Da un ricordo: Metropolis pt. 2: Scenes from a Memory, 1999

Sui Dream Theater c’è gran dibattito all’interno della comunità metal, all’interno della comunità prog e all’interno della comunità prog metal: cioè, ci sarebbe se esistessero delle entità così ben definite. I Dream Theater sono una band americana fondata nel 1989 da John Petrucci (chitarra), Mike Portnoy (batteria e, più avanti, cori) e John Myung (basso) con Kevin Moore (tastiere) e Charlie Dominici (voce). Dopo il primo album, già foriero di grandezza ma tutto sommato acerbo, i Dream Theater, sostituito Dominici con il canadese James LaBrie, pubblicano quello che è il loro capolavoro assoluto: Images and Words, uno dei dischi più belli e più importanti (se non IL più importante) del prog metal.

Con il disco successivo la band cementa la propria reputazione di nerd musicali (Portnoy dedicherà Awake a Frank Zappa, scomparso quell’anno) e di maestri del nascente progressive metal, ma a disco appena pubblicato, a detta di tutti piuttosto a sorpresa, Kevin Moore lascia la band, ma soprattutto l’amico di una vita Petrucci. Quest’ultimo e Portnoy, dunque, oltre a doversi ingegnare a trovare un nuovo tastierista, ne prendono il posto come autori dei testi (pur essendocisi già cimentati entrambi). Dopo il curioso EP A Change of Seasons (metà suite prog metal, metà cover live di classiconi del rock), con a bordo Derek Sherinian alle tastiere, la band ha un semi-fallimento con Falling Into Infinity, un disco piagato dall’interferenza con i discografici e sul quale Sherinian non si trova particolarmente a suo agio, vuoi per le interferenze di cui sopra, vuoi per lo stile radicalmente diverso da quello ricercato dai suoi compagni, vuoi per l’inevitabile confronto con Moore. Sherinian lascia subito dopo il tour promozionale (dal quale viene tratto il live Once in a Livetime).
Improvvisamente, terremoto.
Il 26 ottobre di vent’anni fa, i Dream Theater pubblicano l’album che definì la loro carriera: Metropolis, Pt. 2: Scenes from a Memory.
È un disco che sfiora la perfezione. Imbarcato Jordan Rudess alle tastiere, e liberatisi di qualsivoglia ingerenza discografica, i due capitani Petrucci e Portnoy guidano la band verso l’ignoto, partendo da alcuni pezzi scartati dalle sessioni di Falling Into Infinity che avrebbero dovuto essere una mini suite. Lo spunto viene dal brano più grande della loro intera discografia (a oggi), “Metropolis, Pt. 1: The Miracle and the Sleeper”, intitolato così a immagine e somiglianza dei loro idoli Rush (un fatto curioso: il produttore storico dei Rush, Terry Brown, co-produrrà le parti vocali dell’album), ma senza mai la vera intenzione di realizzarne una seconda parte.
Partendo dunque dalle idee musicali presenti nella prima parte, il tema viene espanso fino a creare un mastodontico concept album (che racconta una storia assurdamente complessa) che è la pietra miliare del progressive metal tutto, oltre che il punto di arrivo del primo decennio di carriera della band.

La storia del disco riprende vagamente i personaggi presenti nella “prima parte”, Nicholas e Victoria, che vivono rispettivamente nel presente e nel passato (Nicholas è la reincarnazione di Victoria?), e l’intreccio delle loro due linee temporali.
La storia del concept, per quanto costruita maniacalmente da Petrucci e Portnoy, e rappresentata anche dall’iconica copertina opera di Dave McKean, spesso collaboratore di Neil Gaiman, è però tutto sommato marginale nell’importanza di questo album. Ciò che davvero impressiona, qui, è la musica.

