Il Calcio di Erdogan

Quando Kemal Ataturk morì, al mattino del 10 novembre 1938, l’intera Turchia si fermò. Del resto, era appena spirato il padre dei Turchi, il significato del suo cognome fittizio, assegnatogli dallo stesso parlamento. Era appena morto, nel suo letto all’interno del Dolmabahce, il fondatore della Turchia moderna, l’eroe di Gallipoli, capace di difendere l’ormai defunto impero ottomano sulle sue spiagge dagli invasori angloaustraliani e riprendere i paesi devastati dall’Invasione greca. In segno di rispetto, tutti gli orologi vennero fermati alle 9.05, minuto del suo ultimo respiro, e all’interno del palazzo presidenziale non vennero più toccati. Il suo letto venne rifatto e coperto da una grande bandiera turca, mentre apposta per accogliere le sue spoglie venne costruito un mausoleo ad Ankara. Fino a qualche anno fa il suo culto era parificato ad una religione civile, e l’offesa alla sua memoria ne costituiva reato.

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Nel 2013, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, promulgando una legge che limitava le libertà nell’uso di alcool, definì il legislatore che per primo aveva legalizzato le bevande alcoliche “un ubriacone”. Legislatore che era proprio Ataturk. Ed in un primo momento pochi si accorsero che gli orologi del palazzo presidenziale avevano ripreso a scandire il tempo, dimenticando ben presto l’immobilismo quasi secolare.

Essere turchi, in questi anni del Duemila, impone una scelta. Una scelta che ha conseguenze ben precise per lo sviluppo dell’intera propria vita, o anche per la sua brusca interruzione. Essere a favore o contrari al “governo” (la parola più giusta sarebbe regime dittatoriale) di Erdogan. Essere a favore significa poter vivere tranquillamente la propria esistenza, accettando o ignorando i propri diritti che spariscono di giorno in giorno. Rifiutare significa esilio, carcere o, nei casi peggiori, morte.

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E ovviamente nemmeno lo sport è esente da questa scelta, anzi. Storicamente, due sono i modi per andare a colpire le masse: il controllo dei media e la gestione oculata dei grandi eventi, in particolare sportivi. Non a caso l’Italia mussoliniana portò a Roma, cuciti sul tricolore con il fascio littorio, due campionati del Mondo, mentre le Olimpiadi del 1938 servirono a Hitler per mostrare al mondo la magnificenza della Germania e della razza tedesca, che di lì ad un anno avrebbero imparato a temere più che rispettare.

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Erdogan cerca di inserirsi su questa strada, con una scintilla in più: il totale controllo. Punto comune dei totalitarismi e più in generale di qualsiasi forma di potere assoluto è la paranoia di perdere questo potere, ed il controllo cerca di mitigare la paura dell’imprevisto. Proprio in quest’ottica nasce la carta Passolig, una sottospecie di tessera del tifoso, unico mezzo per acquistare i biglietti per qualsiasi partita sul territorio turco. Nome, cognome, riconoscimento facciale, numero di cellulare e dati del conto bancario. Tutte informazioni preziose per il controllo dei tifosi e degli ultras, che fin da subito si sono schierati contro il regime: uno dei cortei principali di afflusso a Piazza Taksim, all’alba delle proteste, era composto da tifosi di alcune delle più note squadre turche, che giunti in piazza si scambiarono sciarpe e maglie, in senso di unione contro Erdogan. Che per tutta risposta sciolse ogni organizzazione di ultras e bandì i cori negli stadi.

Il controllo poi si è fatto ancora più stringente con la rinascita del Basaksehir, passata da ennesima squadra calcistica di Istanbul a team nazionale. Come? Beh, con il supporto di Erdogan stesso, da sempre definitosi primo tifoso, e una buone dose di fondi da parte dell’Adalet ve Kalkinma Partisi, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, chiamato più comunemente APK e longa manus dello stesso Recep. Nel 2012 il Basaksehir lottava per non retrocedere in Serie C, oggi ha scalzato gli altri club cittadini come Galatasaray, Fenerbahce e Besiktas, con cui lotta per il titolo della Super Lig. Qualche nome? Gael Clichy, Emmaunel Adebayor, l’ex Juventus Eljero Elia, Arda Turan e Gokhan Inler. Il capitano è Emre Belozoglu, già giocatore di Inter e Newcastle. Ed è inutile dire come il Basaksehir sia la squadra dell’APK stesso, e di tutti coloro che vogliono professarsi apertamente favorevoli al regime di Erdogan.

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Arda Turan alla prima rete con la maglia del Basaksehirspor

Lo stesso che faceva, fino a qualche anno fa, Hakan Sukur, probabilmente il calciatore turco più famoso di sempre. Primatista per reti con la Nazionale della Luna crescente, Sukur era il beniamino dell’intera Turchia, pur avendo legato la propria carriera a doppio filo con il Galatasaray, militandoci, a più riprese, per tredici anni, e vincendo una Coppa Uefa. Al ritiro dal calcio giocato, si candida con l’APK e viene eletto in parlamento. Ma è ancora il 2013, e la Turchia è ancora una sorta di paese libero. Quando scoppiano le tensioni tra Erdogan ed il suo alleato, Fethullah Gulen, Hakan Sukur segue quest’ultimo, lasciando il partito. Il colpo di stato fallito del 2016 porta anche il bomber turco a dover intraprendere la strada dell’esilio, prima di finire nelle reti a strascico del nuovo potere d’emergenza di Erdogan. Ma il presunto tradimento non rimane impunito: l’intera storia di Sukur con il Galatasaray viene cancellata. Spariscono i suoi record, spariscono i suoi gol, sparisce anche il contratto siglato tra giocatore e club. Damnatio Memoriae.

