Essere sex workers ai tempi del Covid-19

Mentre scrivo queste righe, l’Italia e il mondo intero si trovano in un momento di forte incertezza, confusione e smarrimento. Un virus apparentemente “democratico”, che non distingue il colore della pelle, l’appartenenza sociale o di genere, la provenienza geografica, sta stravolgendo la vita di milioni di persone, costringendole a cambiare radicalmente abitudini e stili di vita. A rimanere chiusi/e in casa, a praticare il distanziamento sociale come forma di auto ed etero-tutela. Ma stare a casa non è un’opzione percorribile, per chi una casa non ce l’ha. Per chi, in quelle case, è costretta a vivere fianco a fianco con il proprio maltrattante. Per chi deve comunque andare a lavorare, perché svolge una mansione considerata essenziale, nella sanità, nell’informazione, nella filiera agroalimentare (mi fermo qua, mi perdonino le altre categorie non menzionate). Mantenere le distanze consigliate e rispettare le norme igieniche, poi, è pressoché impossibile, per chi vive in occupazione o in alloggi informali.

In questi giorni difficili e alienanti, durante i quali ciascuno e ciascuna di noi sta cercando di rispettare (facciamolo tutti e tutte, certo, ma continuiamo a pensare, per favore) le misure adottate per contenere la diffusione di Covid-19, ci sentiamo comunque in dovere di essere onesti/e, di non smettere di sottolineare che non siamo tutte e tutti nella stessa situazione. Proprio no.

Dimenticanze

Il contraccolpo economico della pandemia, per esempio, non colpisce e non colpirà tutti e tutte allo stesso modo: lo sanno bene precari/e, lavoratori e lavoratrici in nero o impiegati/e nell’economia informale, esclusi/e dalle misure straordinarie contenute nel decreto “cura Italia”, varato dal governo lo scorso 17 marzo. Tra questi/e, anche i e le sex workers, di cui ci occuperemo oggi, per cercare di capire cosa significhi essere lavoratori e lavoratrici del sesso in tempi di lockdown. Invitiamo sin da subito ad accantonare ogni moralismo, chiudere la pruderie nel cassetto delle nostre sessuofobie e ascoltare le parole di chi, da un paio di anni, lavora con uomini (pochi, in effetti), donne e trans che si prostituiscono, ed è stata intervistata per scrivere quest’articolo. Ho conosciuto Giulia Zollino tramite il suo profilo Instagram, dove racconta molto bene la pluralità e la complessità dell’industria del sesso, decostruendo narrazioni stereotipate e combattendo lo stigma che avvolge lo scambio sessuale a pagamento.

Giulia è educatrice sessuale e operatrice di strada. Lavora in Emilia-Romagna, per un’associazione laica che fa parte di un progetto regionale: “il nostro è un servizio di riduzione del danno”, mi spiega, “una strategia che nasce nel lavoro con la tossicodipendenza, ma che è stata poi applicata anche nell’ambito della prostituzione. Ci occupiamo di fornire informazioni, materiale, supporto legale e psicologico, ed eventualmente emersione dalla tratta e da situazioni di sfruttamento.” Le Unità di Strada svolgono attività di contatto diretto con le persone che si prostituiscono, ma si occupano anche di mappare e monitorare il mercato del sesso indoor, su strada e online. Perché sì, quello del sesso è un mercato, e come tutti i mercati è profondamente differenziato e stratificato al suo interno. Tanto che si dovrebbe parlare di mercati del sesso, al plurale.

Al momento, la maggior parte delle Unità di strada è ferma, quasi in tutta Italia, a causa delle misure di contenimento del virus predisposte dal governo. Alcune stanno cercando di lavorare da remoto, contattando telefonicamente le persone. Non sempre, però, si dispone di un loro recapito. Questo significa che è difficile sapere con certezza se e come si stiano riorganizzando i e le sex workers, ma possiamo provare a parlarne, sulla base delle informazioni di cui disponiamo.

C’è chi può e chi non può

Per le persone che si prostituiscono in strada, il divieto di muoversi da casa può tradursi nell’impossibilità di continuare a lavorare. Niente lavoro, niente soldi, niente cibo. Ricevere i clienti a casa è un rischio, ma non tutti e tutte possono vivere di rendita o possono iscriversi a piattaforme e siti di incontri per lavorare online. “Ho sentito un paio di persone di cui ho i contatti, che conosco, persone che lavorano in strada per lo più, le ho sentite ancora all’inizio di questa situazione e già si trovavano a disagio, in difficoltà estrema”, continua Giulia. “E lì mi sono resa conto che è anche una questione di privilegio: gli ho consigliato, così, di utilizzare supporti virtuali, di usare la webcam per esempio, di creare filmati, video, foto erotiche da vendere ai clienti, ma entrambe mi hanno detto ‘guarda io non ho i documenti, non ho un conto corrente (dove farsi pagare n.d.r.), non ho manco un computer’. Tante cose non le possono fare, non possono spostarsi nel virtuale perché non hanno i mezzi, magari vivono in tante persone sotto lo stesso tetto, in alcuni casi membri della stessa famiglia, quindi si fa fatica a trovare un momento per farsi anche solo un video o una foto, figuriamoci fare uno show live in webcam.”

