UNCUT: contro l’intimità mutilata

Il corpo della donna, in diverse epoche e continenti, è stato continuamente sottoposto a tentativi di regolamentazione. Dai canoni estetici a cui è richiesto più o meno esplicitamente di conformarsi, fino a interventi più diretti e violenti, come la fasciatura dei piedi in Cina. Il più dannoso e invasivo è senza alcun dubbio la cosiddetta “Mutilazione Genitale Femminile” (MGF), tutt’oggi praticata in trenta paesi del mondo, di cui ventisette solamente in Africa. Il documentario UNCUT (Italia, 2016), presentato a Bologna all’interno della rassegna cinematografica Terra di Tutti Film Festival di cui The Bottom Up è media partner, è una denuncia cruda e fedele di un fenomeno tanto noto quanto sottovalutato, sebbene sia internazionalmente riconosciuto come una violazione dei diritti umani.

Nel corto di Emanuela Zuccalà e Simona Ghizzoni si alternano fotografie e testimonianze di donne di tre paesi africani, Somaliland, Kenya ed Etiopia, decise ad impedire la perpetrazione di questa pratica brutale.

Ci sono diversi modi di praticare la MGF: si possono raschiare via le piccole labbra, si può asportare il clitoride (clitoridectomia o escissione genitale) o si possono rimuovere tutti i genitali esterni, comprese le grandi labbra (l’infibulazione vera e propria). Una volta “tagliate”, le donne vengono poi ricucite, spesso con materiali di fortuna (la maggior parte delle “tagliatrici” riferisce di aver utilizzato le spine dell’albero qodax al posto degli aghi). Le donne che hanno subito questa pratica, rimangono “cucite” fino alla prima notte di nozze, in cui vengono rimosse le cuciture – spesso dal marito, talvolta dalle infibulatrici – per permettere la penetrazione.

Lasciando da parte l’ovvia sofferenza che questa pratica porta con sé, come sottolinea Sadia Abdi, attivista del Somaliland che si oppone alla mutilazione genitale sin dall’età di quattordici anni, le complicanze che essa comporta sono numerose – e spesso letali: infezioni renali o derivanti dal ciclo mestruale, fistole e, soprattutto, un rischio di mortalità molto elevato durante il parto, non solo per la madre, ma anche per il neonato.

Entrambe le foto sono tratte da : journalismgrants.org

Il vero nemico da sconfiggere è, ancora una volta, l’ignoranza: come ammettono le ex infibulatrici intervistate da Zuccalà e Ghizzoni, prima di venire istruite pensavano che la mutilazione genitale femminile, oltre ad impedire gli stupri, fosse prescritta dalla sharia – cosa che non è. Una donna non tagliata, in Somaliland, viene definita una kintirleey, “una donnaccia con il clitoride”; presso i pokot, gruppo etnico del Kenya, chi non ha subito mutilazioni genitali viene considerata una bambina, una donna non adulta, indipendentemente dall’età anagrafica. In generale, una donna non tagliata viene considerata impura. L’ideologia semplice ma perversa che si cela dietro queste tradizioni si fonda sul presupposto che una donna che non conosce il piacere sessuale si rivelerà una moglie più fedele e devota.

Da un punto di vista giuridico, la situazione è meno lineare. Sulla carta, in Kenya dal 2011 vige il divieto assoluto di praticare la mutilazione genitale femminile. In Somalia, nell’agosto 2012, è stato approvato un decreto che proibisce la circoncisione femminile (ma non la sunnah, un lieve taglio del clitoride che affonda le sue radici in una tradizione profetica riguardante Maometto). In Etiopia è illegale addirittura dal 2005. Tuttavia, il processo di consapevolezza, specie presso le minoranze etniche o i gruppi meno alfabetizzati, è reso lento e difficile dal peso delle tradizioni e delle credenze popolari.

È proprio questo che rende così arduo il lavoro di Sadia Abdi, di ActionAid e della Rete delle Donne. Sensibilizzare l’opinione pubblica circa questa realtà è un’impresa difficile: le donne coinvolte subiscono minacce da parte di gruppi più estremi e tradizionalisti, spesso vengono punite con l’esclusione sociale. Tutto questo non sta arrestando la loro opera di cambiamento: informare, istruire e accogliere le ragazze, spesso bambine, che tentano di sfuggire alla mutilazione genitale.

I progressi ci sono, sebbene lenti e faticosi. Secondo un’indagine del UNFPA (2013), la percentuale delle mutilazioni delle ragazze tra i 15 e i 19 anni è scesa del 5% tra il 2005 e il 2010. Se questo trend dovesse proseguire, si prevede che il fenomeno verrà dimezzato solo nel 2074. Tuttavia, l’UNFPA (2016) si sta impegnando per accelerare l’abbandono della MGF promuovendo la diffusione di norme sociali che denuncino e riconoscano il fenomeno come una violazione dei diritti umani. Sebbene agli occhi di noi occidentali questo assunto appaia lapalissiano, non è scontato che lo sia presso le popolazioni che praticano la MGF. Spesso le infibulatrici intervistate in UNCUT, ammettono di aver pensato ingenuamente di aver praticato per anni “un lavoro come un altro”. L’UNICEF ha pubblicato un’indagine nel 2013 secondo cui l’81% delle donne della Guinea ritiene che la MGF debba essere praticata. Nel Mali questa percentuale sfiora l’80%, seguita dalla Sierra Leone (74%), dal Gambia (72%) e dalla Somalia (33%).

La strada per l’abolizione totale di questa pratica è ancora lunga e tortuosa. Agire a livello giuridico-legislativo non basta: il vero progresso emerge dal basso, tramite l’informazione e il passaparola, il mostrare prove tangibili delle problematiche, dei rischi e dei traumi che la mutilazione genitale femminile porta con sé attraverso dati, percentuali e testimonianze. Solo così potrà diffondersi una consapevolezza capillare del pericolo e della sofferenza a cui le donne sono sottoposte giornalmente solamente perché nate donne. E la visione di UNCUT è il primo passo per prenderne coscienza.

Per maggiori informazioni: http://uncutproject.org/

Benedetta Magro

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