foto rosarno 27 gennaio

Cronache da Rosarno dove la (non) accoglienza brucia

“Al mattino, quando siamo arrivati alla vecchia tendopoli di Rosarno c’era ancora fumo che saliva dalla terra e dalle baracche. Un odore pestilenziale di plastica bruciata ovunque e la distruzione ovunque.” Questo è ciò che si è trovato davanti il team di Medici per i Diritti Umani la mattina del 28 gennaio, dopo che un gravissimo rogo scoppiato nella notte ha distrutto la tendopoli e ucciso Becky Moses, giovane nigeriana 26enne che, da meno di un mese, viveva qui.

Jennifer Locatelli, coordinatrice per MEDU del progetto “Terragiusta”, ci racconta che quella mattina sono stati avvertiti presto che metà della tendopoli era completamente bruciata. “Si trattava di una soluzione d’emergenza messa in piedi dal Ministro dell’Interno, ma una volta finiti i fondi le tende abbandonate sono diventate baracche di legno, cartone e plastica.” Sono spuntate anche stufette e altre soluzioni di fortuna per riscaldarsi durante le rigide notti invernali, e proprio le bombole a gas hanno provocato anche alcune esplosioni durante la notte dell’incendio.

vecchia tendopoli rosarno

 

“Al fuoco! Al fuoco!”, è l’urlo che ha risvegliato le circa 2.000 persone che vivono in questo ghetto per lavorare nei campi dove sono coltivati gli agrumi. “Le persone che abbiamo incontrato ci hanno raccontato di aver chiamato subito i pompieri, ma che siano arrivati tardi – mi spiega ancora Jennifer – Nella tragedia il fatto che sia morta una sola persona è sorprendente.”

Di certo, però, un disastro di questa entità lascia dei segni: “chi vive nella tendopoli si è trovata di punto in bianco senza un posto dove dormire, molti hanno perso anche i documenti, i vestiti e quei pochi averi che conservavano”. Gli operatori hanno poi osservato un diffuso senso di angoscia, mescolata con frustrazione e nervosismo: “quella soluzione abitativa è considerata da anni inadeguata. Parliamo appunto di 2.000 persone, a cui si aggiungono quasi altre 1.000 durante la stagione della raccolta, che vivono a San Ferdinando – Rosarno.”

Nell’agosto del 2017 è stata sì aperta una nuova tendopoli a poche centinaia di metri di distanza, ma secondo Medici per i Diritti Umani la soluzione è del tutto insufficiente: basti pensare che può ospitare solo 500 persone, o osservare la mancanza di un sistema di riscaldamento nelle tende, oppure l’assenza di un numero di cucine per permettere a tutti gli ospiti di preparare i pasti e anche il vuoto dal punto di vista della mediazione culturale.

cisterne tendopoli rosarno

“Da una parte, dunque – continua Jennifer Locatelli – c’è ancora molta rabbia perché dopo tanti anni che si denuncia una situazione come quella di Rosarno, era forse necessario arrivare ad una tragedia come quella della notte tra il 27 e il 28 gennaio e alla morte di una persona perché qualcosa si muovesse? Dall’altra, c’è tanta preoccupazione per il futuro di chi è sopravvissuto.” L’emergenza, infatti, è soprattutto psicologica, una dimensione dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti che passa spesso in secondo piano e che dipende dalle inclinazioni degli operatori o delle associazioni in loco. Attivare questo tipo di servizi, in Calabria, è poi ancor più difficile.

Il paradosso è che nulla, o quasi, di quanto accade nella piana di Gioia Tauro non è stato già denunciato. Un report proprio di MEDU pubblicato nel mese di dicembre, infatti, ben fotografa la situazione e descrive chi sono le migliaia di persone che vivono in questi ghetti. “Si tratta – racconta la coordinatrice territoriale – di persone piuttosto giovani che vengono dall’Africa Subsahariana, Mali, Senegal, Ghana e Nigeria soprattutto. Il motivo per cui sono è la ricerca di lavoro e si tratta di persone che si spostano da un luogo di raccolta all’altro: partono con i pomodori in estate a Foggia o in Basilicata, si spostano a Mazara per le olive e poi arrivano a Rosarno per gli agrumi.”

