Il tempo della sensibilizzazione è finito

Non abbiamo più bisogno di essere allertati, sensibilizzati, spaventati: se il cambiamento climatico è una spada di Damocle, stiamo già sentendo il freddo della lama sul collo. Ma se alla musica togli la sua arma politica più potente, cioè quella di trasmettere valori – attraverso le canzoni o addirittura attraverso i rispettivi autori – nel modo più pervasivo e capillare possibile, cosa ci aspettiamo che possa fare, a difesa dell’ambiente?

E dire che ci sono stati anni in cui organizzare concerti contro il nucleare, a difesa delle foreste equatoriali, dei contadini americani, funzionava!

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Alcuni precedenti storici

Negli anni Settanta, erano stati i pericoli dell’energia nucleare e dei test atomici a chiamare a raccolta i capofila del folk americano, e non solo. Il 16 ottobre 1970, ad esempio, Joni Mitchell, James Taylor e Phil Ochs unirono le forze per quello che fu di fatto il primo concerto a favore di Greenpeace.
Ad organizzare il rendez-vous del Pacific Coliseum di Vancouver fu Irving Stowe, uno dei fondatori dell’organizzazione ambientalista, al fine di raccogliere fondi per le proteste contro gli esperimenti condotti dall’esercito americano nell’isola di Amchitka, in Alaska. In quella località, ormai disabitata, venivano fatti esplodere sotto terra ordigni atomici per studiarne gli effetti, ignorando il rischio che le detonazioni potessero provocare terremoti e tsunami. L’ultimo test avvenne nel 1971, un anno dopo il concerto di Vancouver, ma l’isola è tuttora monitorata per la dispersione nell’ambiente di materiale radioattivo.

Prima del concerto per Amchitka, Vancouver, 1971. Fonte: Youtube.

Quasi dieci anni dopo, nel settembre 1979, il collettivo “Musicians United for Safe Energy” organizzò una serie di concerti al Madison Square Garden per opporsi nuovamente al nucleare, poche settimane dopo il più grave incidente mai verificatosi in una centrale americana, questa volta a Three Mile Island in Pennsylvania. Tra i padri del collettivo, Jackson Browne, Graham Nash e John Hall, che ventisette anni dopo sarebbe stato eletto membro del Congresso, nonché membro della Commissione Infrastrutture e Trasporti, per un solo mandato e con esiti relativi.
Insieme ai fondatori del MUSE, a suonare al Madison Square Garden furono nomi del calibro di Gil Scott Heron (che suonò “We almost lost Detroit”, dedicata all’incidente nella centrale nucleare Enrico Fermi nei pressi della città del Michigan), Chaka Khan, Bruce Springsteen (nel suo primo live con la E-Street Band) e James Taylor, già protagonista a Vancouver nove anni prima.
Oltre a far emergere uno dei primi cliché relativi a questi eventi, cioè che ad apparire sono sempre più o meno gli stessi artisti (impegnati o presunti tali), i concerti del Madison Square Garden inaugurarono la pratica della vendita delle registrazioni audio e video delle performance. Un canale di ulteriore auto-finanziamento che verrà poi cavalcato a lungo e con successo, almeno fino all’avvento del digitale e dei consumi musicali online.

Raccogliere fondi vendendo dischi? A Greenpeace riusciva particolarmente bene. Citofonare Micheal Stipe, leader dei REM e attivista ecologista, politico (di lì a poco la band avrebbe suonato all’insediamento di Bill Clinton) e per i diritti umani. Nel 1992 i REM avevano appena inanellato i due dischi più riusciti, almeno in termini di vendite, Out of Time e Automatic for the People, ma non si erano esibiti in alcun concerto promozionale. Fu così che un giovedì sera di novembre, Stipe e soci salirono sul palco del 40 Watt Club, nella loro nativa Athens (Georgia) esibendosi non solo per le 600 persone presenti, ma anche per tutti coloro che avrebbero acquistato il bootleg registrato per l’occasione dallo studio mobile alimentato a pannelli solari di Greenpeace.

