Dulcis in fundo… – In Cauda Venenum, 2019

Robert Fripp, il capo supremo dei King Crimson, tempo addietro, in un’intervista affermò che chi ama la musica dovrebbe trovarsi un lavoro vero, come ad esempio l’idraulico. Questo sarebbe necessario per non arrivare a odiarla. All’epoca Fripp era probabilmente ancora impelagato in alcune schermaglie legali, e soprattutto stava studiando come avere introiti sufficienti alla sua soprvavvivenza pur suonando il cavolo che gli pareva.
Mikael Åkerfeldt, il capo ancora più supremo degli Opeth, evidentemente ha trovato un modo di far coesistere le due cose. Basta vedere come, nell’episodio di What’s in my Bag? o in quello di The First Time dei quali è protagonista, descrive i dischi che ha appena comprato o il suo incontro con la bionda degli ABBA.
Questo suo amore traspare, naturalmente, ancora di più nei dischi della sua band, che di fatto è un veicolo per le sue idee artistiche ormai da moltissimo tempo: se nei primi anni c’era un’atmosfera vagamente collaborativa, a partire da Still Life del 1999 è stato chiaro che gli Opeth erano gli attrezzi che l’artigiano Mikael utilizzava per dar forma all’oscurità della sua mente.

Dopo Watershed, del 2008, Mikael aveva cominciato a lavorare a un seguito sempre in forma del progressive death metal che era ormai il suono tradizionale della band: non era del tutto convinto, però, e il bassista Martin Mendez (ormai con la band dal 1997, il più longevo dei membri attuali) confidò a Mikael che sarebbe stato deluso se avessero fatto un altro album così. Confortato da ciò, il nostro si mise al lavoro su quello che sarebbe poi diventato Heritage, del 2011, e aprì la strada alla vena puramente progressiva degli Opeth (se si esclude lo splendido Damnation, già del 2003). A Heritage seguirono Pale Communion e Sorceress, e dopo il live Garden of the Titans (mio disco preferito del 2018) una nuova osservazione degli Opeth è arrivata nel mondo: In Cauda Venenum.

Il titolo è un’espressione latina che significa “il veleno nella coda”, contrapposta a “dulcis in fundo” (ora lo avete capito, il brillante giuoco di parole del titolo?), a identificare situazioni in cui sembra che il peggio sia passato e invece arriva proprio alla fine. Il suo significato non è molto chiaro, anche se, personalmente, ho una teoria un po’ paurosa che lo vede come l’ultimo disco della band: dopotutto, l’ultima traccia si intitola “Allting tar slut”, che in svedese vuol dire “Tutto finirà”. Ma forse sarà l’ultimo disco prog, o forse passo solo troppo tempo ad ascoltare i dischi degli Opeth e ho perso il senno.
Mentre la lavorazione dell’album procedeva silenziosamente, in qualche fugace apparizione a mezzo stampa online, Mikael suggeriva che avrebbe provato qualcosa di malvagio (twisted, che in realtà letteralmente significa ‘contorto’), e naturalmente i pochi sciamannati che ancora speravano (invano) che gli Opeth tornassero a fare death metal avevano gridato al miracolo. La contorsione, invece, era linguistica: In Cauda Venenum è stato scritto e concepito in svedese, la lingua madre del nostro. Ed è, onestamente, esattamente il tassello che mancava al corso prog degli Opeth. Non parlando svedese, ovviamente ho appena una vaga idea del significato dei testi dell’album, ma è proprio questo che secondo me è perfetto. Non potendosi concentrare sul significato delle parole, si è costretti a concentrarsi sul significante, sui suoni, così melliflui e misteriosi, della lingua scandinava qui utilizzata, e sulle melodie create per queste trame sonore dall’aria solo apparentemente nostalgica. E qui arriviamo al punto cruciale: è vero che il tessuto di questo album, come dei tre precedenti, è estremamente ispirato, quando non derivativo, dalla musica progressiva degli anni ’70, eppure qui si sentono, forse per la prima volta, i quasi trent’anni di musica prodotta dalla band amalgamarsi alla perfezione, nel disco della maturazione prog. Come Still Life era il frutto di anni di ricerca sonora death metal, In Cauda Venenum termina un percorso iniziato con Heritage che vede i nostri padroneggiare completamente il nuovo medium espressivo. Su questo album torna anche una produzione più adeguata: dopo la parentesi di Tom Dalgety su Sorceress, che ha portato a un sound inutilmente gommoso (sentite i brani di Sorceress dal vivo su Garden of the Titans!), viene fatta giustizia ai due Martin, Mendez e Axenrot (quest’ultimo il batterista), e l’orchestra, come su Pale Communion, arricchisce splendidamente il mosaico.
È un disco senza compromessi – se non vi piace il prog, non vi piacerà – a parte uno, che francamente mi ha spiazzato e un pochino deluso: il disco è uscito anche in inglese, con i testi e le linee vocali inevitabilmente cambiate e riarrangiate. Perché, Mikael? Nuclear Blast aveva paura che la gente non lo comprasse perché era in svedese? Hai avuto paura di Nuclear Blast? Non riesco proprio a capacitarmi che la stessa persona che ha avuto il fegato di far uscire un Heritage dopo Watershed si sia poi piegato a queste logiche commerciali ridicole (lui dice di essere stato lui ad avere paura, ma io non gli credo: uno che ascolta i Picchio dal Pozzo non può avere paura di pubblicare un disco in svedese). Vedo anche qualche recensore, come dire, sciocchino, che definisce la versione svedese una bizzarria per impallinati, quando lo stesso Åkerfeldt ha dichiarato che l’unica versione vera è quella in svedese, e infatti è quella esaminata in questa recensione.

Pezzi come “Hjärtat vet vad handen gör” soddisfano il desiderio di cattiveria, e il brano più interessante, perché devia completamente dall’aspettato, è “Banemannen”, che è essenzialmente un pezzo jazz. Eppure, il brano probabilmente più intenso dell’album è “Minnets yta”, una ballatona che mostra l’Åkerfeldt più crooner di sempre e un Joakim Svalberg alle tastiere sempre più coraggioso, seguito a ruota dalla conclusiva, già menzionata, “Allting tar slut”, con il suo liberatorio crescendo finale (che sembra quasi – possibile? – in maggiore! “Happy music is forbidden!”).

In Cauda Venenum, in estrema sintesi, dimostra come gli Opeth siano in grado, come pochissimi altri, di seguire quella “continuità concettuale” di zappiana memoria, che li porta a poter esplorare gli spazi infiniti della musica popolare contemporanea senza limiti e senza confini, con vero spirito progressivo.

Guglielmo De Monte
@BufoHypnoticus

 

[Immagine di copertina: revolvermag.com]

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