto del racconto siamo?

Narrando una storia, se vogliamo svolgere bene il nostro lavoro, ci dobbiamo sempre chiedere che cosa sta provando (sia a livello emotivo che intellettivo) il pubblico e che cosa si aspetta dal racconto. La narrazione consiste in questo: nell’anticipare le aspettative di chi sta seguendo la storia e nel disattenderle (o confermarle, a seconda dell’effetto che vogliamo raggiungere), restando sempre estremamente consapevoli di quali saranno le reazioni di chi ci sta ascoltando. Più in generale, a una buona storia serve un senso di finalità: c’è un obiettivo da raggiungere e il o la protagonista (o più) fa di tutto per riuscirci. Con il procedere della storia assistiamo al percorso di questo personaggio e lo seguiamo mentre si avvicina, più o meno velocemente, o addirittura mentre si allontana, dalla meta. In una buona narrazione il pubblico sa sempre se il protagonista sta facendo qualcosa di giusto o di sbagliato, intendendo indicare con questi termini azioni che lo avvicinano o lo allontanano dal successo.

Costruendo narrazioni basate sul reale – e soprattutto su situazioni di lunga durata – questo è molto meno semplice, perché non si può costruire una buona storia se non si ha un’idea almeno vaga del progredire generale della trama. I tentativi di narrare in diretta lo sviluppo pandemico attuale sono quindi destinati immancabilmente ad angosciare il pubblico. È una questione di aspettative: se impieghi precise tecniche narrative stai chiedendo a chi ti ascolta o legge di comportarsi come se stesse seguendo una storia; poiché il pubblico è abituato a determinate dinamiche, non ritrovandole, si sentirà però smarrito. E non sarà sufficiente chiudere il giornale o spegnere il televisore, perché in questo caso non stiamo parlando di fiction pura ma di narrazione di eventi reali, che coinvolgono l’ascoltatore in prima persona. Rientra direttamente nella narrazione degli eventi, ma adesso percepisce che quegli stessi non stanno andando da nessuna parte, non seguono la logica narrativa alla quale è abituato o abituata. E quindi a subentrare sono l’incertezza, lo scoramento, il panico.

Un tentativo efficace, ma efficace esclusivamente in quanto narrazione perché in altri ambiti produrrebbe conseguenze potenzialmente devastanti, l’hanno fatta ad esempio quei leader che all’inizio della crisi hanno dichiarato che non ci fosse nulla da temere. La definisco “narrazione efficace” perché metteva loro al centro della scena (definendoli quindi come protagonisti) e perché indirizzava la storia in una direzione perfettamente comprensibile, risultando quindi rassicurante. Peccato che tra fiction e realtà ci siano molte differenze e che le dinamiche che fanno funzionare una storia di fantasia non siano quasi mai applicabili nel mondo reale. Perlomeno, non quando gli eventi sono ancora in corso. In un’opera di fiction, l’eroe arriva e salva la situazione; nella realtà può invece accadere che una qualsiasi persona impreparata si presenti come “l’eroe che salverà la situazione”, venendo poi malamente smentita dai fatti.

Tra qualche anno, bravi narratori esamineranno che cos’è successo e racconteranno storie bellissime basate su questi mesi di delirio. Ma lo potranno fare solo dopo, prendendo la realtà e sovrapponendola a una struttura narrativa efficace. Perché prima di riuscire a raccontare i fatti in modo valido bisogna sapere quale sia la fine della storia e accertarsi che l’eventuale eroe non sia, a tutti gli effetti, solo un povero stupido.

coronavirus fumetto

Un racconto a più voci

Che si tratti di campagne di marketing, di comunicazione politica o di racconti di cronaca quotidiana, ogni storia ha quasi sempre una voce portante alla quale si possono eventualmente affiancare un certo numero di voci secondarie. Voci che possono sostenere o negare le asserzioni della voce primaria ma che si collocano comunque in una situazione di subordinazione. Ed ecco che la voce A inizia a narrare la storia, B si accoda e la amplia, C afferma invece che è una menzogna e così via, ma quello che succede in genere è che la più forte di queste voci (in genere quella che applica le tecniche narrative migliori e, di conseguenza, quella con maggiore pelo sullo stomaco) diventa quella prevalente e detta la linea generale del racconto, mentre le altre non possono che accodarsi e accontentarsi del ruolo di voci secondarie.

Per quanto riguarda la pandemia attualmente in corso, però, questo non succede: molte sono le voci che parlano e non ce n’è nessuna a prevalere. C’è la voce della scienza, quella della politica, quella dell’economia, quella delle forze dell’ordine e infinite altre, per arrivare a quelle del nostro vicino di pianerottolo, del panettiere e del senzatetto. È una storia che si scompone in un numero pressoché infinito di sottotrame, ognuna con un suo protagonista, ognuna che vede il problema generale da un punto di vista differente a seconda del ruolo sociale delle persone/personaggi in esame e della loro situazione specifica. Voci che si affastellano su alte voci e poi su altre ancora, trasformando la narrazione collettiva in una storia corale in cui alla linea narrativa principale se ne aggiungono tantissime, più piccole, che coinvolgono singole fasce di popolazione e che, a loro volta, si dividono in ancor più numerose storie private e personali. Un insieme di voci che vanno tutte in direzioni diverse e che, invece di semplificare la comprensione dei fatti come ci si aspetterebbe da una storia ben scritta, non può che complicarla.

Certo, esistono alcune voci principali, ma c’è un problema: quella più importante e attendibile è quella dei medici, degli scienziati, persone che per formazione e per il ruolo che svolgono non sono abituate (e in genere, per fortuna, non ne hanno nemmeno l’intenzione) a usare tecniche narrative. La scienza spiega i fatti, non li racconta in modo coinvolgente e non li distorce allo scopo di creare interesse. È il suo ruolo e lo svolge nel migliore dei modi.

Sono poi le nostre voci – e con “nostre” intendo di tutti noi, di chi scrive sull’argomento, di chi ne parla, di chi esprime impressioni, che sia su un giornale, su un social network o al telefono con un conoscente – a creare la narrazione in cui siamo immersi in questi giorni. Siamo tutti e tutte, al tempo stesso, autori e fruitori della storia.
È chiaro, ci sono quelli che fanno buona comunicazione e quelli che fanno pessima comunicazione ma c’è bisogno di una presa di coscienza collettiva: ripensare il modo in cui stiamo narrando a noi stessi l’emergenza potrebbe essere un buon modo per aiutarci a uscirne.

Francesco Matteuzzi

fumetti vengo anch'io
Le strisce di #Vengoanchio

Francesco Matteuzzi è un giornalista e sceneggiatore. È autore della graphic novel sulla vita della reporter Anna Politkovskaja, della biografia a fumetti di Philip K. Dick (BeccoGiallo) e collabora con diverse serie. Il suo ultimo lavoro è la webcomic #Vengoanchio.


L’immagine di copertina è un messaggio affisso al Broadway Theatre durante la quarantena. La foto è stata pubblicata da Dan Gaken su Flickr

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