donne caporalato

Sfruttamento, violenza, abusi: quale vita per le braccianti agricole?

È possibile che, nella società, le differenze sociali, economiche, politiche nascano quando la ragione tende ad assopirsi? Ebbene sì. Non basta andare molto lontano per riportare un esempio all’ordine del giorno: la schiavitù di tipo “moderno”, che prende il nome di Caporalato. Nel XXI secolo, ormai una sostanziale parte della società insana, capeggiata da schiavisti, non fa più distinzione tra bianchi, gialli e neri, ma insegue ipnoticamente solo l’odore dei soldi calpestando il diritto alla dignità umana.

Dalla mancanza di alternative lavorative e di sussistenza, all’inesistenza di un confine tra lo sfruttamento lavorativo e la tratta di esseri umani: quello del caporalato è un fenomeno antico che emerge con violenza in quest’ultimi anni. Un apparente silenzioso sistema di organizzazione del lavoro agricolo in cui il caporale, mediatore illegale,  recluta la manodopera a basso costo per i proprietari terrieri o le società agricole. I salari elargiti ai braccianti sono notevolmente inferiori rispetto a quelli del tariffario regolamentare e spesso privi di versamento dei contributi previdenziali.

È un sistema che si nutre delle fasce più deboli della popolazione come gli oltre 5 milioni di italiani in povertà assoluta e un numero non indifferente di immigrati proveniente dall’Africa, dalla Penisola Balcanica, dall’Asia e dall’Europa orientale.

Numerosi gli incidenti sul lavoro, spesso mortali come è avvenuto lo scorso mese per due giovani ventenni: uno del Gambia e l’altro della Guinea Bissau che rientravano dal lavoro. Le vittime viaggiavano a bordo di un furgone che si è scontrato frontalmente con un tir carico di pomodori tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri. Non si può parlare di fatalità, l’incidente registra le stesse modalità avvenute il 6 agosto nella Statale 16, all’altezza dello svincolo per Ripalta a Lesina: scontro con un furgone  con all’interno tredici braccianti agricoli africani e un camion che trasportava farinacei.

Dal 1980, anno in cui il caporalato è apparso nelle inchieste  giornalistiche, fino ai giorni nostri sono stati fatti alcuni passi avanti come, per esempio, la legge n. 199/2016 che inasprisce le sanzioni penali per i caporali e introduce la responsabilità per i datori di lavoro. Il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro viene punito fino a sei anni di carcere, che possono diventare otto in caso di violenza o minaccia e con multe da 500 a mille euro per ciascun lavoratore reclutato.

Le voci delle donne nelle filiere agroalimentari

donne caporalato pomodori
Fonte: LaStampa.it

Un provvedimento, la legge Martina – Orlando, sollecitato anche dalla tragica morte di Paola Clemente nel luglio del 2015. Fu un infarto a uccidere la bracciante 49enne che lavorava instancabilmente all’acinellatura dell’uva sotto un tendone nelle campagne di Andria.

Non si è trattato, però, di un caso isolato: quello che avviene nelle campagne italiane e non solo, non è altro che una nuova schiavitù giustificata come un “male necessario” per restare competitivi sul mercato globalizzato, e ha un impatto  maggiore in contesti sociali e culturali in cui vi è una conoscenza limitata dei diritti dei lavoratori. È proprio in questi ambienti che le donne hanno più difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro.

Eppure in Italia, una delle prime conquiste circa i diritti del lavoro si deve proprio alle donne: le mondine che, all’inizio del 900, firmarono i primi contratti collettivi nazionali strappando ai padroni l’accordo sulle otto ore giornaliere.

Tutt’oggi il lavoro femminile nelle filiere agroalimentari resta nell’ombra e la voce delle donne è la meno ascoltata nei tavoli negoziali. L’analisi condotta da BASIC per la campagna Oxfam “Maturi per il cambiamento” rivela che nelle filiere in cui le donne rappresentano la maggior parte della manodopera impiegata, il divario tra retribuzione media e reddito o salario dignitoso è anche più grande.

Gli ultimi anni hanno visto un costante aumento di donne straniere ghettizzate, violentate e abusate, ma anche di donne italiane gravemente sfruttate, con paghe che non superano i 30 euro per 10 ore trascorse nei campi prevalentemente di uva o di fragole. Servono dita piccole e pazienza per un lavoro minuzioso: sgranare i chicchi e controllare i grappoli uno ad uno, prima di riporli nelle cassette. Le fragole in particolare sono estremamente delicate e possono facilmente diventare invendibili.

Alla frustrazione lavorativa si affiancano gli abusi sessuali. Sono tante le vittime italiane e straniere,ma se ne parla veramente poco. La giornalista Stefania Prandi le ha raccolte nel suo libro “Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo”. Un lavoro di accurata ricerca per dar voce a donne come Kalima, di origine marocchina, andata al commissariato per denunciare le ripetute violenze del suo caporale, portando con sé il referto medico della ginecologa, ma invano: non ci sono sufficienti prove, le dicono. E donne come Elena che trovano la forza di denunciare nonostante le minacce dal suo ex capo, ormai non si fida più di nessuno, ma ciò che importa è essere fuggita da quell’inferno.

Queste donne lavorano come schiave nei campi e sappiamo che sono ricattate per fare sesso con i proprietari delle fattorie o delle serre a causa della loro sottomissione psicologica. “Non è facile indagare o impedire che ciò accada, perché le donne sono per lo più troppo spaventate per parlare” afferma la polizia sul caso delle donne rumene in Sicilia.  Nicoleta Bolos, è una delle tante lavoratrici rumene stagionali che, a Ragusa, ha dovuto concedersi e sopportare gli stupri e i pestaggi del suo capo con il consenso del marito. Sognava di lavorare in un paese civile, duramente, ma in modo dignitoso invece si è imbattuta in violenza, soprattutto notturna, perché sì lei con le altre donne diventavano protagoniste di uno “spettacolo” per contadini e caporali.

In molti Paesi come la Cina o l’Africa, i fenomeni sopra descritti si intrecciano a discriminazioni di genere profondamente radicate che colpiscono duramente le donne coltivatrici e lavoratrici agricole, rendendo loro più difficile trovare una via d’uscita dalla povertà senza correre il rischio di subire ulteriori violazioni dei diritti.

La cultura dell’illegalità e dell’abuso è più forte delle leggi e viene accompagnata dall’omertà. Purtroppo in territori come la Sicilia e la Puglia, in cui è presente il  fenomeno dello sfruttamento della manodopera femminile nei campi legato agli abusi sessuali, c’è un senso di impunità per chi li commette. A rendere ancora più pesante il clima, il sessismo diffuso e trasversale. Infatti, talvolta sono sempre le donne stesse ad essere investite di responsabilità informale dai proprietari, controllano le altre: chi parla viene considerata una “spiona” e viene punita.

Francesca Lisi

 

Immagine di copertina Today.it

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