Caffè con Eschaton e la classe disagiata

Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura è un libro che parla di molti di noi, se non addirittura di tutti noi, venti-trenta-quarantenni, figli della classe media, cresciuti nell’idea che i privilegi e la ricchezza accumulati dai nostri genitori sarebbero passati a noi per diritto di nascita. È un libro su quelli che attendono, su cosa è accaduto e cosa accadrà alla nostra generazione.

Questa intervista è frutto di una lunga conversazione tra me e Ventura, in arte Eschaton, avvenuta in una pasticceria del centro di Bologna. Perché la suddetta intervista fosse tutta incentrata sul libro Teoria della classe disagiata sulla sua vicenda editoriale e sul triangolo autore-libro-pubblico, sono stati espunti tutti i riferimenti ad Ace Ventura, alla cafonaggine dei ristoranti Emporio Armani, alle trattorie come moda hipster e al livello simbolico di Esselunga. Per non turbare i lettori più sensibili, inoltre, è stato eliminato ogni riferimento al pranzo fiorentino di Ventura (trippa e lampredotto).  

Questo libro sta cominciando ad attirare su di sé parecchia attenzione.

Sta succedendo qualcosa, c’è un certo hype. Quando ho iniziato a scrivere quelle cose che sono diventate il libro, non immaginavo che ci sarebbe stata una ricezione così ampia [mentre parliamo è fresco di stampa un articolo di Repubblica, n.d.r.], tant’è che la prima versione in ebook non la proposi a nessun editore. In effetti era anche un libro molto imperfetto: all’epoca era una raccolta di tre articoli che aveva questo titolo ma non lo spiegava nemmeno. Il titolo era un gioco di parole che mi sembrava divertente ma allora mancava una vera teoria.

Quindi non è un titolo “da editore”.

No, è per quello che è strano. È un titolo che fa questo gioco di parole con un saggio di sociologia conosciuto tra i sociologi e gli economisti che però non è noto al grande pubblico, Teoria della classe agiata di Thorstein Veblen. Quando ho raccolto i saggi che hanno formato Teoria della classe disagiata il titolo mi divertiva ma era anche “pesante” – chi ha mai venduto un libro che si chiama “teoria”? Non ci credevo molto e per questo non l’avevo mai proposto a un editore. Non penso fosse un errore di valutazione, credo che sia cambiato il contesto. All’epoca credevo avesse più senso metterlo online e via, era stato concepito in maniera molto spontanea, libera e disinteressata. Quando minimum fax si è fatta avanti, ho continuato a riflettere sul tema, a un certo punto è scattata una specie di “rivelazione da specialista del marketing” che ha prevalso su di me, in quel momento ho capito che quel libro, uscito un po’ in sordina, aveva del potenziale. Negli ultimi mesi ho capito che c’era davvero qualcosa nell’aria. Poi minimum fax ha trovato questa copertina che dal punto di vista commerciale è geniale, molto aggressiva e che mi aveva un po’ intimorito e pagarne il prezzo a livello di ricezione.

teoria-della-classe-disagiata-2006
La copertina del libro edito da minimum fax

In effetti viviamo nell’epoca delle immagini, e questa copertina è già una presa di posizione forte, crea già un’idea precisa del libro.

Infatti, vivo davvero lo sdoppiamento che descrivo nel libro, citando Fight Club e Kafka: da una parte c’è l’intellettuale, dall’altra la persona che fa altro per lavoro. A essere precisi il mio caso è piuttosto raro, perché sono andato all’estero e ho trovato lavoro nel marketing dell’editoria, quindi la parte di me che lavora nell’editoria può avere uno sguardo critico nei confronti della persona che scrive. Si è creato questo strano cortocircuito per il quale ho capito che questa copertina poteva avere successo in termini di marketing e mi ha fatto riflettere sulla natura dei casi letterari. La Teoria non credo sia finora un caso, anzi non credo possa esserlo, è un libro abbastanza difficile – questo però non lo scriviamo sennò non lo compra nessuno! –, è un libro esigente di cui inizia a parlare la stampa mainstream, fraintendendolo un pochino – com’è giusto – e mi ha ricordato quello che è successo con altri libri di cui mi è interessata molto sia la lettura ma anche la storia della ricezione, come La società dello spettacolo di Debord – di cui ho scritto, proprio dei malintesi che ha subito e che ne hanno determinato la fortuna – o anche l’Ulisse di Joyce che ha una bellissima storia.

L’Ulisse un’operazione di marketing?

