“No son 30 pesos, son 30 años”: un resoconto delle proteste in Chile

Venerdì 13 ottobre, il Ministero dei Trasporti cileno dà notizia dell’ulteriore aumento del prezzo del biglietto di metro e autobus: 30 pesos in più (0,037 euro) nelle ore di punta. Il biglietto costa quanto un chilo di pane, o come fossimo a Milano. Il 18 ottobre, a Santiago del Chile, capitale dello stato latinoamericano, scoppiano le proteste. Per contestare la decisione, studenti e studentesse delle scuole superiori si auto-organizzano e decidono di non pagare il costo del servizio. La repressione da parte della polizia di stato è dura ed estesa, ma a quel punto le proteste si sono già diffuse, dando voce a un profondo malcontento che va al di là del rincaro del costo del trasporto pubblico, comunque utilizzato – quotidianamente – da 2,8 milioni di utenti.

Il 19 ottobre il presidente Sebastián Piñera decreta il coprifuoco – a Santiago e in altre grandi aree metropolitane, come Concepción e Valparaíso – poi sospeso in seguito all’annunciato rimpasto di governo, così come viene revocato l’aumento del costo del biglietto. Ciò non toglie che non si parlava di stato d’emergenza e di militari per le strade – 10mila agenti dispiegati – dai tempi della dittatura militare di Augusto Pinochet (1973-1990). Le notizie di abusi contro chi protesta si rincorrono e spaventano: secondo l’Insituto Nacional de Derechos Umanos (INDH), sono 2.300 le persone rimaste ferite, 1.400 quelle raggiunte da colpi di arma da fuoco, almeno cinque i manifestanti uccisi – quattro per mano delle forze armate, uno dei carabineros (la polizia nazionale) – durante gli scontri. Persone che hanno subito lesioni gravi e perdita della vista, a causa dell’utilizzo di pallottole di gomma tirate contro la testa dei e delle manifestanti.

Per questo, Amnesty International ha lanciato una missione per documentare le violazioni commesse dalle forze dello stato e accogliere le denunce. Nel giro di pochissimo tempo, Amnesty ha ricevuto “oltre 10.000 informazioni e abbondante materiale audiovisivo sull’uso eccessivo della forza da parte dell’esercito e della polizia” (qui, la conferenza stampa di presentazione di parte dei risultati, reperibile su YouTube). Marta Dillon, scrittrice, giornalista, fondatrice del collettivo femminista Ni Una Menos in Argentina, ha scritto sul quotidiano argentino Página 21 delle torture e degli abusi sessuali subiti dalle donne e ragazze cilene in stato di detenzione. 70 le denunce di violenza sessuale a carico di pubblici ufficiali, sempre secondo Amnesty.

Il 20 ottobre, l’artista di strada Daniela Carrasco, conosciuta come “la Mimo”, è stata trovata morta, impiccata ad una ringhiera in un comune della città metropolitana di Santiago del Chile. Si sono susseguite ipotesi e dichiarazioni, collettivi e organizzazioni hanno parlato di stupro e tortura. Secondo la Coordinadora Ni Una Menos Chile, si è trattato di un monito contro chi protesta, soprattutto se donna. Un modo per intimidire. In un post su Facebook AbofemAsociación de Abogadas Feministas de Chile, invece, ricorda come le cause di morte siano ancora in fase di accertamento e invita al rispetto e alla verifica delle fonti.

Ho chiesto a un compagno cileno, impegnato personalmente come attivista e che mi ha chiesto di rimanere anonimo, di spiegarmi un po’ la situazione, data la sua vicinanza a quanto sta accadendo nel suo paese di origine. Ne è nata una lunga conversazione, che cercherò di riportare quanto più fedelmente possibile.

Le proteste, come si diceva, sono partite dal costo del prezzo della metro. Ma il carovita è solo la punta dell’iceberg: la realtà, credo, è più complessa. Forse bisogna parlare di disuguaglianze economiche e sociali, di accesso all’istruzione e alla salute. Ti va di spiegarci meglio? Quali sono le richieste che hanno portato i e le manifestanti a riversarsi in massa per le strade? Quanto c’entra l’eredità della dittatura militare? Penso, ad esempio, al sistema pensionistico ereditato dal regime di Pinochet.

