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Cina, l’uomo cerca (e compra) moglie

La politica del figlio unico è forse il più famoso provvedimento intrapreso dal governo cinese in materia di pianificazione familiare. Introdotta dal presidente Deng Xiaoping nel 1979, serviva, nella mente dei suoi ideatori, a frenare e contrastare quello che sembrava un inarrestabile aumento demografico, che aveva portato il Paese a sfiorare il miliardo di abitanti. Negli oltre trent’anni in cui è rimasta in vigore (è stata infatti abolita ufficialmente solo nel 2016), la politica del figlio unico ha certamente contribuito a rallentare la crescita della popolazione, ma ha altresì dato origine ad una lunga serie di effetti collaterali, tanto imprevisti quanto, in realtà, facilmente prevedibili.

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Shanghai. Fonte: Wikimedia Commons

Una nazione di figli unici: come la politica ha plasmato la società cinese

Il divieto di avere più di un figlio ha rafforzato la già esistente preferenza culturale verso i figli maschi, gli unici in grado di portare avanti la genealogia familiare. Tra i futuri genitori si sono diffuse pratiche come  l’aborto selettivo, al fine di eliminare gli embrioni che non fossero del sesso desiderato. I casi di infanticidio sono stati numerosi, così come quelli di abbandono delle bambine neonate. Tutto ciò ha comportato l’incremento delle disparità numerica tra i sessi, le cui conseguenze si stanno rivelando oggi in tutta la loro gravità. Gli studi parlano, infatti, di un divario sempre maggiore, soprattutto nelle fasce giovani della popolazione cinese.

Così, si stima che nel 2020 ci saranno, in Cina, tra i 30 e i 35 milioni di uomini in più rispetto alle donne, cifra destinata ad aumentare ulteriormente nel decennio successivo. Non è difficile intuire come una tale disuguaglianza influisca in maniera determinante sul numero dei matrimoni a livello nazionale. Questo, unito alla crescente emancipazione delle donne, che sempre di più investono nello studio e nella propria carriera professionale, fa sì che per gran parte degli uomini cinesi sia oggi estremamente complicato trovare una compagna e costruire una famiglia.

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Fonte: Wikipedia

Cinesi a caccia di moglie, tra vie legali e traffico di esseri umani

Questa difficile situazione ha portato i single cinesi a ideare nuove, e talvolta fantasiose strategie. La cronaca ha raccontato di un uomo di Guangzhou che, nel 2014, ha regalato alla fidanzata novantanove iPhone, nel tentativo di convincere la ragazza a sposarlo (lei, peraltro, ha poi rifiutato la proposta). Sono comparse agenzie specializzate nel trovare l’anima gemella dei tanti scapoli del Paese e, benché i matrimoni combinati siano di fatto illegali dagli anni Cinquanta del secolo scorso, gli stessi genitori continuano a rivestire un ruolo importante nel processo, selezionando e proponendo (e a volte imponendo) ai figli possibili candidate ad entrare nella famiglia. Ma non sempre la via prescelta ha seguito canali legali e una parte, piccola, ma assolutamente non trascurabile, dei single cinesi ha deciso di rivolgersi ai trafficanti e di comprare, per qualche migliaio di dollari, la propria compagna.

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Fonte: Flickr/kattebelletje

Compare una moglie: il mercato sotterraneo delle spose

La stampa internazionale ha raccontato le storie di decine di giovani provenienti da Paesi poveri, quali Cambogia, Laos e Vietnam, che sono state attratte in Cina dai trafficanti, con la promessa di un lavoro migliore e più redditizio di quello a cui potevano aspirare in patria. Una volta giunte a destinazione, tuttavia, le donne, in genere poco più che adolescenti, sono state vendute a uomini del posto, destinate, a loro insaputa e senza il loro consenso, a diventarne mogli.

Non vi sono dati che possano confermare l’esatto numero di casi verificatisi nel corso degli anni ed è quindi impossibile stimare con esattezza la portata del fenomeno. Secondo i numeri riportati dal Guardian, in un articolo degli inizi del 2016, è possibile ipotizzare che si tratti di qualche centinaio vittime ogni anno. Sono state 85 le donne cambogiane che sono riuscite a denunciare la propria situazione e a chiedere aiuto al consolato del proprio Paese in Cina, ma, come spesso in circostanze simili, il numero delle denunce è sempre ampiamente inferiore e sottostimato rispetto alla realtà.

matrimonio cinese

Sono soprattutto gli uomini delle zone rurali e più povere della Cina a comprare la propria moglie. Le famiglie cinesi, seguendo una prassi diffusa e radicata nella cultura del Paese, esigono che il futuro sposo, al momento di chiedere la mano della figlia, abbia un lavoro ben retribuito, una casa di proprietà, una macchina. Il matrimonio, nelle campagne, è ancor oggi visto come una forma di avanzamento sociale e i pretendenti devono fare i conti con le onerose richieste economiche dei suoceri e dimostrare loro di poter offrire alla loro figlia un futuro dignitoso. Per alcuni uomini, quindi, potersi rivolgere ai trafficanti affinché trovino loro una donna povera, meno esigente e senza particolari pretese, è un’alternativa allettante e, per quanto perversa, più facilmente accessibile. Come molto spesso accade, anche nel caso cinese, molte delle vittime di tratta finiscono per subire abusi, sevizie e maltrattamenti, trattate come schiave all’interno della nuova famiglia.

Nell’ottobre 2016, ha fatto scalpore la notizia di una dodicenne vietnamita, residente nella provincia cinese del Jiangsu, che, per la giovane età, aveva allarmato il personale dell’ospedale a cui si era rivolta, incinta al terzo mese, per un controllo ostetrico. Alla polizia, la ragazza ha raccontato di essere stata rapita da due connazionali, che, dopo averla portata in Cina nel 2014, l’hanno venduta a un trentacinquenne di Xuzhou per trentamila yuan (meno di quattromila euro). Molte ragazze hanno raccontato di essere state picchiate dai trafficanti perché cedessero al loro destino. Se si rifiutavano di partire con loro, venivano drogate, in modo che non opponessero resistenze, e condotte al di là del confine.

Come fermare il traffico di spose, tra politica demografica e cultura del matrimonio

Nel 2016, le autorità cinesi hanno soccorso oltre duecento ragazze vietnamite e le hanno aiutate a fare ritorno ai propri villaggi d’origine, ma il traffico di spose è un fenomeno difficile da arrestare e con cui la Cina dovrà probabilmente fare i conti ancora per molto tempo. Se anche si riuscisse a limitare il numero di spose rapite, la particolare conformazione asimmetrica che la società cinese ha assunto in oltre tre decenni di pianificazione familiare non potrà essere facilmente modificata.

Le disparità tra i sessi, come si è detto, sono destinate a divenire ancora più profonde e, benché la politica del figlio unico sia ormai di fatto superata, un triste retaggio del passato, essa continuerà a produrre i suoi effetti nel lungo periodo. Se sposare le proprie connazionali rimarrà così economicamente dispendioso, l’incentivo, per i single cinesi, di ricorrere alle vie illegali sarà, purtroppo, sempre molto forte. Senza uno sforzo più profondo, mirato a cambiare la cultura stessa del matrimonio, che non deve più essere visto come un incredibile sforzo finanziario da parte dei futuri sposi, la cronaca cinese continuerà a raccontare di giovani vittime, rapite e vendute al miglior offerente, per i decenni a venire.

Alessia Biondi

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