Abbiamo diritto ad un reddito?

Giuseppe Bronzini, magistrato, consigliere presso la sezione lavoro della Corte di Cassazione, è socio fondatore dell’associazione Basic Income Network.

Continuando nel nostro lavoro di approfondimento sulle politiche di sostegno al reddito iniziato nel 2016 e proseguito fino ad ora, abbiamo deciso di recensire l’ultima pubblicazione di Giuseppe Bronzini, Il diritto ad un reddito di base. Il welfare nell’era dell’innovazione, Edizioni Gruppo Abele.

Il libro si inserisce a pieno titolo nella florida letteratura che tratta gli strumenti di sostegno al reddito, in Italia e nel mondo. Naturalmente, lo sguardo di Bronzini è più indirizzato agli aspetti di diritto che non a quelli economici. Proprio questa attenzione è il merito principale del libro, che ricostruisce la storia dell’orientamento europeo verso le misure di lotta alla povertà, quali il reddito minimo e il reddito di base. I capitoli II e III, in particolare, rappresentano un’importantissima ricostruzione storico-giuridica che aiuta a collocare la discussione contemporanea all’interno di una più complessa e ricca tradizione di pensatori e di giuristi. Ripercorrendo non solo i classici, da Paine a Rawls, ma anche e soprattutto integrando con i fondamentali documenti del diritto europeo, Bronzini lega formalmente le politiche di sostegno al reddito al principio dello ius existentiae, il diritto ad una esistenza degna.

Ripercorrendo i passaggi storici che hanno introdotto lo ius existentiae all’interno del diritto europeo, possiamo seguire l’evoluzione che ha caratterizzato l’idea stessa di sostegno al reddito, che puntano ora al superamento dell’idea di homo laboriosus in favore di una più comprensiva idea di uomo bisognoso. Questo è un punto importantissimo del discorso, perché sconfessa sia le proposte di alcuni dei partiti più importanti del nostro Parlamento (tra cui il celebre reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle), sia la direzione presa dal governo con il Reddito di Inclusione che a partire dall’homo laboriosus sono state costruite. In tutti questi casi, il diritto al reddito non è garantito, ma condizionato allo svolgimento di attività di reinserimento nel mondo del lavoro del richiedente o di tutta la famiglia (le celebri “politiche attive”). Si tratta di un passaggio chiave, perché raffigura il limite fisico tra uno strumento di autodeterminazione ed uno di assoggettamento. Un reddito condizionato alla ricerca di lavoro (e all’accettazione di una proposta “congrua”) non permette l’autodeterminazione del cittadino, lo sfruttamento delle sue capacità, né la sua realizzazione personale; al contrario, il lavoro diventa uno strumento di ricatto sociale, un elemento astratto che si fa strumento di ordine. Lo Stato garantisce un reddito alla famiglia purché almeno un elemento sia condotto alla produzione alle condizioni più diverse e disparate, pena la perdita del sussidio. Ecco che il lavoro, quel lavoro, si fa sovrano. L’alternativa è un reddito che non ha nel lavoro una condizione, ma che possa permettere all’individuo di sviluppare tutta quella serie di requisiti che lo conducano il più vicino possibile a dove vuole arrivare. Nell’ultimo lavoro di Atkinson del 2015, una proposta del genere prendeva in considerazione l’idea di un reddito condizionato ad una attività generica, fosse essa un corso universitario o la cura domestica.

Bronzini Giuseppe
Giuseppe Bronzini. Da odg.roma.it

Bronzini riflette anche sul ruolo di un reddito di base dinnanzi alle sfide a cui l’innovazione tecnologica ci sta sottoponendo. Non solo tecnologie produttive ma anche politiche; non solo automazione, ma anche il passaggio da uno stato sociale rigido ad un sistema di flexicurity che ne accompagna il divenire. In un mercato del lavoro simile la strada di reddito di base, o di un reddito minimo garantito, sembrano rappresentare una via necessaria.

Questo è forse il punto su cui faccio più fatica a ritrovarmi con l’autore, che tuttavia non esprime direttamente i concetti che gli attribuisco. Si è portati a pensare che date le condizioni del mercato del lavoro, date le condizioni di povertà, le politiche di sostegno al reddito rappresentino una prova disperata, una sorta di cura di ultima istanza. Presentare l’automazione o l’assenza di potere d’acquisto come giustificazione delle politiche di sostegno al reddito, significa di nuovo identificare in esse il principale strumento per risolvere il problema di rallentamento o cessazione dell’accumulazione capitalistica. Reddito per consumare, quindi: l’obiettivo di massima dei grandi imprenditori del silicio negli Usa, da Gates a Zuckerberg. Significa che il capitale produce il reddito e ne determina l’ammontare perché esso venga speso interamente. Mi riesci quindi difficile accostare il modello di reddito di base proposto dagli imprenditori della Silicon Valley al reddito di base come strumento di autodeterminazione. Anche i problemi di tutela del lavoro non possono essere una giustificazione accettabile. Nulla dello scempio che è oggi il mercato del lavoro italiano (ma anche europeo) può essere giustificato e salvato condizionatamente all’approvazione di un sostegno al reddito. Il reddito di base riflette un mutato rapporto tra individuo e produzione. L’individuo produce anche nel tempo libero, e questa produzione deve essere riconosciuta e retribuita.

Al contrario, con l’autore condivido il giudizio dato al Reddito di Inclusione, uno schema che rappresenta un passo indietro da un punto di vista del diritto, che non solo ripropone il condizionamento al lavoro, ma lo estende a tutto il nucleo familiare. Un erogazione irrisoria e temporanea che non permette l’emersione della famiglia dalla povertà assoluta, né un alleggerimento duraturo. Uno strano strumento di umiliazione del ricevente, costruito in fretta e senza i fondi necessari.  A tutti gli effetti si tratta più di una politica di ordine pubblico che di una politica redistributiva. Non lotta alla povertà, ma controllo della povertà.

Intuendo la sovrapposizione con altri lavori nei riassunti e liste dei vari esperimenti a livello globale, l’autore dedica poche pagine a questa pur fondamentale parte della trattazione; al contrario, come poi il titolo stesso preannuncia, è nel diritto che si trova il contributo di Bronzini, nel riordinare, non solo cronologicamente, le fasi di elaborazione giuridica che hanno portato alla Carta dell’89 prima e alla Carta di Nizza poi, i due principali documenti che hanno introdotto il diritto all’esistenza degna, al diritto di beneficiare di prestazioni e di risorse adatte alla propria situazione individuale.

Nel complesso Il diritto al reddito di base. Il welfare nell’era dell’innovazione è un’opera per addetti ai lavori o persone interessate e introdotte al tema del reddito di base. Fallisce nell’obiettivo di essere pienamente divulgativo, data la natura giuridica e i molti rimandi a principi di diritto e documenti fondamentali europei e nazionali. Tuttavia, è un’opera che completa un insieme ormai imponente di fonti, anche italiane, sul tema delle politiche di sostegno al reddito, tema che il Basic Income Network porta avanti con determinazione da anni e della cui promozione è, senza dubbio, capofila.

Luca Sandrini

Immagine di copertina da http://www.bin-italia.org

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