Mario Draghi: aumentare il debito pubblico per salvare il lavoro e la produttività

Nella giornata di ieri (mercoledì 25 marzo) l’ex presidente della BCE, Mario Draghi, ha espresso la sua opinione sulla situazione attuale e sulle necessarie misure che gli Stati europei devono adoperare per poter ridurre il più possibile il danno economico che questa pandemia necessariamente causerà. Dalle colonne del Financial Times, Draghi ha indicato chiaramente ciò che, a suo parere, rappresenta la minaccia maggiore per l’economia europea: la perdita di capacità produttiva dovuta al fallimento di tante piccole e medie imprese e il conseguente calo dell’occupazione. Consapevole del peso considerevole che un atteggiamento interventista dello Stato avrà sui bilanci pubblici, e quindi sul debito, per l’ex presidente della BCE:

“il debito pubblico aumenterà. Ma l’alternativa – una perdita permanente di capacità produttiva e conseguente erosione della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia”.

La richiesta agli Stati europei è di recuperare il “whatever it takes” che segnò l’operato della BCE di Draghi durante la grande crisi del debito e di riadattarlo in chiave fiscale oggi per gestire l’urgenza del Covid19.

L’emergenza attuale è differente da quella che abbiamo affrontato negli ultimi dieci anni e necessita di azioni differenti: i singoli Stati, oggi, devono diventare protagonisti e, come fossimo in periodo di guerra, devono assolutamente cambiare la mentalità con cui hanno affrontato, fino ad ora, i momenti più critici.

Fonte: Finacial Times

Cosa propone Draghi, spiegato per passaggi

La ricetta di Draghi ha un obiettivo, tutto sommato, relativamente semplice: mantenere l’occupazione all’attuale livello. Non, quindi, dare solamente un reddito ai lavoratori in modo che sopravvivano, ma garantire il posto di lavoro.

  1. Come garantire il lavoro?  Le aziende devono essere messe nelle condizioni per poter continuare a pagare i lavoratori.
  2. Come fanno le imprese a pagare i lavoratori? Chiedendo prestiti alle banche.
  3. Perché le banche dovrebbero elargire prestiti ad aziende in difficoltà? La BCE, come altre banche centrali, ha varato programmi in modo da mettere le banche in condizione di erogare prestiti e linee di credito ad aziende che decidono di continuare a pagare i propri lavoratori. Inoltre, aggiunge Draghi, le banche devono elargire credito indipendentemente dal rischio dell’impresa. Quindi sia ad aziende solide, sia ad aziende più in difficoltà, a costo zero.
    In questo passaggio, è quindi fondamentale che la BCE si faccia garante del fatto che la liquidità elargita alle banche venga effettivamente trasmessa nel settore reale dell’economia, e non vada ad alimentare comportamenti di moral hazard del sistema bancario.

Tuttavia, soprattutto se la crisi si prolungherà nel futuro, alcune aziende falliranno, o avranno una mole di debito tale da bloccare gli investimenti necessari per partire.
A questo punto, dice Draghi, il debito privato necessariamente aumenterà, e lo Stato deve intervenire per farsi carico di quel debito, garantendolo o finanziandolo direttamente.

“Either governments compensate borrowers for their expenses, or those borrowers will fail and the guarantee will be made good by the government.”

Si tratta di un cambiamento ideologico importante: vent’anni fa proporre, come dice Draghi (e tanti altri economisti, in modi diversi) di aumentare il debito pubblico, facendo bailout del settore privato, sarebbe stato visto come un’operazione impensabile.


Le aziende possono approfittarne: cosa fare

Alcune aziende potrebbero approfittarsene, in modo fraudolento. Si tratta, anche in questo caso di moral hazard. Aziende che non hanno bisogno di liquidità, o che modificano i bilanci per sfruttare credito a costo basso (o zero, come dice Draghi), andrebbero ad avvantaggiarsi del sistema.
Per esempio, si parla di aziende che hanno alti profitti, generati per esempio sottopagando i lavoratori: hanno anch’esse diritto ad accedere alle linee di credito, che verrà poi sostenuto dallo Stato, cioè dalle tasse dei cittadini?
Se questo fenomeno è largamente diffuso, allora il governo non andrà a pagare direttamente le aziende a rischio fallimento, ma si limiterà a sostenerne il collaterale. Operazione anch’essa non senza problemi, ma dal costo inferiore per il bilancio dello Stato. Nel caso migliore, quello in cui le imprese non si approfittino della liquidità “gratuita”, allora lo Stato andrà a pagarne direttamente il debito accumulato in questo periodo, come già detto.

