Legge sul reato di tortura, un traguardo incompleto

“Il termine «tortura» designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse provocate.” 

Art. 1, Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (New York, 1984)

Il disegno di legge per introdurre il reato di tortura nell’ordinamento italiano dovrebbe approdare alla Camera per una quarta ed ultima lettura il prossimo 26 giugno, nella giornata mondiale contro la tortura, dopo essere passato al vaglio del Senato, che lo scorso 17 maggio lo ha approvato – con relative proposte emendative – con 195 voti favorevoli, 8 contrari e 34 astenuti. L’iter legislativo, facilmente consultabile negli appositi siti di Camera e Senato, dura oramai da oltre tre anni, rimbalzato altrettante volte tra i due rami del Parlamento, in quella che viene definita in gergo tecnico “navetta parlamentare”.

Raggiungere un accordo appariva impresa ciclopica, tanto da giustificare i continui stalli e rinvii, nonostante la condanna emessa il 7 aprile 2015 dalla Corte Europea di Strasburgo (su ricorso di Arnaldo Cestaro, attivista vicentino all’epoca 61enne brutalmente pestato) per i massacri compiuti alla Diaz e alla caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova, la notte del 21 luglio 2001 seguita alla morte di Carlo Giuliani. Il messaggio voleva essere molto chiaro: qualificando come tortura gli atti compiuti dalle forze di polizia quella tremenda notte di sospensione del diritto, la Cedu richiamava l’Italia alle proprie responsabilità internazionali, invitandola a colmare il vuoto giuridico che aveva permesso ad esecutori e mandanti di rimanere sostanzialmente impuniti.

A 16 anni dalla “Macelleria Messicana”, come fu più volte definita durante gli interrogatori sia dall’allora vicequestore Michelangelo Fournier che dal pubblico ministero Enrico Zucca, e a 28 dalla ratifica italiana della Convenzione Onu contro la tortura (1984), la conversione del disegno di legge procede a singhiozzo, nonostante le reazioni emotive e la pressione dell’opinione pubblica scatenate da casi come quello di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, esemplificativi della tenace lotta solitaria dei parenti delle vittime contro uno Stato apparentemente incapace di rispondere dell’operato del proprio apparato di polizia. Piccoli passi si sono effettivamente compiuti: lo scorso aprile, la notizia del risarcimento di 45mila euro patteggiato dall’Italia con sei delle vittime di Bolzaneto “per danni morali, materiali e processuali”. È un inizio, ma, per il pm Enrico Zucca, se l’Italia dovesse approvare la legge così come è ora, il patteggiamento risulterebbe “una provocazione e nella sostanza una menzogna”. L’Italia ha disatteso ai propri impegni troppo a lungo; ora che finalmente sembra sia stato raggiunto un accordo di maggioranza, il malcontento sulle proposte di modifica della legge è grande.

Ilaria Cucchi Stefano Cucchi Tortura
Fonte: Diritti Globali

Tra coloro che non hanno firmato il ddl c’è anche il senatore del Partito Democratico Luigi Manconi, Presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei Diritti Umani nonché promotore dell’iniziativa parlamentare da cui vide la luce la prima versione della legge, presentata il 15 marzo del 2013, primo giorno dell’attuale legislatura. In un’intervista a Radio Radicale, Manconi spiega dettagliatamente il motivo del suo rifiuto, definendo il testo mediocre, stravolto e difficile da applicare. Ma soprattutto ben lontano da quello della Convenzione Onu, a cui si rifaceva il primo disegno di legge, di cui oggi, ripete Manconi, “non resta praticamente nulla”.

Ai due articoli che introducono il reato nel codice penale italiano, il 613-bis e il 613-ter, vengono contestati principalmente quattro punti:

