C’è mobilità in Occidente

Sorridi bambina il futuro è già qua,
sicuro l’anno venturo la Lira scomparirà, una banconota unirà
una grande comunità che spende, c’è mobilità in Occidente, la libertà si vende […]
(SoldiSoldiSoldi  Art.31)

Scrivere questo articolo è stato complicato. Quando in redazione abbiamo deciso di lanciare lo speciale “Europa”, un articolo a tema politica economica del Bottonomics era atteso. Ma di cosa parlare? Quale tema trattare? L’Unione Europea è uno spazio economico, trovare commenti e opinioni, anche più autorevoli delle nostre, non è difficile.

Tuttavia, qualche argomento poco affrontato si può rintracciare. Qualcosa per cui sia possibile mettere a frutto le competenze costruite negli anni. Qualcosa che non siano il sistema bancario, la politica monetaria, la crisi del debito e così via. Così, dopo tanto riflettere, il tema è emerso spontaneamente: se l’UE è uno spazio economico, perché non approfondire la fisica di questo spazio economico? All’interno di uno spazio ci sono agenti e merci, che si muovono, interagiscono e si comportano in accordo alle regole che governano tale spazio. Quali regole permettono alla mobilità di prendere la forma che ha? Quali leggi determinano le relazioni industriali che si sono formate? Perché l’Unione Europea è fatta così?

Cominciamo con un ragionamento sulla mobilità, pietra fondativa dell’UE. Per farlo, però, dobbiamo fare un piccolo viaggio indietro nel tempo, riavvolgere la storia a prima della crisi, prima della moneta unica, prima delle torri gemelle, della caduta del muro e degli anni di piombo, prima di tutto ciò, per fermarci al 1952. Anno importantissimo nella Storia del Novecento, l’anno della legge Scelba (divieto di formazione e riorganizzazione di partiti e movimenti neofascisti), l’anno del colpo di Stato a Cuba da parte di Fulgencio Batista, di Nasser in Egitto, l’anno in cui l’ambiente diede il primo segno di avvertimento dell’epoca contemporanea con il Grande smog di Londra, quando una coltre di smog coprì la capitale britannica causando migliaia di morti.

In questo contesto, entra in vigore il trattato istitutivo della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Ne fanno parte Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. In questa occasione, i Paesi firmatari intendevano rinvigorire il settore carbo-siderurgico, strategico per i paesi dell’Europa continentale, mentre meno rilevante per l’Italia (che aveva tuttavia motivazioni politiche importanti per farne parte). La creazione di un mercato unico per queste due risorse fu solo il primo di tanti accordi, quello fondativo. Il più rilevante fu nel 1957, il Trattato di Roma, che eliminò dazi doganali tra gli stati membri, istituì una tariffa doganale esterna comune e di fatto creò un mercato comune basato su alcune libertà fondamentali: libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali.

Torniamo al presente e cerchiamo di capire come queste libertà, che sono le leggi principali attorno a cui tutto è costruito, hanno dato forma all’UE di oggi.

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Photo by John Salvino on Unsplash

Libertà di circolazione delle persone, prima delle altre. Difficile vivere negli anni ’10 del ventunesimo secolo e non aver mai sentito parlare di Schengen o della convenzione di Dublino. L’Acquis di Schengen (noto come Accordi di Schengen) è un sistema di accordi, convenzioni e regole di cui si è dotata l’Unione Europea e che governano dagli anni ‘90 la libera circolazione delle persone nei paesi membri firmatari. Andato in crisi a seguito dell’isteria collettiva generata dai recenti attacchi di matrice terroristica nel cuore dell’Europa, Schengen è il motivo per cui quando ci muoviamo in auto da uno Stato all’altro (limitatamente ai Paesi firmatari) non ci sono più dogane e code in autostrada per mostrare i documenti. Invece, la Convenzione di Dublino è stata firmata nel 1990 e regola i flussi di ingresso in Europa di persone richiedenti asilo politico e il riconoscimento dello status di rifugiato politico. A questi due grandi accordi, aggiungiamo le regole di ogni stato membro per il “semplice” riconoscimento della cittadinanza a cittadini di Paesi extra-comunitari.

Ecco quindi le tre forme che regolano la circolazione di persone all’interno dell’UE, secondo le linee dentro-dentro (Schengen) e fuori-dentro (Dublino e cittadinanza). Come raccontato nell’articolo di TBU del 9 maggio, la direzione fuori-dentro è piuttosto problematica e bloccata. Da spazio di libertà in grado di attrarre anche persone che la libertà non conoscono, la fortezza europea ha alzato i ponti levatoi e calato i coccodrilli. Il motivo è ovvio e avvilente: data la grande libertà di movimento dentro-dentro, il controllo di chi viene da fuori si è fatto severo e paranoico dopo i recenti attacchi terroristici. Chiunque entri si può muovere liberamente, ma questa libertà è concessa solo a patto che sia possibile governare questi movimenti. Sembra illogico, ma ci arriviamo.

I flussi interni, al contrario, sono liberi e rapidi. Chi scrive, ad esempio, siede su una scrivania di Amsterdam, dai Paesi Bassi, dove è arrivato cinque mesi fa. Chi legge, forse, sarà in Francia, Germania, Belgio e via dicendo, dove vive da giorni, mesi o anni. Possiamo letteralmente scegliere un punto a caso della mappa dell’Europa e decidere di vivere lì. Nulla ce lo impedisce, almeno in linea di principio. In un certo senso, l’Europa è diventato un grande mercato dei governi, in cui i cittadini si muovono alla ricerca del posto che meglio soddisfa le loro esigenze. Non è tuttavia questa la sede per ragionare sulla bontà o meno di questo “mercato”, la cui esistenza mina e rallenta i processi di modifica e di ristrutturazione dei diversi Paesi.