Quantificare l’ammontare di risorse raccolte da queste iniziative non è mai semplice, a meno ché non vi siano record da dichiarare con orgoglio. É il caso del “Rock for the Rainforest”, l’appuntamento organizzato dal 1991 da Sting alla Carnegie Hall di New York, che tra biglietti, aste benefiche e cene di gala, raccolse ben 11 milioni di dollari nei primi dieci anni. Anche in questo caso, sul palco insieme all’anfitrione di turno, grandi nomi ma non nomi nuovi: ancora James Taylor, Bruce Springsteen, e tanti altri reduci dal decennio delle grandi sfilate benefiche (Usa for Africa, BandAid, FarmAid, Free Nelson Mandela Concert…).

Al Gore riceve il Premio Nobel nel 2007. Fonte: Lifegate.it

Il Live Earth 2007

Ma tutti questi precedenti storici non sono nulla, a confronto con l’apoteosi del Live Earth del 2007.
E che anno, quel 2007, per Al Gore: un Premio Oscar, per il documentario ambientalista “An inconvenient truth”, un Nobel per la pace, per il suo attivismo green, e un concerto di 24 ore su sette continenti, annunciato insieme a Cameron Diaz e Pharrell. Abbastanza come compensazione di un’elezione a Presidente degli Stati Uniti più o meno scippata?

Ci troviamo di fronte ad una crisi climatica che è un’emergenza planetaria. Dobbiamo affrontarla, e per farlo dobbiamo trasmettere un messaggio di urgenza e di speranza a miliardi di persone in tutto il mondo.

Questo il presupposto teorico annunciato da Al Gore, esplicitato poi in una serie di impegni sottoposti al pubblico nel corso della giornata di concerti, che comprendevano, ad esempio, ridurre le emissioni di CO2, aumentare l’efficienza energetica degli ambienti di casa e lavoro, fare pressione sulle istituzioni del proprio paese per una moratoria sul carbone, per incentivare le rinnovabili, per piantare alberi…
Il Live Earth si svolse in dodici location, da Wembley a San Giovanni in Laterano, da Copacabana all’Australia, dalla Cina e dal Giappone all’Antartide. Ed ecco una lista sintetica delle principali star presenti: Madonna, Foo Fighters, James Blunt, Metallica, Red Hot Chili Peppers, John Legend, Black Eyed Peas, Kasabian, Damien Rice, Police, Kanye West, Smashing Pumpkins, Bon Jovi, Alicia Keys, Wolfmother, Joss Stone, Rihanna, Linkin Park, Shakira, Snoop Dogg, Chris Cornell, Macy Gray, Pharrell, senza considerare attori e politici nelle vesti di presentatori.

Ma una volta staccati tutti i cavi, spente le televisioni, venduti tutti i cd e i dvd, cosa rimane del Live Earth?
Rimangono le polemiche, innanzitutto riguardo all’impronta ecologica dell’evento, stimata in oltre 74mila tonnellate di CO2, più o meno quanto emesso in un anno da tremila inglesi. Per bilanciare tale impatto si calcolò sarebbe stato necessario piantare centomila alberi. A contribuire a quelle emissioni furono prima di tutto gli spostamenti di musicisti, tecnici e pubblico. Nelle giornate dell’evento, i primi avrebbero volato, come minimo, 220mila miglia per raggiungere le varie location, al punto che Matt Bellamy, il frontman dei Muse, arrivò a ribattezzare il festival “Private Jets for climate changes”. Prendete ad esempio i Razorlight: scesi dal palco di Wembley, salirono sul tour-bus, poi presero un jet privato per la Scozia ed infine un elicottero, per suonare quella stessa sera al T in the Park. Inevitabile dunque l’accusa di ipocrisia, e d’altronde come non storcere il naso ascoltando i proclami ambientalisti di Madonna, che aveva appena portato a termine un tour mondiale con oltre cento persone tra tecnici e ballerini stipati su un jet privato?

E i problemi non finiscono qua: può un evento del genere essere sponsorizzato, tra gli altri, da Chrysler? Sì, alla fine può, se si considera che due anni dopo a promuovere la Live Earth Run for Water, fu la multinazionale Dow Chemical, proprietaria della Union Carbide, società con svariati disastri ambientali in tutto il mondo in curriculum. Risultato: proteste, cancellazioni (a Milano) e Amnesty International contro Live Earth.