I Dream Theater vengono spesso tacciati di ipertecnicità o freddezza, e anche per un estimatore come il sottoscritto è difficile negare che sia accaduto qualche scivolone in questo senso. Eppure qui la band è in stato di assoluta grazia. LaBrie è in splendida forma (nonostante un incidente con del pesce palla che gli danneggiò le corde vocali durante il tour di Awake), duttilissimo nell’interpretare i personaggi del concept, aggressivo o dolce in base alla necessità del momento. L’ultimo arrivato Jordan Rudess, pur avendo uno stile completamente diverso rispetto a quello sobrio e delicato di Moore (che io, per dire, preferisco), qui splende assolutamente, non invadendo mai il campo sonoro eppure lanciandosi in assoli funambolici e parti circensi come quella, epica, di “The Dance of Eternity”, leggendario e complicatissimo strumentale e forse chiave di volta dell’intero album.
John Myung è forse il componente più in ombra della band, complice uno stile bassistico virtuoso eppure delicato (molto spesso penalizzato nel mix, come accade anche qui, seppure in misura minore che su altri album): eppure le sue linee sono fondamentali per la sezione ritmica. Qui scrive anche quello che sarebbe stato per molti anni (fino al 2011) il suo ultimo testo, quello di “Fatal Tragedy”.
Inaspettatamente non proseguo con la sezione ritmica (vedremo perché), ma osanno qui il grande maestro della chitarra elettrica degli anni ’90: Scenes from a Memory è chiaramente il capolavoro assoluto di John Petrucci, che trova qui la sua perfetta realizzazione. Ci sono riff indelebili, sia quelli più sognanti che quelli più cattivi, una sintesi perfetta dei quali si trova nell’altro brano più rappresentativo dell’album, “Home”, citazioni zappiane (su “Beyond This Life”) e assoli devastanti (su tutti proprio quelli di “Beyond This Life” e “Home”). Petrucci più di tutti viene accusato di essere freddo nel suo stile, ed è vero che in alcuni momenti (quasi tutti successivi a questo disco) la tecnica sembra prevalere sull’emozione. Non è però il caso qui, dove dimostra a pieno titolo di essere davvero il chitarrista metal più importante del decennio.
L’analisi strumentale di Scenes from a Memory si conclude con il maestro in persona, il musicista che più di tutti gli altri rende così importante e, soprattutto, così bello questo album: il batterista Mike Portnoy. Qui, come Petrucci, Mike esegue il suo capolavoro, dimostrandosi, seppure per un attimo fugace, il vero possibile erede di un mostro sacro come Neil Peart, al quale viene spesso paragonato. Chiariamoci: il paragone è sbagliato per molti motivi, ma qui, in questo momento nel tempo, non lo è. Su Scenes from a Memory Portnoy crea delle parti creative, funamboliche, ma mai eccessive, e sempre al servizio delle canzoni (che è proprio ciò che caratterizza Neil, che però è stato consistente in questo per tutta la sua carriera, diversamente da Mike). Una batteria così perfetta non si ripeterà su nessun album pubblicato successivamente, dalla band o da uno degli ottocentosettantaquattro side project di Mike. Se fossi costretto a scegliere una cosa, una sola, che rende questo album un capolavoro, non avrei dubbi nello scegliere la batteria di Mike Portnoy.

L’idea di questa recensione vintage mi è venuta, oltre che per festeggiare il ventennale dell’album che cadrà tra poco più di tre settimane, anche perché, proprio in tale occasione, la band porterà l’intero album in tour, come aveva fatto all’uscita. Per quanto vorrei provare l’emozione di sentire questo album suonato dal vivo, però, non andrò. I più scafati di voi, infatti, sanno che Portnoy ha lasciato la band da ormai 9 anni, e una performance del suo capolavoro senza di lui (sostituito, peraltro, dall’ipertecnico e un po’ asettico Mike Mangini) non avrebbe senso.
Fortunatamente, ho il disco che posso riascoltarmi quante volte voglio, cosa che faccio da quando lo possiedo, e ricordo ancora la prima volta che lo ascoltai, dopo averlo comprato alla Feltrinelli di Udine (quando aveva ancora una selezione di dischi piuttosto ampia). Avevo un lettore CD portatile, di quelli a forma di disco volante, e misi su il disco in corriera, tornando a casa da scuola. Allora l’unico altro album della band che avevo era Images and Words, dunque sapevo bene di cosa fossero capaci, e mi esplose comunque il cervello.
Se anche non siete progster nerd come me o metallari invasati, sempre come me, o banalmente non avete mai ascoltato Metropolis pt. 2: Scenes from a Memory, fatelo ora.

 

Guglielmo De Monte
@BufoHypnoticus

 

[Immagine di copertina: interno del vinile di Metropolis, pt. 2: Scenes from a Memory. Grafiche di Mike Portnoy e Dave McKean]

 

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