In entrambi i casi, se vogliamo proteggere il lavoro e la capacità produttiva, il governo deve assorbire le perdite. Quindi, aumentare il debito. Diventerà fondamentale ragionare sulla sostenibilità del debito.
E soprattutto si ripresenterà, per l’Italia, la necessità di fare serie riforme fiscali, per evitare che un più alto livello del debito sia dato in parte da spese non motivate, quelle frutto di decenni di fiscalità poco seria. E a quel punto lo spread potrebbe aumentare, costringendoci a pagare alti tassi di interesse sul debito pubblico, per ripetere le nefaste condizioni del 2012.


La proposta di Draghi vs Reddito di Quarantena

Con questa combinazione di politiche fiscali e monetaria – secondo Draghi – sarà possibile mantenere alta la capacità produttiva e ritornare ad una quasi normalità (almeno dal punto di vista economico), più che garantendo quello che da più parti viene chiamato “reddito di quarantena”.

Perché puntare tutto su una misura come il “reddito di quarantena” (RdQ) può rivelarsi controproducente, se le aziende licenziano? Il RdQ garantirebbe una misura simile ad un sussidio di disoccupazione e la possibilità ai lavoratori di vivere. Tuttavia, una volta finita la crisi sanitaria, saremo comunque in crisi economica, e non è chiaro quale effetto possa prevalere nel mercato del lavoro: con un alto numero di disoccupati, c’è il rischio che ai lavoratori vengano offerte condizioni salariali inferiori a quelle precedenti, oltre a dover pagare i costi del processo di matching.


Un cambio di paradigma

Da un punto di vista tecnico, tuttavia, la proposta di Draghi richiede una grande coordinazione tra soggetti diversi, Stato e banche, per sincronizzare nel modo migliore politica fiscale e politica monetaria.  In particolare, il Governo, responsabile della leva fiscale, deve adoperarla nel modo più efficace possibile per minimizzare i rischi di uno shock permanente sull’economia (shock che colpirebbe assieme offerta – fallimento e chiusura delle imprese – e domanda – perdita di posti di lavoro e riduzione dei consumi).

L’Economia è una disciplina bellissima perché, parafrasando un nostro professore all’Università di Bologna, non dà mai una ricetta univoca per raggiungere un obiettivo. Ne dà almeno due. La scelta di quale strada percorrere è un fatto squisitamente politico. Negli anni, abbiamo imparato a conoscere due grandi scuole di pensiero economico: da una parte, chi sostiene l’attivismo dello Stato nell’economia; dall’altra, chi ritiene che questo attivismo vada contenuto. Nella storia recente, ci siamo abituati al fatto che la seconda scuola, volgarmente ridefinita pro-austerità negli anni della crisi del debito, sia quella dominante. Qualcuno, forse, può anche aver pensato che la forza con cui vengono difese le posizioni di questa scuola dai suoi esponenti provi anche che essa sia l’unica che propone una ricetta che funziona.

Niente di tutto ciò. Il modo con cui si persegue un obiettivo economico ha a che vedere con la gestione delle conseguenze e quindi con la politica. Scegliere chi dovrà subire le perdite o chi dovrà godere dei vantaggi non è una scelta economica, o per lo meno non esclusivamente.

Ora che la crisi del coronavirus è ormai esplosa e le conseguenze dell’inazione sono evidenti, Mario Draghi ha proposto qualcosa che, nei giorni scorsi, hanno proposto altri economisti. Francesco Giavazzi, Alberto Alesina, Carlo Cottarelli, per citare i più celebri. Economisti italiani di fama internazionale, esponenti storici di chi sosteneva tagli e forte riduzione del debito pubblico e che ora chiedono politiche economiche in deficit. Quando tutto ciò sarà finito e torneremo alla normalità, forse ad un certo punto troveremo la forza di elencare le note positive di questa crisi. Il ricollocamento dell’economia nell’alveo delle discipline sociali e il riconoscimento del suo legame stretto con la politica saranno nella lista.

Luca Sandrini e Giacomo Romanini

Copertina: Mario Draghi (Lapresse)

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