Justin Trudeau, o come utilizzare un raffinato sistema di specchi e leve per apparire di sinistra

Scrivere un articolo che decostruisca l’immagine del Primo Ministro canadese Justin Pierre James Trudeau rappresenta, per qualunque giornalista, una battaglia contro un mulino al vento. Nel mondo delle post-verità e del prevalere della forma sui contenuti politici, Justin Trudeau è semplicemente impossibile da battere. Alto, bello, corporatura atletica e sorriso perennemente stampato in faccia, Trudeau è riuscito a vendere il modello neo-liberista come di sinistra, o quantomeno è riuscito ad accattivarsi una ampia fascia di borghesia e di elettorato giovane utilizzando slogan ad ampio impatto mediatico, nascondendo al contempo i suoi veri intenti. Una lezione che, evidentemente, non tutti i partiti di destra nelle loro varie declinazioni hanno ancora saputo apprendere e replicare.

Compito di un giornalista, poi, non è fare politica e certo questo articolo non vuole incappare nel terribile errore di dare valutazioni negative o positive alle politiche di Trudeau. È, invece, possibile e forse necessario cercare di comprendere in che modo un fenomeno prettamente mediatico sia riuscito in maniera – questa sì – ipocrita a focalizzare l’attenzione dei giovani o degli osservatori più superficiali su quegli elementi che hanno reso l’attuale premier canadese il perfetto cavallo di Troia per i sostenitori del turbo-capitalismo e della globalizzazione.

“Young shirtless JT breaks the internet”. Da CNN

Torniamo indietro nel tempo. Correva l’anno 2015 e Justin Trudeau si presentava durante la campagna elettorale con alcune proposte senza dubbio di stampo progressista quali la legalizzazione della marijuana e la fine delle politiche di austerity. Ma pur avendo condotto una campagna nei fatti molto simile a quella di Pablo Iglesias, il leader del partito di sinistra spagnolo Podemos, in realtà egli condivideva poche delle sue posizioni.

Grab da Repubblica.it, 27 giugno 2017

Trudeau non era di sinistra, ma come Obama sapeva toccare la coscienza dei canadesi. Da un lato, infatti, ha conquistato il favore di parte dell’opinione pubblica dichiarandosi femminista e consegnando la responsabilità di alcuni ministeri a colleghe donne, dall’altro ha assegnato il cruciale Ministero della Difesa ad un leader della minoranza indiana, Harjit Sajjan, il quale durante il suo mandato ha consegnato prigionieri di guerra alle forze afghane che li avrebbero in seguito torturati. Tuttavia, questo aspetto è stato largamente ignorato dai media che preferivano concentrarsi sull’atto di aver consegnato il dicastero ad un rappresentante di un gruppo etnico minoritario.

Questo continuo gioco delle tre carte ha catalizzato l’attenzione dell’elettorato di sinistra che vedeva (e forse vede ancora) in Trudeau il prototipo del maschio bianco liberal, “una TED Conference vivente”, come l’ha definito Jordy Cummings su Jacobin, che attuando provvedimenti prettamente di destra con un paio di apparizioni a torso nudo o in strada durante un gay pride fa dimenticare al mondo le sue contraddizioni. Infatti, sebbene Trudeau sia portatore di una visione neo-liberista e conservatrice, con una spruzzata di provvedimenti sociali di orientamento progressista, è riuscito a conquistare addirittura la maggior parte dei sindacati canadesi.

La sospensione dell’analisi razionale di ciò che Trudeau rappresenta veramente ha riproposto uno strano connubio già verificatosi negli Stati Uniti d’America con Barack Obama. Per capirlo bisogna guardare, ad esempio, al sostegno dato da Trudeau all’accordo commerciale tra Canada e Unione europea (Ceta), che favorisce le grandi aziende e penalizza i lavoratori. Come sottolinea la giornalista canadese Linda McqQuiag, il Ceta stabilisce che “gli investitori avranno ancora la possibilità di fare causa al governo per provvedimenti che non condividono, e il verdetto sarà emesso da tribunali speciali che garantiranno alle aziende maggiori tutele legali rispetto a quelle di cui gode qualsiasi altro gruppo in base alle leggi nazionali o internazionali”.

Per quanto riguarda invece la politica estera, Trudeau di nuovo si è messo in linea con l’assetto di qualsiasi altro paese occidentale, ovvero quello di mercante di guerra. Ad oggi, il Canada è il secondo paese esportatore di armi in Medio Oriente: nulla di illegale, certo, solo resta un po’ difficile definirsi apertamente femminista e mantenere rapporti strettissimi con l’Arabia Saudita, ma del resto è anche vero che in politica estera concetti quali “male” e “bene” sono irrilevanti.

Altre due grandi ipocrisie di Trudeau si sono manifestate in merito al rispetto degli accordi di Parigi sulla prevenzione dei cambiamenti climatici (quelli clamorosamente abbandonati da Trump) e sul ruolo del paese all’interno del Patto dell’Alleanza Atlantica. Il Canada infatti, in contemporanea alla firma dello storico accordo sulle politiche energetiche che i paesi di tutto il mondo dovrebbero seguire, ha scoperto importantissimi giacimenti di gas da argilla (shale gas) nello stato dell’Alberta che hanno fatto sbandare violentemente gli intenti apparentemente ambientalisti dell’amministrazione Trudeau. Gli investimenti nel settore sono quadruplicati portando il Canada sul podio dei paesi estrattori dietro solo Cina e Stati Uniti d’America – politica adottata nello stesso identico modo dal presidente degli Stati Uniti. Ma Justin Trudeau indossa i calzini di Star Wars e gli perdoniamo qualsiasi malefatta.

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Giacimenti di Shale Gas, da novinite

Restando sempre in tema di calzini, sembra che il Premier canadese ci abbia preso gusto e durante il summit NATO del maggio 2017 ha nuovamente esposto le sue caviglie calzando un bizzarro brand fatto su misura per l’evento. Basta poco, dunque, per rendere più simpatico un accessorio e far sì che il mondo dimentichi la ratio per il quale era “nato”.

Justin Trudeau è tutto ciò che di sbagliato il moderno centrosinistra ha saputo proporre dopo la caduta dell’ideologia socialdemocratica. L’arrendevolezza della classe dirigente ha cercato in tutti i modi e in tutti gli stati di mantenere fedele il proprio elettorato puntando su un uomo di spettacolo che sapesse quantomeno distaccarsi dalla vecchia concezione di conservatore arcigno e bigotto. La scelta è ricaduta sempre più spesso su un uomo bello e sorridente con fare giovanile, ma anima borghese. Un figlio d’arte (il padre Pierre aveva anch’egli ricoperto il ruolo di Primo ministro a cavallo tra gli anni ’60 e ’80) che non ha mai conosciuto le difficoltà delle classi lavoratrici e che ha avuto il privilegio di studiare nelle più prestigiose scuole internazionali e frequentare i salotti del potere. Un finto amico del popolo che, ammiccando a sinistra, governa a destra. La stessa figura che il Labour britannico sta cercando disperatamente per sostituire un personaggio scomodo come Corbyn, nonostante il risultato delle ultime elezioni.

In conclusione, sarebbe bene ribadire che l’ideologia liberale non sia storicamente di sinistra, smentire l’ipotesi che si viva in un’era post-ideologica,  ricordare come difficilmente classi sociali come quelle a cui appartiene Trudeau abbiano realmente a cuore gli interessi degli ultimi.

Ma, hey, avete visto che calzini fighissimi indossa  il Primo Ministro Canadese?

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Trudeau’s magnificent socks, da footwearnews

Tommaso Ceccarelli

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