La verità è che i mercati del sesso sono attraversati da disuguaglianze sociali, razziali e di classe che la quarantena ha reso ancor più evidenti. La prostituzione di strada, in Italia, è composta per lo più da sex workers migranti, ancor più esposti/e alla precarietà e in alcuni casi in situazione di estrema fragilità, come avverte Andrea Morniroli, portavoce della Piattaforma nazionale antitratta, intervistato per Internazionale. Preoccupa, ad esempio, la scomparsa delle sex workers africane, molte delle quali sono nigeriane, arrivate in Italia dopo aver stipulato un debito: “che fine hanno fatto? Cosa succederà ora che a quel debito non riescono più a far fronte?”, si stanno domandando le realtà che si occupano di prostituzione.

I limiti della legge Merlin

“La cosa interessante di questo periodo sarà osservare i cambiamenti, per esempio i siti di annunci che hanno introdotto la funzione della live chat. Questo dimostra che quello del sesso è un mercato a tutti gli effetti, e come tale si adatta ai cambiamenti sociali ed economici. Alcuni siti prevedevano già la possibilità di fare la chiamata in live chat, altri l’hanno aggiunta adesso. Cambiano anche gli annunci: per esempio, quando guardavamo per lavoro tutti gli annunci su Bakeca, perché facevamo un lavoro sulla prostituzione indoor, no?, gli annunci erano più o meno tutti uguali, tutti in maiuscolo, un po’ sgrammaticati. Ora sono cambiati moltissimo, ci sono persone che spiegano come fare sesso in tempi di coronavirus, insistono molto sul ‘vi faccio accomodare, vi faccio lavare le mani’, sull’igiene e la pulizia, è cambiato anche il modo di proporsi.”

Chi non riesce a stare al passo, a reinventarsi le modalità per lavorare, tuttavia, rischia di rimanere tagliata/o fuori, perché la “legge Merlin” (legge 20 febbraio 1958, n. 75) non proibisce il sex work, ma nemmeno lo tutela. Prende atto che esiste, ma non lo riconosce come lavoro. Per questo, i e le lavoratori/trici sessuali non possono accedere ad ammortizzatori sociali e a forme di supporto economico. E questo è un problema. “Se non si fosse capito, questa situazione ha proprio palesato l’inadeguatezza di questa legge, che non criminalizza la prostituzione in sé, ma neanche la considera un lavoro: anzi, l’idea di fondo è quella di dire che prima o poi c’è la speranza che la prostituzione finisca, o che comunque nessuna persona sana di mente sceglierebbe di fare questo mestiere, che sono tutte vittime” mi dice Giulia.

zic.it
Fonte: zic.it

Le iniziative attive

In altri paesi del mondo, il movimento delle e dei sex workers sta lavorando per predisporre misure di supporto economico, anche mutuale, nei confronti di lavoratori e lavoratrici sessuali impossibilitate/i a lavorare a causa delle misure restrittive messe in campo per contenere la diffusione del Covid-19, come la colletta nazionale organizzata dal Sindacato AMMAR in Argentina (Asociación Mujeres Meretrices de la Argentina en Acción por Nuestros Derechos), o l’appello lanciato dall’ICRSE (International Committee for the Rights of Sex workers in Europe) ai governi nazionali perché vengano estese le misure di sostegno a chi è escluso/a dall’economia formale (a prescindere dallo status giuridico). In Italia, mi fa notare Giulia, forse per la mancanza di un movimento ampio di rivendicazione, questo sta avvenendo con una certa lentezza. Ma qualcosa si sta muovendo, anche grazie al Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, che ha lanciato una petizione in cui chiede, tra le altre cose, sostegni economici e regolarizzazione dei e delle sex workers migranti.

In mancanza di un reddito di emergenza per tutti/e, per chi avesse voglia di dare una mano, qui la pagina della campagna di raccolta fondi per sostenere i e le sex workers colpiti/e dall’emergenza Covid-19, organizzata dal Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, collettivo Ombre Rosse, Unità di Strada e alleate/i.

Il sex work è ancora oggetto di discriminazione e stigmatizzazione, anche a causa della disinformazione che lo circonda e di leggi spesso inadeguate, ideate senza il coinvolgimento dei e delle diretti interessati. Per questo, invito tutti/e a seguire il profilo Instagram di Giulia, e ne approfitto per ringraziarla. Fidatevi, potreste rimanerne assuefatti/e!

Martina Facincani

P.S. Mi si perdoni l’utilizzo di un linguaggio binario, non proprio inclusivo, per descrivere la situazione.

2 pensieri su “Essere sex workers ai tempi del Covid-19

  1. Salve. Crediamo che evitare di parlare della situazione delle e dei sex workers non cancelli il fenomeno. Non si intende sostenere che il sex work sia sempre libero, autodeterminato e fonte di empowerment, ma che l’accesso ai diritti potrebbe agevolare la vita a chi lo sceglie, ed eventualmente anche l’emersione di situazioni di sfruttamento.

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