Una fattoria palestinese che coltiva la pace: la Tenda delle Nazioni

We refuse to be enemies”. RIfiutiamo di essere nemici: questo è il messaggio che accoglie gli ospiti che entrano in questa curiosa fattoria nei pressi di Betlemme. Anche se più che di una fattoria si può parlare di una vera e propria comunità. Stiamo parlando della Tenda delle Nazioni.

A raccontarci la storia e l’importanza di questo luogo particolare è Daoud Nassar, il capofamiglia, che si fa portavoce dei valori qui coltivati, come se fossero frutti. Daoud è cristiano e vive in Palestina con la sua famiglia.

La storia

Tutto inizia nel 1916, quando il nonno del nostro narratore, acquista 42 ettari di terra a sud ovest della città nativa di Gesù, periodo in cui la Palestina è ancora assoggettata al dominio ottomano. Nel 1991, però, la terra della famiglia Nassar viene dichiarata parte dello stato israeliano, a causa della politica di colonizzazione dello stato d’Israele iniziata nel 1967 a partire dai territori della Cisgiordania e Gaza. Se non fosse stato per un certificato di proprietà a cui aveva provveduto il nonno di Daoud, la questione si sarebbe già conclusa ad inizio anni Novanta con la confisca della terra. L’atto di acquisto è invece ufficialmente registrato e controfirmato da tre diverse amministrazioni. Eppure,  nonostante questo, sono venticinque anni che il governo israeliano cerca, in tutti i modi, di accaparrarsi quella che da tre generazioni è la lecita casa di una famiglia.

Inizialmente, la questione viene affrontata solo nei tribunali, davanti a giudici, che non si arrendono a cedere quel pezzo di terra. Presto, però, il governo israeliano adotta una seconda strategia, inviando militari a tagliare e incendiare gli alberi della fattoria, danneggiare le riserve d’acqua (nonostante qui le risorse idriche siano già molto scarse), costruendo strade ed edifici sopra la proprietà di Daoud, arrivando infine anche alla minaccia armata. Tra un colpo basso e l’altro le autorità d’Israele hanno fatto diverse proposte pecuniarie per l’acquisto della terra, proponendo addirittura un assegno in bianco. Per la famiglia Nassar però non c’è niente che possa comprare le proprie radici, la propria identità.

Una resistenza pacifica 

Nonostante le continue intimidazioni Daoud ribadisce fiero la filosofia che accompagna la famiglia dall’inizio di questa lotta: “Ci rifiutiamo di essere vittime e ci rifiutiamo di essere nemici. In questi casi ci si può comportare solo in tre modi. Puoi accettare, sederti e piangere, diventando vittima. Oppure puoi rispondere fuoco al fuoco e diventare nemico. Noi abbiamo scelto la terza via: una resistenza senza violenza. Una resistenza che si fonda sui valori che la cristianità ci ha insegnato, e che vanno oltre la credenza religiosa: fede e giustizia. Vogliamo dimostrare che è possibile il cambiamento perché, prima di qualsiasi guerra e interesse, noi siamo Umani”.  

Ma quali possono essere le possibili soluzioni per sciogliere queste tensioni?  Il capofamiglia confida: “Purtroppo non possiamo immaginare che il sostegno alla nostra causa derivi dalla politica: la Palestina è politicamente molto debole, l’Unione Europea ha come priorità i propri problemi interni, gli stati arabi non inseriscono il problema nella loro agenda, dagli Stati Uniti di Trump non possiamo aspettarci miracoli. Aspettare che qualche stato metta in agenda questa vicenda è più un’illusione che realtà”.

L’interculturalità come obiettivo e come tutela

Ad oggi l’unica via per tutelarsi è sensibilizzare le persone che non conoscono questa realtà: turisti, studenti, chiunque voglia venire a far anche solo una visita in giornata. La presenza internazionale, spiega Daoud, funge da scudo protettivo perché in questo modo i militari non si avvicinano. L’obiettivo è far sì che la fattoria diventi un ponte tra le culture: gli stranieri possono venire qui, vivere la quotidianità del posto, immergersi nella cultura palestinese e al tempo stesso raccontare le loro esperienze alla famiglia. Il nome “Tenda delle Nazioni” vuol proprio indicare la convivenza di tutte le nazionalità sotto lo stesso tetto.

 C’è un vero e proprio scambio: ci si siede a tavola tutti insieme, il contesto è familiare, si respira un clima conviviale che mette a proprio agio chiunque incontri il sorriso di Daoud. Le donne preparano piatti tipici per tutti gli ospiti. Ci si deve adattare alle mancanze che caratterizzano il posto, non si tratta certo di un resort a cinque stelle. Oltre alla scarsità d’acqua, i servizi sanitari funzionano col compost e a parte qualche lampadina che permette di muoversi anche in tarda serata la giornata è scandita dal movimento del sole. Ma la vista dall’alto della città sotto la collina e i racconti, la storia di Daoud fanno passare in secondo piano qualsiasi disagio. Molti sono i campi estivi organizzati per i ragazzi, che da giugno a ottobre possono aiutare la famiglia con la raccolta dei frutti in base alla stagionalità: albicocche, fichi, mandorle, olive, uva. La pubblicità che i ragazzi faranno di questa esperienza è la loro unica “arma” per fermare gli attacchi militari.Come and see; go and tell” è la filosofia su cui la famiglia Nassar basa la propria difesa. E per ora sembra funzionare: grazie alla presenza internazionale, specialmente quella europea, dal 2002 ad oggi non ci sono stati attacchi, nonostante l’intera collina sia accerchiata dalle autorità israeliane. 

Daoud confida con speranza il nuovo obiettivo per la farm: creare un centro di educazione ambientale. “I campi estivi, che hanno una durata di quindici giorni, non sono abbastanza. Vorremmo creare un vero e proprio centro quindi classi stanziate qui regolarmente e trasmettere loro il valore dell’ambiente, della nostra Terra. L’educazione ambientale non è trattata sufficientemente nelle scuole. Vogliamo insegnare alle generazioni future l’importanza dell’energia alternativa, del riciclo, della coltivazione organica e, soprattutto, della costruzione della comunità accanto ai nostri valori, fede, amore, speranza”.


Annita De Biasi

 

Tutte le foto sono state scattate sul luogo.

 

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