Si. La pubblicazione dell’Ulisse di Joyce è frutto di un’operazione di puro marketing. Era anche un’epoca in cui era più facile fare dei colpi di marketing. Oggi per creare un caso c’è bisogno di una escalation di investimenti – non è il mio caso –, che possono essere sostenuti solo da macchine da guerra come Mondadori. All’epoca, negli anni Venti-Trenta, esistevano grossi editori in una bolla molto piccola, per cui per creare un evento bastava conoscere poche persone e le loro riviste. Per un libro come l’Ulisse, un libro da studiare più che da leggere, magari nella bellissima edizione Mondadori con la guida di fianco. Quel libro non lo vendi, non fai successo se non crei uno scandalo attorno, e loro lo fecero. Non si può scindere la storia delle Avanguardie dall’astuzia che hanno avuto nel proporsi, lo stesso è per La società dello spettacolo, un libro che tutti conoscono e che nessuno ha mai letto. Ogni volta che parlo con qualcuno di quel libro ho l’impressione che non l’abbia capito. Se penso al mio libro, guardando me stesso dall’esterno, vedo questo libro in vetrina…

…e speri che nessuno lo legga.

Si. Ho un po’ paura. Temo l’idea di essere letto al di fuori di un contesto. Da lettore del Fedro di Platone, del mito di Theuth e di quell’avvertenza che Platone fa sulla scrittura, che è un veleno, un φάρμακον che rischia di portare delle idee laddove non devono andare. Sono contento di essere riuscito su internet a costruirmi un contesto, una totale libertà d’espressione legata al fatto che chi mi leggeva aveva conoscenza dei miei registri d’espressione e delle conoscenze pregresse, raramente ho vissuto situazioni di tensione. Ho pensato a Bourdieu, alla sua scrittura difficile che, scherzando, spiegava con la necessità di proteggersi, di fare una scrematura. Ho l’ambizione di trattare temi complicati in maniera elegante e letteraria, e nello stesso tempo sento un po’ la paura che qualcuno legga questo libro con l’intenzione di fraintenderlo o che qualcuno lo legga in un momento in cui non ne ha affatto bisogno. Allo stesso tempo fai un libro perché vuoi che venga letto, c’è una componente di vanità. Nel testo, infatti, c’è anche il percorso che ha portato alla sua produzione e alla “possibilità minima” che potesse avere successo. Tutti noi competiamo nella cultura per avere il nostro “posto al sole”, per avere un riconoscimento. Questo meccanismo, statisticamente, miete più vittime che vincitori, e questi ultimi alimentano il meccanismo di vendite e prestigio. Se il mio libro vende, se Repubblica ne parla, il meccanismo funziona. Il libro, invece, si autodimostra, è una specie di proposizione tautologica del tipo “questa frase è una frase”.

USA. New York. Long Island. US actress Marilyn MONROE. 1955.
Foto: Eve Arnold

Hai detto che il libro è quasi un monumento a se stesso, costruito logicamente. Però la ricezione, le interpretazioni, anche quelle errate, sono parte integrante della sua eventuale riuscita.

Si, chissà poi se possiamo davvero parlare di interpretazioni errate. Poi è chiaro che l’Autore è il guardiano del Tempio della sua stessa creazione e magari fraintende se stesso. Ogni tanto certe recensioni mi fanno delle analisi psicologiche più pertinenti di quelle che potrei fare a me stesso, tirano fuori delle cose che non volevo o che non pensavo di aver detto.

Del resto, tu costruisci la tua immagine ideale di scrittore ma può sempre emergere qualcos’altro che sta dietro.

Ho provato a realizzare un saggio abbastanza disincarnato e l’ho disseminato di tracce di me, di come mi sento, della mia biografia. C’era la volontà di lasciare indizi, delle asperità in chiave di autofiction, un po’ alla Nabokov o alla Thomas Bernhard nei quali non capisci, da lettore, se ciò che è scritto è stato messo lì volontariamente dall’autore o se gli è sfuggito. Mi diverte quando qualcuno mi dice: «Nella critica di Valerio Mattioli c’è scritto che questo libro è uno sfogo». Io rispondo: «Ma mica l’ha scoperto Mattioli. Il libro è uno sfogo e Mattioli nella sua recensione critica lo dice». Ci sono cose zippate nel libro cose da scoprire e altre che aspettano di essere scoperte dal lettore, per questo il libro è un saggio ma anche una autofiction nascosta.

Una confessione…

Una confessione, molto intima.

Parlando sempre della tua esperienza, com’è vivere nei panni dello scrittore in tournée?