Una premessa. Il 5 ottobre 1988, un referendum popolare ha messo fine al regime militare: pressato da una forte opposizione e dalla vittoria del No, Pinochet fu costretto ad aprirsi al pluralismo politico e a reintrodurre libere elezioni nell’89. Nel 1990, terminano diciassette lunghi anni di dittatura. Durante la fase di transizione, anche la sinistra ha preso parte al processo di privatizzazione, in un certo senso avvallando le politiche di austerity ereditate dal regime militare. Di fatto, c’era un consenso sul sistema economico che si voleva promuovere. Per esempio, rame, litio e pesca, risorse che sono alla base dell’economia cilena, erano già stati privatizzati con il regime di Pinochet, mentre la privatizzazione di autostrade e acqua, solo per citarne due, è stata portata avanti dai governi successivi, anche di sinistra. Infatti il governo di Piñera, al suo secondo mandato, è un governo di destra, ma il Chile ha vissuto vent’anni di governi di Concertación por la democracia, coalizione di centro-sinistra imperniata su democristiani e socialisti. Quindi, la Concertación non ha voluto o potuto cambiare il sistema economico ereditato da Pinochet, che ha fatto del neoliberismo sfrenato il grimaldello della crescita economica cilena. Anzi, ha spesso strizzato l’occhio agli interessi borghesi e imprenditoriali. Ma la crescita economica è profondamente diseguale, e la ricchezza si concentra nelle mani di pochissimi privilegiati. In questo senso, poco sono riusciti a fare i due mandati di Michelle Bachelet, nel cercare di porre delle toppe alle discriminazioni e alle disparità di mezzi e possibilità.

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Uno dei problemi più grossi è proprio il sistema pensionistico creato nell’80, che si basa sulle AFP, Administradoras de Fondos de Pensiones, che obbliga i lavoratori e le lavoratrici a versare ogni mese i propri guadagni in fondi pensionistici gestiti da enti privati e multinazionali. Somme che vengono poi investite nel mercato, mentre queste persone si ritrovano con pensioni esigue sia rispetto al costo della vita in Chile, paragonabile a quello in Spagna, per capirci, sia a quanto hanno effettivamente lavorato nel corso dell’intera vita. I salari sono molto bassi e quindi le persone devono lavorare moltissimo per accedere agli standard di consumo che il sistema capitalistico ti induce a desiderare e a pensare siano a portata di mano, basta volerlo. In poche parole puoi avere tutto, ma ti devi indebitare.

E non solo per i beni “di lusso”, persino le bollette della luce hanno costi esorbitanti. Anche per quanto riguarda l’istruzione: le tasse universitarie sono elevatissime, una carriera universitaria costa come tre, gli studenti lavorano per pagarsi i debiti contratti per studiare. La privatizzazione è arrivata anche nel sistema sanitario, perché quello pubblico è precario, quindi chi può paga e si rivolge al privato. Questo malcontento forse solo ora ha davvero la volontà di rendersi visibile, ma non è nato da un giorno all’altro, sbaglia chi dice che il Chile si è svegliato adesso, il Chile non ha mai dormito e questa situazione si prepara da molto tempo. È il risultato di più di quarant’anni di repressione: la dittatura è finita, lo sfruttamento no.

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Forse, le proteste sono partite soprattutto dai e dalle nati dopo la dittatura di Pinochet, quindi parliamo di persone molto giovani, forse più politicizzate, sicuramente cresciute in questo sistema economico. Ma sono diventate presto trasversali, anche dal punto di vista generazionale, o sbaglio?

Sì, le proteste sono partite dagli studenti, che da sempre sono il motore attivo e rivoluzionario delle proteste in Chile. E che sono particolarmente soggetti alla repressione, basti pensare alla legge “Aula Segura, in vigore da dicembre 2018, che criminalizza e mette a rischio espulsione i giovani che si mobilitano nei luoghi di studio. Per non parlare del controllo dei documenti di identità all’ingresso di scuole superiori e università. Fin da subito si sono organizzati per evadere i tornelli delle metropolitane, e hanno aiutato le altre persone a farlo: lo slogan era proprio “evadi, non pagare, un altro modo di lottare”. Dopodiché, la rabbia è scoppiata davvero dopo le dichiarazioni del Ministro dell’Economia Juan Andrés Fontaine, che ha invitato i lavoratori ad alzarsi presto per arrivare prima al lavoro e pagare meno. Ma il biglietto è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso: da lì, tante, tantissime persone cominciano a riversarsi in piazza, ma anche a trovarsi nei quartieri e nelle piazze per fare contro informazione, prendere posizione, anche dopo gli orari di lavoro e in maniera massiva. Questo ha spaventato il governo, che ha decretato il coprifuoco: prima alle 22, poi è stato anticipato alle 19, perché le persone non lo rispettavano. A quel punto, il governo decide anche di dispiegare i militari nelle strade, investendoli di pieni poteri.