Si tratta, a ogni modo, di un’enorme concessione di libertà individuale, che non può essere né sminuita né, peggio ancora, messa in discussione. Da sempre, governare ha in qualche modo significato controllare e fissare le masse su un territorio. La mobilità genera caos e il caos è complicato da ordinare. Di fatto la mobilità è una conquista.

Come ogni conquista, tuttavia, è stata in qualche modo normata, perché il caos non fosse fuori controllo e perché fosse possibile governare gli individui anche in assenza di vincoli territoriali. La prima norma, ovviamente, è l’istituzione di una polizia comune, su cui non mi dilungherò. La seconda è il lavoro.

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Photo by Andrew Schultz on Unsplash

Trasformando la mobilità delle persone in mobilità di forza lavoro, è stato possibile gestire i flussi, organizzarli. Di più, è possibile trasformare il flusso in uno strumento di governo per altri fenomeni. A questo punto è importante partire da una serie di affermazioni: l’Unione Europea è una zona economica che punta alla crescita comune di tutti gli Stati membri. La crescita di uno Stato si misura nella variazione del prodotto interno lordo (PIL) che misura la capacità produttiva dello Stato in un determinato periodo. Dato che una parte rilevante della crescita di un Paese dipende dalla domanda estera, l’aumento del potere d’acquisto dei lavoratori interni non è strettamente fondamentale (lo vediamo chiaramente). Anzi, può talora rendersi necessario ridurre i salari interni per aumentare la domanda estera (attraverso il canale della competitività).

Ecco dunque che l’immigrazione (interna all’UE) può essere utilizzata per rimpolpare l’offerta di lavoro in un Paese in cui i salari sono considerati troppo alti, esercitando così una pressione al ribasso sugli stessi. Perché questo sia possibile, naturalmente, deve essere garantito il flusso di capitali e di merci, perché nuovi investimenti avvengano dove devono e si possa attivare un flusso di lavoro.

Non parliamo di un fenomeno esclusivamente europeo, chiaramente. Lavoratori emigrano e sono emigrati sempre, senza la necessità di uno spazio comune. Francia, Belgio, Germania, UK, Sud America, USA, Australia, sono le grandi destinazioni dei lavoratori italiani negli ultimi due secoli. Lo spazio comune europeo ha solo accelerato questi movimenti, eliminando le frizioni dovute al passaggio di una linea di confine. Di fatto ha permesso il continuo dislocamento di lavoratori e ha reso il movimento fluido. Il governo di questi flussi è stato possibile rendendo a pieno titolo il lavoro una merce che può essere mossa alla bisogna, da mercato a mercato, a vantaggio delle imprese locali.

Chiaramente questo è un processo sottostante e poco evidente. È l’attuazione di una legge gravitazionale, secondo cui capitali maggiori si accumulano più in fretta e attirano maggior domanda di lavoro. Sebbene sempre in atto, sarebbe ben più rilevante e significativa se non ci fossero elementi frizionali aggiuntivi. Inoltre, nulla impone al lavoratore di muoversi, fuor di necessità. In Italia, per esempio, relativamente pochi lavoratori sono disposti a emigrare (secondo uno studio del 2018 dell’Eurostat, solo il 7% dei disoccupati italiani tra i 20-34 anni è disposto a muoversi in un Paese dell’UE per lavoro). Questo pone dei problemi, ovviamente, alla circolazione della forza lavoro e alla costituzione di quell’esercito industriale di riserva (che siamo noi, non gli altri) atto a contenere la crescita dei salari. Quando la forza lavoro non si muove, le frizioni aumentano ed è più complicato contrastarle. Quando non si muovono le persone, si devono muovere i capitali. Sacche di disoccupazione generano eccesso di offerta di lavoro e, solitamente, una pressione salariale al ribasso. Salari bassi, magari associati ad un livello di istruzione relativamente alto e ad una buona dotazione tecnologica (la situazione italiana, pressappoco) attirano investimenti dall’estero. I capitali convergono e generano domanda di lavoro che a sua volta attrae altri lavoratori.

È un ciclo che si riproduce e varia di direzione e intensità, governato come accennato da leggi basate sui concetti di gravitazione e di massa.

Si potrebbe obiettare, a questo punto, che se descriviamo una condizione di equilibrio sarebbe utile osservare questo equilibrio. Non è questo il caso. In Danimarca da un paio di anni c’è un eccesso di domanda di lavoro che non riesce ad essere soddisfatta dall’offerta (6 aziende su 10 erano in cerca di personale nel 2018). In Italia, come ben noto, il problema è opposto e la disoccupazione è al 10%. Logica vorrebbe un flusso di lavoratori dall’Italia alla Danimarca e di capitali nel senso opposto: se tali flussi si verificano, certo non sono delle dimensioni attese.

Questo perché le “leggi di moto” (perdonatemi la continua invasione di campo in una materia che non padroneggio) attorno a cui si è venuta costruendo l’UE sono leggi latenti, che operano in maniera per lo più tendenziale. Ma esistono e rappresentano le basi fondanti dell’euroscetticismo più ragionato (quello non puramente sovranista). Un’istituzione che si erge su regole atte a governare i flussi di individui attraverso il governo della forza lavoro è naturalmente vista con sospetto e messa in discussione da chi cerca l’emancipazione del lavoro dal capitale. La mobilità e le leggi che la governano fanno dell’Europa un terreno di scontro politico privilegiato.

Perché questo è l’Europa: è un compromesso che si valuta giorno dopo giorno.

Luca Sandrini

Fonte immagine copertina:  Ishan @seefromthesky on Unsplash

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