Mi impegna perché vivendo all’estero ho concentrato tutto in pochi giorni, e poi spero sempre che si aggiungano altre robe mentre sono in un posto. Il risultato è che vado sempre un po’ di corsa. Allo stesso tempo mi fa piacere incontrare lettori, persone interessate a discutere, lo faccio anche per quello. Scrivendo su un blog all’estero sono davvero in una bolla ed è bello andare in libreria e vedere qualcuno che compra il tuo libro [è successo pochi minuti prima che iniziasse l’intervista n.d.r.]. Hai il contatto con la vita reale.

Se ci fai caso, Facebook è un po’ come un videogioco: ti metti davanti a uno schermo, fai delle cose e hai dei feedback, esattamente come in Warcraft o, meglio ancora, in un gioco di carte automatico contro il computer. A un certo punto ti senti davvero dissociato come in Fight Club, vivi quest’altra identità online e ti chiedi quale sia la realtà, la domanda è molto dickiana: “La realtà è questa o quella che prendeva sempre più posto nella mia vita e nei miei pensieri, nella mia attività dietro lo schermo?” Poi improvvisamente arrivo in Italia e trovo sale piene di persone che mi conoscono e mi leggono.

…che finora erano state solo una tua emanazione mentale.

Magari potevo pensare che erano dei bot che mi dicevano “Ti leggo sempre”. Facebook è anche un vizio, un modo di perdere tempo. Vorremmo tutti starci meno, poi ci accorgiamo che c’è qualcosa che ti può servire. Incontrare il pubblico ti fa capire che non hai del tutto perso tempo, che scrivere il libro o un articolo ha dato ad altri lo spunto per fare, o non fare qualcosa.

Il primo libro è un balzo eccitante e spaventoso in questo mondo, per di più trattando un argomento vastissimo che forse non avrei dovuto trattare.

Un tema che, stranamente, continua a non essere al centro dell’attenzione collettiva.

Già. Eppure esistono parecchi trattati di sociologia, uno, ad esempio, è Restare di ceto medio edito da Il Mulino. Forse, essendo un trattato scientifico, non è abbastanza pop, oppure non offre spunti troppo innovativi. Ci sono anche film come Generazione 1000 euro e Smetto Quando Voglio che fanno un ritratto della situazione. Sicuramente c’è bisogno di qualcosa che possa catalizzare il dibattito e gli editori avrebbero dovuto capirlo prima. Se studiato a tavolino il mio libro, da responsabile marketing, l’avrei fatto scrivere a qualcuno meno tormentato di me e con meno riferimenti letterari, perché al momento giusto sarebbe potuto diventare un grosso best-seller, mentre io penso di non poter andare oltre una certa soglia per il fatto che si tratta di un testo un po’ esigente.

Magari riuscirà a smuovere le acque visto che il problema dei giovani finora sembra preoccupare solo Mentana. Però bisogna dire che Teoria della classe disagiata è un libro che non dà soluzioni.

Sì e no. Da un certo punto di vista nell’ultimo capitolo, “il tempo dell’anomia” descrivo una serie di scenari che sono soluzioni e al tempo stesso catastrofi dal prezzo crescente. Sono le conseguenze della condizione della classe disagiata, conseguenze che sono dispositivi di autoregolazione della classe stessa, come ad esempio la fuga dei cervelli, che è figlia di un eccesso di concorrenti rispetto alle opportunità in Italia. Andarsene è una soluzione, anche se ha un prezzo. Tra queste “soluzioni” c’è l’impatto demografico: non c’è lavoro, fai figli sempre più tardi e, di conseguenza, il ceto medio si assottiglia. Tra una generazione lo scarto della classe consumatrice che non riesce ad accedere al consumo si sarà ridotto.

D’altra parte nel libro ci sono degli spiragli di ottimismo e spirito costruttivo. Quando parlo di Ibn Khaldūn, storico medievale, e parlo di quella che lui chiama l’asabiyyah, un principio di cooperazione tra gli individui, ciò che denuncio è che la classe disagiata si è incamminata in una specie di guerra di tutti contro tutti e che configura un dilemma da teoria dei giochi per cui nella competizione peggioriamo la condizione di tutti gli altri, ci spariamo nelle gambe. Questo è il contrario della cooperazione, in teoria dei giochi si parlava di questo come qualche secolo prima Ibn Khaldūn parlava di asabiyyah. Idealmente il libro parla del fatto che esistono strategie cooperative, poi nella pratica, la mia impressione è che non ci siano le condizioni per realizzarle.

Matteo Cutrì
@Sbronzon

Foto di copertina: illibraio.it

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