Aggiungiamo, poi, il solito problema della rendicontazione (cioè che fine hanno fatto i soldi), nonché l’inevitabile sequenza di polemiche da parte degli assenti…
Bob Geldof ad esempio, reduce dal Live 8, gridò ai quattro venti che il Live Earth non serviva a nulla, dato che tutti erano a conoscenza dei pericoli del cambiamento climatico. Ancora più lapidario Roger Daltrey, frontman degli Who, che affermò:

“L’ultima cosa di cui il pianeta ha bisogno è un concerto rock, le domande e le risposte sono così enormi che non so in che modo possa aiutare un concerto rock.”

E in fondo la domanda sta tutta qui: cosa può fare il rock?

Glastonbury. Fonte: BBC

Rendere la musica sostenibile

Il tempo della sensibilizzazione, specie se a questo prezzo, è finito. Difficile che eventi come il Live Earth possano avere ancora presa se ai proclami, per quanto lodevoli, non vengono affiancate iniziative concrete che ne abbattano l’impatto ambientale. Chissà quale accoglienza avrebbe avuto il Live Earth 2015, evento in realtà di proporzioni assai minori rispetto all’originale, annunciato da Al Gore e Pharrell poi cancellato a causa degli attentati terroristici a Parigi nel novembre di quell’anno.
Più in generale, l’impressione è che anche il mondo della musica debba cominciare prima di tutto a fare i conti con sé stesso: industria discografica, agenzie e festival hanno profitti e consumi come ogni altro settore economico e sono chiamati a rivedere i propri “mezzi di produzione” in senso ecologico. Non mancano gli esempi virtuosi, come quello dei Pearl Jam che già dal 2003 calcolano scrupolosamente l’impatto ambientale dei loro tour, destinando parte dei profitti a progetti ecologici che lo mitighino. Ma la reazione deve essere di sistema.

In Gran Bretagna, opera il think-tank Powerful Thinking, che riunisce organizzatori di festival, associazioni ambientalisti e fornitori. Attraverso i suoi studi, Powerful Thinking definisce pratiche concrete, anche banali all’apparenza, per limitare le ricadute ambientali di un mercato che conta fino a 279 rassegne estive, oltre tre milioni di partecipanti in pochi mesi, 23mila tonnellate di rifiuti prodotti e 20mila tonnellate di CO² emesse.
Ad applicare le ricette proposte, che vanno dal cibo ai rifiuti, dai viaggi (di artisti e spettatori) all’energia, è anche il festival di Glastonbury, forse il più importante del mondo. Basta accedere al sito dell’evento per imbattersi in varie sezioni che propongono al visitatore un impegno solenne a rispettare Worthy Farm, location dei concerti, attraverso tante piccole azioni, come non abbandonare la propria tenda, depositare correttamente i rifiuti, utilizzare i bicchieri di acciaio (dunque riutilizzabili) forniti nei punti ristoro e via dicendo. Certo, promuovere comportamenti ecosostenibili è soltanto metà dell’opera, anzi l’impatto di questo genere di campagna andrà misurato nei suoi risultati. Si potrebbe obiettare, inoltre, che ancora una volta le buone pratiche sono delegate al singolo, ma quantomeno osserviamo un’organizzazione che oltre ai buoni propositi mette a disposizione i mezzi necessari senza i quali anche i più ecologisti tra gli avventori non potrebbero dare seguito all’impegno richiesto.

Francesco De Gregori ai Suoni delle Dolomiti (Rifugio Fuciade, 2000 mt. slm). Fonte: Youtube.

Sembra una cosa da poco, ma allora perché non avviene anche nei festival italiani? Dopo una ricerca, certamente non esaustiva, sicuramente non scientifica, tra i siti delle principali rassegne del Bel Paese, nessuna traccia – almeno all’apparenza – di politiche ambientali. Ed è un peccato, considerando che molti di questi festival si svolgono in location di grande pregio ambientale o culturale.

Concludiamo: cosa può fare la musica per l’ambiente? Nulla. Nulla nel senso di nulla di più di ciò che dovrebbe fare ogni altro settore economico, cioè produrre una reazione “ecologica” di sistema. Per l’ambiente, in primis. Ma anche per sé stessa.

 

Andrea Zoboli

Fonte immagine in copertina: MusicMag.it

 

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