nadia murad

Nadia Murad. La voce di un popolo dimenticato

“Prendono la loro forza da te. Se tu piangi, loro piangono”.

Nadia Murad non può permettersi di piangere. Non può farlo perché migliaia di persone contano su di lei e sul suo coraggio. Sulle sue spalle, il film documentario uscito nelle sale cinematografiche lo scorso 6 dicembre, racconta proprio questo, la storia del coraggio di Nadia, la giovane donna yazida, vittima di abusi da parte dell’Isis e fuggita miracolosamente ai suoi rapitori. È il coraggio di una donna distrutta dalle brutalità e dalle torture subite ma che deve trovare la forza di parlare per la sua comunità, sterminata in nome di Allah e soprattutto per le tante donne che sono ancora proprietà del Califfato. Nella cultura mediorientale non è facile parlare di stupro o sull’essere state stuprate – spiega ai microfoni di National Geographic, – ma non lo sto facendo per me o per i miei sei fratelli che sono stati uccisi assieme a mia madre e ai miei nipoti. Lo faccio per l’intera comunità

La storia di Nadia

Nadia aveva poco più di vent’anni quando, nell’agosto del 2014, l‘Isis mise sotto assedio la città di Kocho, dove viveva con la sua famiglia, e l’intero territorio del Sinjar (o Shengal), alle pendici dei monti che separano l’Iraq dalla Siria. Oltre 600 persone tra uomini e bambini furono brutalmente assassinate e più di 6000 donne sequestrate e seviziate per poi essere ridotte a schiave sessuali. Nel massacro Nadia perse sua madre e sei fratelli, resa prigioniera, torturata e ripetutamente violentata. Sebbene riuscita a scappare, i dati parlano chiaro: sono oltre 3000 le persone tenute ancora prigioniere dall’Isis.

Centinaia di anni di persecuzioni

In Occidente e nel resto del mondo, Nadia si è fatta portavoce dei diritti delle donne e ha raccontato fin da subito la drammatica storia vissuta dalla sua gente che il mondo, fino a pochi anni prima, ignorava. Attraverso la sua testimonianza ha denunciato il genocidio di una popolazione. Perché è di questo che si tratta, di un genocidio. A riconoscerlo è stato il Parlamento europeo che il 4 febbraio 2017 ha votato all’unanimità per questa risoluzione a Strasburgo e che è stata successivamente approvata anche dal consiglio di sicurezza dell’Onu nel settembre dello stesso anno.

Il popolo yazida, che affonda le sue radici nel 1300, è da sempre oggetto di persecuzioni e devastazioni da parte degli estremisti, almeno da quando nel 2003 l’Iraq precipita in un stato di confusione a seguito della caduta di Saddam Hussein e viene auto proclamato il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Sebbene di etnia curda, infatti, gli Yazidi sono una minoranza di religione mista in prevalenza zoroastriana e solo in parte cristiana e musulmana e, per questo motivo ritenuti infedeli dalla Jihad. Ma già al periodo ottomano vengono fatte risalire forme di violenza e discriminazioni nei loro confronti.

Fonti ufficiali e interne alla comunità quali il sito yeziditruth.org parlano di qualcosa come 73 genocidi intercorsi nei secoli precedenti. Quello del 2014 sarebbe il 74esimo.

Nadia Murad yadiza
Fonte: Asia Times

Da ambasciatrice Onu al Nobel per la Pace

Nel 2015 Nadia si presentò alle Nazioni Unite dove tenne il suo primo discorso e un anno più tardi divenne ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani.

Vi prego di mettere gli esseri umani davanti a tutto. Questa vita non è stata creata solo per voi e le vostre famiglie. Anche noi vogliamo la vita ed è nostro diritto viverla”

Esile ma determinata la sua voce si rivolse a tutti i membri delle Nazioni Unite e si espanse a livello internazionale affinché qualcuno ponesse fine all’abominio contro gli yazidi. Per il suo lavoro, il suo coraggio e per il suo grande impegno contro la violenza sessuale come arma di guerra, lo scorso 10 dicembre Nadia Murad è stata insignita del premio Nobel per la Pace e non è un caso che ciò sia avvenuto proprio nel 70simo anniversario dell’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Una delle cose che sarebbe legittimo fare a questo punto è chiedersi se adesso Nadia Murad sia davvero al sicuro. Esporsi pubblicamente agli occhi di tutti è senza dubbio pericoloso. Le forze dello Stato Islamico la starebbero ancora cercando. Ismael Murad, direttore di Yazda, l’organizzazione contro i genocidi nei confronti degli Yazidi e di altre minoranze, si dichiara palesemente preoccupato per lei nella sua intervista per il docu-film di Alexandria Bomach. “È pubblicamente contro l’Isis […]. Abbiamo ricevuto minacce dai militanti dell’Isis, dice in uno spezzone del film. Si pone, inoltre, un’altra questione e cioè quella di quale sia attualmente la situazione nel nord dell’Iraq e se Nadia e la comunità yazida possa un giorno di ritornare nella propria terra. Vuole mostrarmi dove leggeva, dove studiava –  continua Ismael con le lacrime agli occhi –  io credo che sia impossibile.

Seppure dal 2015, infatti, le milizie curde insieme ai combattenti yazidi sono riusciti a liberare il territorio del Sinjad dallo Stato Islamico, ad oggi quella porzione di terra è ancora ridotta in macerie e migliaia di persone sopravvissute al massacro vivono in campi profughi o sono state costrette ad emigrare verso altri paesi del Medio Oriente o dell’Europa.

Sinjar è libera, ma gli Yazidi ancora no e il 40 per cento della città è ancora nelle mani di Daesh.

Le domande che ci stiamo ponendo, dopotutto, non sono quelle giuste. A Nadia viene spesso chiesto di raccontare cosa le è capitato e di trasportare i suoi stati d’animo durante la prigionia o nell’aver ricevuto un premio internazionale come il Nobel. Ciò che voglio che mi chiedano è cosa bisogna fare affinché gli Yazidi abbiano dei diritti. Cosa si può fare affinché una donna non sia vittima delle guerra, annuncia davanti il mondo intero. Nessuna istituzione ha però accennato fino ad adesso a fare qualcosa perché giustizia sia fatta. La gente è ancora costretta a scappare e migliaia di donne sono ancora in mano allo Stato Islamico. Nadia Murad ha ancora il macigno sulle sue sole spalle e sarà soltanto con le giuste domande che si potranno dare le giuste risposte e il giusto peso alla questione del popolo Yazida.

 

Laura Delli Gatti

Fonte immagine di copertina: DW

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...