Una ruota che gira sempre uguale di persone che si muovono soltanto per poter lavorare e guadagnare qualche euro al giorno. Soltanto uno su 10, infatti, è in condizioni di irregolarità: “La maggioranza ha un permesso di soggiorno umanitario, altrettanti sono richiedenti asilo, e tra chi si trova senza documenti un numero considerevole è rappresentato da persone che non hanno nemmeno potuto presentare la domanda – perché nessuno gliel’ha spiegato, o per generale incuria.”

persone gioia tauro

Secondo Jennifer Locatelli, ghetti come questo di Rosarno sono dirette conseguenze del sistema di accoglienza italiano che fa sì che queste baraccopoli diventino l’unica “casa” possibile per tutte quelle che persone che hanno concluso il percorso di ospitalità, ma per le quali non è stato fatto nulla in termini di integrazione. “Qui trovano, infatti, un ambiente comunitario che facilita non solo la ricerca del lavoro, ma anche la gestione della propria vita nel momento in cui non hai più nulla.”

Si può parlare, però, veramente di lavoro quando non c’è un contratto e la paga giornaliera è di 25 euro, in media, ben al di sotto del minimo? “Secondo quanto abbiamo rilevato, l’80% dei migranti lavora senza contratto, gli altri sono in situazioni di lavoro grigio dove nessuno rispetta quanto dovrebbe o quanto previsto dalla legge”. Chi vive nella tendopoli di San Ferdinando e lavora a cottimo guadagna 50 centesimi per una cassetta di arance, 1 euro per una di mandarini.

“È una vera e propria fabbrica dell’illegalità. – denuncia l’intervistata – Ghetti come questo di Rosarno diventeranno sempre di più dei luoghi che accoglieranno persone che non hanno più alcuna possibilità, ma che sono anche presenti sul territorio italiano senza possibilità di allontanarsi.” Le istituzioni, dunque, non dovrebbero voltarsi dall’altra parte, mentre si sedimenta una situazione che può essere dannosa anche dal punto di vista economico e sociale.

vita tendopoli gioia tauro

“Più persone senza documenti in regola sul territorio, infatti, significa anche una maggiore soggezione di queste persone allo sfruttamento e ai ricatti dei caporali.”  Alcune recenti dichiarazioni della Prefettura e della Questura di Reggio Calabria parlano di un aumento dei controlli e delle sanzioni sui datori di lavoro, così come la Regione Calabria ha sottoscritto una convenzione per il contrasto al caporalato e lavoro sommerso, in attuazione della legge nazionale, ma per il momento sono stati previsti alcuni strumenti, ma sono disattesi.

Nel frattempo, migliaia di persone vivono in questi ghetti, per chi ancora ha una baracca dove dormire, nella più completa invisibilità. “Ne parliamo da anni, ma anche ora che qualcosa sembra muoversi, lo fa nell’ottica dell’emergenzialità”, spiega Jennifer che racconta di come si ipotizzi l’ampliamento della nuova tendopoli, maggiori misure di sicurezza, la ricerca di un’area dove installare dei container. Il tutto a pochi km da una realtà come Drosi dove la Caritas locale si è fatta garante di trovare degli immobili sfitti e del pagamento degli affitti per ospitare i migranti.

Il modello è quello di Riace: accoglienza diffusa, coinvolgimento dei migranti nella vita di paesi che si stanno velocemente spopolando, integrazione reale. “È una strategia che sta funzionando perfettamente e si percepisce dal calo della paura e della diffidenza reciproca, nonché dalla soddisfazione di vedere un ritorno economico in questi paesi indeboliti.”

Perché una realtà che funziona non riesca a diffondersi, anche a così pochi chilometri di distanza, è una questione a cui sembra impossibile trovar risposta. “Sembra continuare a prevalere la logica dell’emergenza – riflette la coordinatrice locale di MEDU – in maniera anche inspiegabile. Le buone pratiche restano casi isolati e anche per noi che siamo qui tutti i giorni è difficile trovare una spiegazione.” Nel frattempo, a Rosarno, la vita non si ferma. Ci sono gli agrumi da raccogliere, una vita da ricostruire per l’ennesima volta, e per l’ennesima volta l’impressione è che la tragedia di una vita spezzata da un incendio più che prevedibile echeggerà solamente tra le mura di un ghetto, chiuso dall’esterno con la chiave dell’indifferenza.

 

[Tutte le immagini sono di proprietà di MEDU – Medici per i diritti umani, pubblicate sul loro sito, sulla loro pagina Facebook o sul loro account Flickr.]

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