La strategia del governo di militarizzare, criminalizzare e reprimere le proteste popolari, è un modo per minimizzare il malcontento sociale?

Scagliarsi contro i manifestanti per saccheggi, barricate e chiusura degli esercizi è funzionale a legittimare la presenza dei militari per strada come necessaria per garantire sicurezza e contenere la violenza dei manifestanti. Ma in realtà sono spesso gli stessi militari a creare appositamente situazioni destabilizzanti. Si è parlato ad esempio dei danni alle metropolitane, alcune delle quali sono state bruciate, ma non tutti gli incendi sono stati appiccati dai manifestanti. O della sede dell’Enel andata a fuoco, che ha fatto anticipare il coprifuoco alle 19, con l’obbligo per i lavoratori di andare comunque a lavorare. Tra l’altro, le circostanze dell’evento non sono state chiarite, è difficile anche solo reperire informazioni: in questo, gioca un ruolo rilevante la censura – moltissimi i video censurati – e la disinformazione. Ma tornando ai danni causati dalle proteste, perché non spostiamo l’attenzione invece a quelli causati dalla corruzione endemica?

Ora, il governo ha fatto un passo indietro, dicendosi aperto al dialogo e ai cambiamenti costituzionali richiesti dalla popolazione. Ma allo stesso tempo promette alle piccole e medie aziende aiuti e sovvenzioni: le stesse piccole e medie aziende che sono scese a fianco del popolo in questi giorni di protesta, perché strozzate da una tassazione sempre più alta. Queste sono mosse che vogliono dividere, fiaccare le richieste. Ma per ora le proteste non si fermano, non vengono accettati compromessi.

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Ci sono state denunce di abusi sessuali, sparizioni e molestie, emerse anche grazie ai collettivi femministi (qui la testimonianza della sociologa cilena Sumargui Vergara, dal sito Diario Digital Femenino, che invito a visitare). Cosa ci dici al riguardo?

Su questo aspetto, mi sento di fare una considerazione un po’ delicata: ogni violazione, ogni morte, ogni sparizione hanno lo stesso peso. E come tale va denunciata. Però, l’immagine diventata virale di Mimo, diventata un simbolo, a un mese dalla sua morte effettiva, tra l’altro, non dovrebbe adombrare tutte le altre persone, compresi bambini, che sono stati colpiti e feriti dalle pallottole mirate in maniera strategica – per disperdere e gambizzare – alle gambe, ai gomiti, agli occhi. È giusto parlare di violazione dei diritti umani, ma non perdiamo di vista cosa vanno a colpire: persone che protestano, che non vogliono più accettare un sistema economico che funziona nutrendosi del loro sfruttamento. E che lottano con forza per cambiare le cose, quindi sono scomodi. Spostiamo il focus dalla retorica un po’ vittimizzante della “polizia brutta e cattiva” al cercare di capire perché la polizia reprime: lo fa da sempre, dove la gente si ribella.

E l’Italia? Sta prendendo posizione?

L’Italia ha tutti gli interessi a mantenere il silenzio, o comunque a non prendere posizione pubblicamente: abbiamo già parlato degli stabilimenti Enel, e ricordiamoci il loro legame con lo sfruttamento delle risorse nei territori Mapuche, che si trovano da molto tempo sotto una brutale repressione, accusati di terrorismo perché difendono il loro diritto a vivere della terra dove sono nati e cresciuti. Ma anche l’industria bellica. Tra l’altro, in Chile le grosse aziende godono di forme di assicurazione: per esempio, negli scontri con i Mapuche, le “perdite” delle multinazionali sono tamponate dallo stato, mentre le popolazioni indigene sono fortemente criminalizzate.

Dopo la fine dello stato d’emergenza, la repressione non è affatto finita, e ha lo scopo preciso e sistematico di piegare i e le manifestanti. Anche per questo, lo scorso 19 novembre è stata presentata la richiesta di messa in stato d’accusa del presidente Piñera. Tuttavia, lo scontento che ha dato origine alle rivendicazioni ha radici profonde, e la questione non è solo generazionale, ma di classe. A protestare sono i lavoratori e le lavoratrici che faticano ad arrivare a fine mese – parliamo dell’80% della popolazione cilena -, la cui vita è tenuta in scacco da un sistema capitalistico inumano e insostenibile, con l’appoggio dei pochi privilegiati che da quel sistema traggono vantaggi. Le proteste non finiranno presto, ed è doveroso tenere alta l’attenzione su quanto sta accadendo nel Chile che i fautori del neoliberismo hanno definito una “success story”, il gigante economico dell’America Latina.

Martina Facincani

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