  • Cambia la fattispecie penale: il reato si configura come comune e non più proprio, ossia commesso da chi, nell’esercizio di una funzione pubblica, detiene il potere legale di custodia di un cittadino. Ad una prima occhiata, l’allargamento del reato a reato comune potrebbe apparire come un successo e far sperare in un’applicazione più efficace, rivelando in realtà una strutturale mancanza di fermezza nell’affrontare proprio il tabù dell’abuso di potere da parte delle forze di polizia, indebolendo quello che dovrebbe essere il cardine del ddl: la tortura è un reato pubblico, commesso da chi indossa una divisa. È qui che il dibattito tra i gruppi parlamentari si spacca. Secondo Manconi, è assurdo non riconoscere che “sanzionare i responsabili di tortura preserva la validità del lavoro di chi responsabile di tortura non è.” Non ci sarebbe alcuna volontà di penalizzare l’intera istituzione. Il senatore rimane convinto di una preoccupante sudditanza della classe politica rispetto alle forze dell’ordine, una sorta di complesso di inferiorità che spiegherebbe la paralisi decisionale e il corporativismo. Per Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone e autore di “La tortura in Italia. Parole, luoghi e pratiche della violenza pubblica” (2013), si tratta invece di un vero e proprio processo di immedesimazione: lo Stato si riconosce nel proprio apparato di polizia, tanto da preservarne rigidamente alcuni privilegi rispetto ad altre categorie incaricate di pubblico servizio (come medici, infermieri e insegnanti). Chiarissimo il comunicato emesso da Antigone (qui).
  • Nel testo si legge che, affinché l’atto si configuri come tortura, deve essere implementato “con crudeltà e mediante più condotte e deve provocare un verificabile danno psichico”, mentre la Convenzione Onu utilizza il singolare, laddove sia sufficiente “ogni tipo di violenza”, anche isolata, perché si possa parlare di tortura. La formulazione è vaga e determina l’esclusione di molti casi. Secondo Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Cucchi, il pestaggio subito da Stefano non sarebbe rientrato nella casistica.
  • Per quanto riguarda il danno psichico, viene messa in discussione la concreta possibilità di poterne verificare l’entità, in primis per la soggettività delle possibili reazioni alle torture, ma anche per la difficoltà di accertarlo in sede processuale a distanza di anni dagli avvenimenti. Lasciando per di più intendere che ci sia una scala di valutazione delle violenze da poter confrontare con parametri oggettivi. Per chi compie tortura è prevista la reclusione da 4 a 10 anni di carcere, con aggravante per i pubblici ufficiali, ma se i limiti introdotti dagli emendamenti rendono ostico verificare il crimine, l’applicabilità della legge viene chiaramente meno o dipenderebbe dalla volontà del singolo giudice.
  • Infine, se il testo venisse approvato, verrebbe eliminato il raddoppio dei termini di prescrizione introdotto dalla precedente lettura alla Camera. Le convenzioni internazionali e la Cedu prevedono, invece, l’imprescrittibilità del reato. Inoltre, ancora una volte non si parla della possibilità di eventuali rimozioni o sospensioni degli agenti colpevoli di abusi.

La proposta di legge divide in realtà quasi tutti i gruppi parlamentari, sebbene il Ministro degli Esteri Alfano abbia rilasciato una dichiarazione in cui si diceva soddisfatto dell’accordo raggiunto. Le critiche più dure arrivano proprio da associazioni come A buon diritto, Antigone e Amnesty International, che da anni si battono per introdurre il reato di tortura e invitano a tornare al più presto al testo Onu e alle convenzioni internazionali, supportate nell’appello anche dal Comitato verità e giustizia per Genova.

Non riconoscere la specificità del reato di tortura rischia di alimentare la sensazione che le forze di sicurezza godano effettivamente di una certa impunità e di potere di veto, a discapito (davvero in questo caso) di tutti coloro che svolgono il proprio lavoro nel rispetto dell’integrità della persona. Qui si gioca la credibilità dell’Italia, anche e soprattutto rispetto al resto del mondo, con un riferimento evidente alla morte del ricercatore Giulio Regeni in Egitto. Accettare un disegno di legge che limita molto la fattispecie penale suona come un compromesso al ribasso: meglio accontentarsi di poche garanzie piuttosto che non averne nessuna. In una democrazia moderna, dove la tutela dei diritti umani dovrebbe orientare la bussola di qualsivoglia decisione politica, non è un segnale da poco. E non rende giustizia alle battaglie legali dei familiari di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva e Franco Mastrogiovanni, solo alcune delle vittime dell’inerzia istituzionale italiana, apparentemente ancora restia a riconoscere e sanzionare la violenza qualora si consumi all’interno degli stessi apparati statali. Per ora, non resta che attendere l’esito della valutazione dei deputati.

 

Martina Facincani

[Nella foto di copertina, Arnaldo Cestaro in un’immagine Ansa/Stringer]

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