Left-nomics: appunti sulle proposte economiche della sinistra parlamentare

In occasione dei G7 di industria, ricerca e lavoro di Torino (in realtà i lavori sono stati spostati alla reggia di Venaria), il capoluogo piemontese si è fatto teatro di diversi incontri, eventi e manifestazioni in aperta polemica verso il summit. Uno di questi è sicuramente il “Proxima* festival del 99%”, organizzato da Sinistra Italiana – Possibile in riva al Po.

Il festival è stato pensato in antitesi al G7, con una serie di incontri, tenuti in mezzo alla cittadinanza, sui temi caldi del summit. Abbiamo assistito alla prima giornata di lavori, ascoltando i dibattiti e le proposte della sinistra parlamentare e sindacalista in merito al tema di industria 4.0 e lavoro. Proviamo a sintetizzare quello che è emerso.

Mercato

Una delle parole chiave è stata “mercato”. È col mercato che bisogna fare i conti, dicono sia il sindacalista Franco Martini (CGIL), sia in modo meno esplicito il deputato Ariaudo (SI). A partire da questa presa di coscienza si è costruita una critica abbastanza pesante alla riforma del lavoro firmata governo Renzi, in particolare il decreto Poletti del 2014 (liberalizzazione dei contratti a termine) e la “droga fiscale”, ossia la fortissima politica di decontribuzione (circa 40 miliardi in tre anni) alle imprese per stimolare l’assunzione tramite il nuovo contratto a tutele crescenti. Critiche giunte a sorpresa anche da Pietro Garibaldi (docente di economia dello sviluppo dell’Università di Torino), che alla costruzione del contratto a tutele crescenti ha personalmente contribuito.

Se il mercato è ciò che bisogna tenere in considerazione, la droga di Renzi non lo ha fatto: le imprese hanno potuto assumere quasi gratuitamente i lavoratori, ma senza poterli adoperare.
Molto meglio sarebbe stato, secondo gli esponenti di SI, investire quei soldi in progetti più concreti, seguendo il pensiero dello scomparso prof. Luciano Gallino, docente di sociologia che molto si è interessato al tema dell’industrializzazione in Italia: parliamo di quello che non esiterei a chiamare keynesismo utile, ossia una politica economica aggressiva, con uno Stato datore di lavoro di ultima istanza che apre piccoli cantieri in tutto il Paese per la messa in sicurezza del territorio.
Abbiamo il 50% delle scuole che non sono a norma, strade dissestate e un generale scheletro infrastrutturale che cade a pezzi, questi lavori garantirebbero occupazione in breve tempo e un indotto capillare nelle economie legate ai cantieri (città adiacenti, fornitori ecc.). Niente grandi opere, a Torino la TAV è un tasto dolente, niente opere inutili da “scavare una buca e riempirla per far lavorare qualcuno”: il nome di questo progetto è Green New Deal, il richiamo al New Deal di Roosvelt è evidente; un nuovo intervento pubblico per pompare l’economia in un momento di stagnazione (nonostante il dato sulla crescita attuale).

È un dato significativo, perché segna l’adesione ormai capillare ai modelli liberisti (Keynes era sostanzialmente un liberista molto raffinato) da parte della sinistra parlamentare e sindacale, un abbandono dei modelli statalisti a cui di solito ci si riferisce parlando degli eredi di lunga data del PCI. L’economia keynesiana non è statalista, non prevede nazionalizzazioni, né alcuna forma di abolizione della proprietà privata, semplicemente prevede che lo stato commissioni e finanzi lavori alle imprese che altrimenti non avrebbero ordini.

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Fonte: Corriere.it

Durante tutto il discorso non si è mai parlato di nazionalizzazioni, non si è mai parlato di pianificazione. Il modello statalista non è più immaginato all’interno del parlamento. Questa è una notizia cattiva o buona, a seconda di come la si pensi, ma segna una adesione totale delle forze parlamentari al modello economico vigente, con l’unica alternativa tra austerità o politiche espansive.

Reddito di base

Altro dato interessante è quello riguardante il reddito di base o di cittadinanza: nessuno dei due strumenti è considerato praticabile né dalle forze sindacali, che storicamente tutelano i lavoratori, né dai rappresentati politici, che han preferito non esprimersi al riguardo (e il silenzio è stato rumoroso in tal senso). Il lavoro genera ricchezza e la priorità è di redistribuire il lavoro.

Le sfide che l’industria 4.0 ci lancia, automazione, digitalizzazione, sostituzione di lavori a saldo probabilmente negativo, devono essere la stella polare che aiuta l’Italia a mantenere la rotta. I dati sul lavoro in Italia riportano una situazione in cui nonostante la disoccupazione alta, le ore lavorate mensilmente sono superiori alla media europea. Di fatto le aziende hanno aumentato la pressione sui lavoratori, costringendoli a lavorare molto oltre le 8 ore canoniche e la cronaca ci racconta che questo ha un nome: straordinari non pagati. Gli straordinari stanno diventando l’ulteriore mezzo di sfruttamento del lavoro e sono alla base della disparità lavorativa. Chi lavora lo fa tantissimo, chi non lavora non riesce ad iniziare. In questo senso redistribuire il lavoro è una priorità.

