“The Workers Cup”: i lavoratori dei Mondiali del Qatar 2022 fra sogni e schiavitù

“The Workers Cup”, girato da Adam Sobel, l’8 maggio conclude la rassegna di documentari selezionati da Internazionale Mondovisioni, organizzata da Kinodromo, Sfera Cubica, Housatonic, Emiliodoc e The Bottom Up.

Il film è girato in Qatar e racconta la vita degli operai impiegati dalle compagnie che costruiscono le strutture per i Mondiali di Calcio 2022. La loro difficile esistenza quotidiana viene momentaneamente cambiata dalla Coppa degli Operai, organizzata dal Supreme Committee for Delivery and Legacy. Il documentario segue partite, allenamenti e vita della squadra della GCC (Gulf Construction Company), e immerge lo spettatore in un racconto di umana miseria nello sport.

In effetti, lo sport qui c’entra molto poco, così come – viene specificato anche alla fine – gli operai. La coppa, lo sappiamo noi e lo sanno anche gli operai e gli impiegati coinvolti, è una manovra di marketing. In parte uno svago aziendale per rendere temporaneamente sopportabile la condizione dei lavoratori, ma soprattutto una strategia per farsi notare e ricevere più appalti per gli stadi, alloggi, edifici di qualsiasi tipo necessari all’organizzazione di un evento di proporzioni mastodontiche come la Coppa del Mondo.

Noi lo sappiamo, lo sanno gli operai e gli impiegati, eppure guardando questo film ci sono momenti in cui lo dimentichiamo, e quando la GCC gioca, tifiamo anche noi, li vediamo esultare per un goal ed esultiamo con loro, ci arrabbiamo quando perdono, soffriamo quando si infortunano. Anche il dirigente, si vede, dimentica temporaneamente il suo ruolo, e se nella prima partita persa si limita a un noncurante “su tranquilli, è solo un gioco” che suona come una doccia fredda, quando la GCC inizia a vincere, ci crede anche lui e anche lui esulta, abbraccia i giocatori, per poi riguadagnare il distacco appena tutto si conclude. Noi ci rimaniamo male, perché abbiamo tifato per la GCC, anche se in fondo riconosciamo l’ironia e la vaga superfluità del tifare per una o per l’altra di queste squadre: anche se qualcuno sembra barare come in ogni sport che si rispetti, in fondo le squadre sono tutti operai, e tutti immersi nello stesso temporaneo escapismo sportivo.

Campi di lavoro in Qatar: una forma di schiavitù moderna

Il Qatar, insieme agli altri paesi del Golfo, è stato contestato più volte per un sistema di reclutamento chiamato Kafala, che di fatto dà ai datori di lavoro ampi poteri sul trattamento del personale, dal controllo dei salari e dei permessi alla possibilità di trattenere il lavoratore o in alternativa di espellerlo. Dal film apprendiamo che la maggior parte dei lavoratori lavora più di dodici ore al giorno, spesso sette giorni a settimana, anche se teoricamente la legge prevederebbe un giorno di riposo. Sappiamo che le temperature sono altissime e le condizioni di sicurezza spesso precarie, tanto che, come evidenzia il rapporto della Confederazione sindacale internazionale citato in questo articolo, si prevede che i decessi potenziali di migranti legati a questa manifestazione sportiva del 2022 saranno quasi 4000.

Cosa vediamo di tutto ciò nel documentario? Adam Sobel si rende praticamente invisibile e lascia parlare i lavoratori per se stessi. Il primo che incontriamo è un ventunenne ghanese di nome Kenneth, che sogna di diventare un calciatore ed è stato ingannato da un reclutatore che l’ha portato a lavorare per un’azienda di costruzioni in Qatar in cambio di 1500 dollari. Una volta assunto dall’azienda, ha scoperto la verità, che fare l’operaio non gli avrebbe dato nessun accesso al mondo del calcio. Successivamente, un altro ragazzo di nome Paul ammette “Non parlo della mia vita qui con le persone a casa, non capirebbero. La loro percezione dell’essere all’estero è fare la bella vita. Questa non è vita.” In questo modo scopriamo come il mito viene perpetrato, incoraggiato da intermediari senza scrupoli e nella vergogna di chi si trova intrappolato in una situazione senza uscita. E chi vuole andar via e non può, come fa? Lo vediamo in una sequenza in cui uno degli operai è a letto con una fasciatura intorno alla gamba e si scopre che è stato accoltellato da un compagno di stanza che “non era matto. Voleva solo tornare a casa”. Come i soldati nella Prima Guerra Mondiale che si mutilavano per essere esonerati e mandati via dal fronte.

Fonte: The Workers Cup Film

La situazione dei campi viene evidenziata anche da un ampio contrasto visivo creato da vedute dall’alto dei grattacieli e delle strutture avveniristiche di Doha e dei campi e cantieri che sono l’unico ambiente accessibile agli operai. I campi sono larghe distese di bungalow bianchi, isolati in aree che appaiono desertiche e privi di collegamenti con l’esterno. Se si escludono le ovvie differenze di uso, e una densità abitativa dei bungalow leggermente più umana, l’architettura somiglia molto a una versione clinico-futuristica di un campo di lavoro nazista. Bungalow, bungalow, nient’altro, tutti in fila, tutti uguali, in fila come pezzi di un Tetris.

Dentro i bungalow, persone, ammassate eppure isolate, come si lamenta sempre Paul. “Siamo in tanti, molti vengono da posti diversi, spesso non parliamo per niente. Mi sento piuttosto solo”. In questo, il calcio sembra aiutare, vediamo che i giocatori, con cui prendiamo familiarità e alle cui storie ci affezioniamo nel corso del film, iniziano a parlare fra loro, a scherzare. Si crea una comunicazione anche con i due impiegati che sembrano occuparsi della gestione e che in fondo sono solo un minimo scalino più in alto, ma in condizioni di vita e lavoro non troppo diverse. Tutto questo unicamente in virtù del calcio. Certo, il ponte di comunicazione è temporaneo e lo vedremo crollare quasi subito alla fine. Nepalesi, ghanesi, kenioti, bengalesi, indiani tornano a chiudersi in se stessi, con le loro divisioni nazionali. Persone che noi, dal nostro punto di vista, raggruppiamo spesso in “lavoratori immigrati”, ma che coltivano con cura gli stessi distinguo a cui ci attacchiamo tutti noi.  

La Coppa degli Operai viene vinta da persone che molto probabilmente, non sono neanche operai. Nella finale, a cui la GCC non è stata ammessa, la squadra che l’ha espulsa gioca contro una squadra di persone che, a detta dei nostri, “non sono operai, sembrano impiegati, hanno la pancia”. Quasi un’ulteriore dimostrazione che, come sostiene anche questa recensione del film da parte del Guardian, se sei un operaio immigrato in Qatar che lavora alla costruzione degli stadi, non puoi vincere, non puoi essere una parte di quel mondo. Il tuo unico dovere è costruirlo per gli altri e spazzare via i lustrini quando lasciano il campo. 

Fonte: Vimeo
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