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Con Hakan Sukur in campo, il Galatasaray ha vinto la finale di Coppa Uefa del 2000, contro l’Arsenal. Nell’albo d’oro del Gala, il nome del secondo rigorista è stato cancellato.

Lo stesso accade anche ad alcuni giocatori in attività, se non a squadre intere. È il caso dell’Amedspor, squadra di terza serie con base a Diyarbakir, capitale del Kurdistan turco. Nel gennaio 2016 l’Amed ha sconfitto il Bursaspor nella coppa di Turchia ed arrivando ai quarti di finale. Poche ore dopo, la polizia ha fatto irruzione nella sede della società, sequestrando computer e documenti. Tutto per un tweet, che dedicava la vittoria ai combattenti e a tutto il popolo curdo. Tweet partito da un account non verificato, aperto e chiuso subito dopo la cancellazione di quel tweet e che nulla ha a che fare con l’account ufficiale della società curda. E le perquisizioni seguirono la partita contro il Basaksehir, in cui i curdi ebbero il poco tatto di vincere e di cantare cori contro le stragi di bambini nella regione, proprio contro la squadra di riferimento dell’APK. Le ritorsioni però non hanno toccato solamente la società, ma anche alcuni giocatori.

Deniz Naki, attaccante turco-tedesco, nato a Duren, in Germania, ma con origini curde, ne è da esempio. Gioca in Germania fino al 2013, quando viene acquistato dal Gencerbirligi, società di Ankara. Ma lascia la squadra meno di un anno dopo, dichiarando di essere stato oggetto di un’aggressione razzista per le strade. E così va a giocare nell’Amedspor. È lui a segnare uno dei due gol vittoria contro il Bursaspor. E viene squalificato per dodici giornate e multato di quasi ventimila lire turche. Il 7 gennaio scorso, a Duren, la sua auto viene avvicinata da una macchina scura, da cui partono due proiettili che colpiscono la carrozzeria ed un finestrino, mandandolo in frantumi. Il 30 gennaio, dopo la protesta contro l’invasione turca della città siriana di Afrin, a maggioranza curda, Naki viene multato per 273mila lire turche, la sanzione più corposa della storia della giustizia sportiva turca, e squalificato. Prima per tre anni e mezzo, e poi a vita.

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“Libertà”

“Anche prima dell’Amedspor la mia vita è stata costruita sulla libertà, la pace e la lotta per la mia terra. Sapendo che portare l’identità dell’Amedspor, richiede una lotta ardua e difficile, di restare sempre in piedi a testa alta, ho cercato di mostrare un atteggiamento adeguato. E mi sono comportato con la consapevolezza che tutto non si riduce al calcio. Dopo l’Amedspor continuerò ancora la mia vita, con questa attitudine. Ho messo al di sopra di tutto, gentilezza, bellezza, solidarietà, pace, vita umana e patriottismo, che richiedono una sensibilità sociale. Perché questi sono i valori a cui sono legato. Sono loro che mi rendono l’uomo che sono. Il giorno in cui dovessi rinunciare a questi valori, sarei distrutto.”

Questo è uno stralcio del lungo comunicato di Deniz Naki, inviato a tutte le testate ma ovviamente ignorato da quelle governative. Ed è decisamente diverso dalla comunicazione politica che fanno altri suoi colleghi.

Non a caso, sia Arda Turan che Emre Belozoglu ora giocano nel Basaksehir. E dal Basaksehir è partito quello che ora si sta rivelando un crack del nostro campionato: Cengiz Under.

Un’altra caratteristica dei regimi in fieri è il forgiare miti nazionali. Miti nazionali che possano unire le masse e che riescano a veicolare il messaggio desiderato dalla leadership. E Under potrebbe essere proprio questo. Dopo la sua prima doppietta in Serie A, infatti, ha scritto questo tweet.

Da molti interpretato come una chiara citazione ai tre militari turchi caduti nel corso delle operazioni di Afrin, le stesse contro cui si era battuto Naki. E proprio l’esultanza a saluto militare è una costante nelle sfide del Basaksehir, da parte dei tifosi o dei giocatori di casa, o anche nelle partite che vedano squadre curde, ma questa volta da parte dei tifosi avversari. E se risalite di qualche riga, vedrete che è l’esultanza di Arda Turan, al primo gol con la maglia della squadra dell’APK.

Iconografia, culto dell’eroe, nemici dello stato, glorificazione del passato lontano e cancellazione di quello prossimo. Il regime di Erdogan sta assumendo i contorni di una vera e propria dittatura, ancor prima socialmente che politicamente. Riuscirà lo sport a fare da tramite per la totale conquista dei cuori dei turchi, oppure sarà il suo più grande ostacolo?

Marco Pasquariello

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