“L’arte della fuga” di Fredrik Sjöberg

Soffro, a momenti, di manie di fuga, da tutto e da tutti, a volte da me stesso. Ho una certa attrazione per le opere di catalogazione, erbari, atlanti, e qualsiasi altra testimonianza cartacea che sembri dare ordine al mondo. Come se non bastasse, sono pure un musicista. Ma al di là della mia cartella clinica, vedere in vetrina un libro come L’arte della fuga dello svedese Sjöberg ha risvegliato contemporaneamente tutte queste mie caratteristiche.

Dunque, per cominciare “L’arte della fuga” è anche il titolo dell’ultima, monumentale e incompiuta opera di Johann Sebastian Bach (Die Kunst der Fuge, BWV 1080), una summa del sapere musicale del XVIII secolo e, oggettivamente, una delle più raffinate e mirabili realizzazioni dello spirito umano (la fuga è una particolarissima e rigorosissima forma musicale). Non che sia musica molto fruibile, almeno non in senso stretto: è complessa ed è tutto tranne che immediata all’ascolto, ma concentra in -tutto sommato- poche pagine secoli di teoria musicale cuciti assieme con una pratica artigianale che lascia veramente sbalorditi.

Inoltre, da buon bibliofilo superficiale quale sono, giudico spesso i libri dalla copertina: qui mi ha colpito particolarmente una bella illustrazione che sembra tratta da uno di quei meravigliosi, imperdibili e straordinari atlanti botanici ad acquerello del XVII secolo: precisamente, mi sembra, un umile pino mugo (specie piuttosto riconoscibile, per me, da quella volta che mi sono andato a cacciare in una mugaia nel tentativo di trovare una scorciatoia, vedi alla voce “ravanage”).

Fin qui sarebbe scattato il normale interesse. Solo che aprendo il libro ho notato che tra un paragrafo e l’altro non ci sono freddi asterischi o desolati deserti tipografici: c’è un carattere che rappresenta un minuscolo pinetto. L’amore non sarà un brodo di verze (come recita un inspiegabilmente ruvido proverbio friulano), ma ha senz’altro qualcosa a che vedere con il profilo di un pino in mezzo a una pagina alta e stretta come quelle dei libri Iperborea.

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Gunnar Widforss, Half Dome, Yosemite, 1926 (un sacco di pini!)

Detto ciò non potevo che accaparrarmi il libro il più rapidamente possibile e ritirarmi a leggerlo da qualche parte. Scopro che purtroppo in svedese il riferimento musicale in realtà non c’è: il titolo Flyktkonsten infatti significa sì letteralmente “l’arte della fuga”, ma mi risulta che il riferimento sia letteralmente a una fuga nello spazio, non a una forma musicale (credo sarebbe Fugakonsten in questo caso). E a ben guardare nel libro di riferimenti musicali non c’è neanche l’ombra, per cui l’ambiguità anche in italiano potrei averla vista soltanto io in virtù della mia monomania musicale (vedi sopra). In compenso ci sono un paio di fughe “spaziali” degne di nota.

La prima è quella dello stesso Sjöberg, un singolare personaggio: “scrittore, entomologo, collezionista e giornalista culturale” lo definisce la sua pagina sul sito di Iperborea, e risulta anche che dal 1986 si è ritirato a vivere sull’isola di Runmarö, un fazzoletto di terra al largo di Stoccolma, dove si dedica con passione e competenza alla collezione di insetti. Insomma, un personaggio decisamente sui generis e sicuramente non amante delle folle, nemmeno di quelle nordiche, ordinate e sobrie.

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Il nostro Fredrik Sjöberg nella ridente Runmarö mentre si dedica alla sua grande passione: gli insetti.

Come spesso accade, si crea qualcosa (in questo caso un libro) per raccontare la storia di un altro che in realtà è la nostra storia. Sjöberg sceglie per questa identificazione (o almeno così mi è sembrata) un oscuro personaggio della storia dell’arte: il suo connazionale Gunnar Widforss, pittore acquerellista vissuto a cavallo tra ottocento e novecento. Semisconosciuto in patria, acquisì notevole fama negli Stati Uniti come “pittore dei parchi nazionali”. Non si contano le sue vedute del Grand Canyon e dei parchi di Yosemite e Yellowstone, e la tipica mania statunitense per il culto della personalità gli ha dedicato una cima nel suddetto Canyon e pure il “Widforss trail”, un percorso che si snoda per circa 8 chilometri nel bordo nord.

La storia di Widforss è la storia di un uomo in fuga, le cui motivazioni non sempre sono chiare, e che spesso risultano forse nient’altro che l’eterna spinta al movimento già descritta nell’oraziano “Coelum, non animum mutant qui trans mare currunt”. La sua vicenda, di per sé, è già dotata di un certo tenero fascino, quello delle cose compiute e salde nella loro piccola solidità, ma sempre sull’orlo dell’oblio. Quindi già da sola basterebbe per confezionare un libro-omaggio alle piccole cose, la storia di una vita non eccezionale ma nemmeno banalmente ordinaria: insomma, una vita come ce ne sono molte. Storie ordinarie e di ordinaria eccezionalità, storie di cui è pieno il mondo ma che proprio per questo non dovrebbero scivolarci addosso, ma piuttosto farci accorgere di quanto sia variegata ed eternamente nuova ed eccezionale la realtà che ci circonda (no, non lo facciamo quasi mai).

A me non è concesso divagare, divento noioso, ma Sjöberg invece ci riesce benissimo: in mezzo alla storia di Widforss trovano posto deviazioni, o meglio, cambi di prospettiva in cui si incrociano la storia del protagonista, la storia dell’autore che ne ripercorre i passi negli Stati Uniti 80 anni dopo, e altre piccole perle divagatorie su aneddoti minuti: dall’industria del chewing-gum ai cammelli in Arizona, dai tacchini sulla bandiera americana al costo delle pellicce nella San Pietroburgo di fine XIX secolo.

A lui invece le divagazioni riescono bene: è un po’ come prendere una deviazione dal sentiero, che in fondo non porterà mai su un’altra montagna, ma magari cambierà un poco la prospettiva del panorama e magari rivelerà qualche strano fiore che non avevamo mai visto o, perché no, una vipera che preferiremmo continuare a non vedere, ma non è forse questo il bello?

Alessio Venier

 

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