Pur condividendo a pieno questa analisi devo ammettere che il rifiuto aprioristico di strumenti a sostegno del reddito mi ha stupito parecchio. Pur tenendo conto della possibilità di una resistenza legata al ruolo a tutela del lavoro dei rappresentanti sindacali, quello che si è visto è una totale dipendenza verso una società fondata sul lavoro. Non è presa in considerazione alcuna alternativa sociale che non veda nel lavoro produttivo il proprio elemento fondante. Un dibattito sul dopo-lavoro sarebbe forse auspicabile all’interno della sinistra parlamentare, vuoi perché sono concetti importanti, seppur datati (sono già parzialmente emersi con le proteste del ’77), vuoi perché la provocazione intrinseca dei processi di automazione è la progressiva sostituzione del lavoro col capitale. Bisognerà farsi trovare preparati. Tuttavia, va segnalato che anche molta sinistra extra-parlamentare non sposa il sostegno al reddito, per ragioni un po’ più raffinate forse, come la dipendenza da un organo statale che lo distribuisce e dal capitale che lo fornisce. Questi argomenti però non sono propri dei sindacati maggiori, né dei rappresentanti in parlamento.

Formazione

Altro tema toccato è stato quello della formazione. In una dinamica di rivoluzione industriale come quella che stiamo vivendo, la formazione del personale lavorativo assume un ruolo fondamentale. Il lavoro super qualificato sostituisce quello a media qualifica e servono lavoratori in grado di adattarsi a questo cambiamento. Non solo formazione aziendale, dunque, ma anche universitaria. Questo è un punto delicatissimo da trattare in Italia. Vuoi perché a livello universitario siamo sostanzialmente indietro, proprio nei numeri, vuoi perché le aziende delegano abbondantemente la formazione alle università. Prova ne è che il contratto di apprendistato sta lentamente scomparendo, essendo più costoso del contratto a termine in quanto prevede le spese per la formazione. Che queste spese siano costi o investimenti è un discorso aperto, ma le imprese sembrano aver scelto la prima opzione. Questo significa che le università perdono il loro scopo puramente educativo e devono assumere un sempre maggiore ruolo formativo. Significa meno concetti più pratica, soprattutto quella che chiedono le aziende. Significa, in parte, che sono le aziende a dettare il programma universitario (in determinate facoltà), senza spenderci più di tanto o affatto.

Debito pubblico

Infine piccola nota sul debito pubblico. Qui è emerso il maggior distacco dal centro-sinistra renziano e dalla minoranza dem. L’Italia ha i conti relativamente in ordine, siamo in avanzo primario da anni e quello che appesantisce molto il nostro debito pubblico sono gli interessi sul debito pregresso. Brevemente, tra gli anni Ottanta e Novanta, col divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, quest’ultimo fu “costretto” ad emettere titoli di stato al tasso di interesse previsto dal mercato. Sostanzialmente negli anni Ottanta la spesa per gli interessi è salita da poco più del 2% a circa l’ 8%, per poi attestarsi sul 10-11% negli anni Novanta, facendo quasi raddoppiare il debito pubblico in un decennio (nel 1994 toccò quota 121,4% del PIL contro il 70% c.a. del 1984). È interessante, in tal senso, sentire da Sinistra Italiana un discorso legato al che farsene di questo debito, come gestirlo. Il messaggio a mezza voce è stato: bisognerà ricontrattare le condizioni, tagliare gli interessi. Ed è una presa di posizione piuttosto evidente.

In sintesi, la sinistra parlamentare propone un liberismo keynesiano fortemente caratterizzato da interventi a tutela del territorio, un abbassamento delle ore lavorative almeno alle 35 ore e un maggiore intervento sulle università, sia in termini di libertà di accesso, sia in termini di formazione di forza lavoro specializzata. Un programma fattibile in termini di coperture: il Green New Deal fu presentato a cavallo tra 2013 e 2014 e il costo stimato era di 15 miliardi di euro (Ariaudo in occasione del festival Proxima ha corretto a 25 miliardi), ampiamente sotto al costo del Jobs Act stimato nei tre anni dal lancio. Questo programma, assieme a un lavoro sugli interessi maturati in passato, ha l’esplicito obiettivo di agganciare la crescita economica, dare occupazione e ridurre il debito pubblico. Di fatto, in parlamento la stella del mercato guida ormai la strada di tutti, anche di chi la guarda nascondendo gli occhi tra le mani.

Luca Sandrini                                                                                                                           @LucaSandrini8

Immagine di copertina scattata martedì 26 settembre dall’autore dell’articolo.

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