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Xinjiang, dove la Cina vieta nomi e tradizioni islamiche

Nell’estremo nord-ovest della Cina, c’è una regione i cui ritmi sono scanditi per cinque volte al giorno dall’adhān (chiamata alla preghiera) recitata del muezzin. Qui circa il 45% della popolazione è musulmana e fa parte di una folta minoranza etnica composta da circa 10 milioni di persone: sono gli uiguri, un’etnia turcofona che rappresenta uno dei 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti in Cina. Essi vivono principalmente nella regione dello Xinjiang, al confine con la Mongolia, i paesi dell’Asia Centrale, l’Afghanistan, il Pakistan e l’India.

Da alcuni mesi, qui, sono state imposte numerose restrizioni alle libertà religiose dei fedeli musulmani. Per volere del governo cinese gli uomini non possono più portare la barba lunga, le donne non possono indossare il velo in luoghi pubblici e sono state imposte pene severe per chi rifiuta di guardare i programmi trasmessi dalla tv di stato. Le misure risultano tanto draconiane quanto assurde e l’ultima imposizione ne è la prova tangibile. Le famiglie di fede musulmana, infatti, non sono più libere di scegliere il nome da dare ai propri figli: al bando nomi come Jihad, Mecca, Medina o Islam – giusto per fare alcuni esempi – perché rischiano di ostentare “eccessivo fervore religioso”. In assenza di una vera e propria lista di nomi banditi, bisognerà evitare qualsiasi nome che possa essere considerato “da fanatici” dal governo cinese. Per chi contravviene a tale disposizione, la pena è quella di vedersi negato l’hukou, sistema di registrazione necessario per l’accesso all’istruzione e agli altri servizi pubblici. Nella regione erano già state adottate misure restrittive (tra cui, ad esempio, il divieto di osservare il digiuno del Ramadan per i dipendenti pubblici) ma le ultime direttive impongono delle costrizioni ancora più stringenti.

Con l’obiettivo di garantire il rispetto dei nuovi dettami, Pechino ha optato per il dispiego di un ingente numero di corpi di polizia sul territorio oltre alla decisione di collocare telecamere di sorveglianza nelle piazze ed in alcune strade, nonché all’entrata ed all’interno di diversi negozi. Poche settimane fa, il giornalista Philip Wen di Reuters ha realizzato un reportage che descrive uno scenario surreale: all’ingresso di luoghi di culto come le moschee sono stati disposti metal detector e controlli di sicurezza, i cittadini sono sottoposti a continue perquisizioni e controlli dei documenti ed i negozianti di Kashgar – storico crocevia commerciale lungo l’antica via della seta – sono chiamati ad allenarsi tre volte al giorno per imparare a gestire eventuali assalti fisici da parte della minoranza uigura.

L’architetto di tale modello repressivo è Chen Quanguo, segretario del partito comunista dello Xinjiang e già operativo in Tibet tra il 2011 ed il 2016. Dato il pesante clima che si respira negli ultimi mesi e viste le misure liberticide prese da Pechino, il quotidiano francese Libération ha definito lo Xinjiang un possibile “nuovo Tibet”.

Fonte: Wi.gcs.transatic.net

Xinjiang, una lunga storia di indipendentismo

Lo Xinjiang e la sua numerosa componente uigura hanno una lunga storia di violenza e di mire separatiste. Le spinte secessioniste degli uiguri risalgono, infatti, già ai primi decenni del ‘900 quando per ben due volte tentarono la creazione di una Repubblica Autonoma del Turkestan Orientale. In entrambi i casi, però, le autorità cinesi finirono per bloccare qualsiasi tentativo autonomista. A partire da quegli anni, la Cina ha intrapreso una politica di “ricollocamento” che ha portato al trasferimento di milioni di persone di etnia Han (l’etnia maggioritaria in Cina) nello Xinjiang, al fine di controbilanciare la presenza uigura. Dal 2009, gli scontri tra uiguri e governo cinese si sono nuovamente intensificati: le proteste sorte nella capitale Uruqmi ed a Kashgar nei primi giorni di luglio di quell’anno hanno lasciato una lunga scia di sangue, provocando la morte – secondo alcuni dati – di oltre 157 persone.

Divisi tra Al-Qaeda e Daesh

Alla luce del pervasivo sistema di repressione di Pechino, il rischio di radicalizzazione è concreto. Negli ultimi anni diverse sono state le testimonianze di miliziani uiguri affiliati ad Al-Qaeda. In particolare, quella che il governo di Pechino considera come la minaccia più concreta alla propria stabilità nazionale è rappresentata dal Turkestan Islamic Party (TIP), organizzazione secessionista di stampo islamico strettamente collegata a gruppi di matrice qaedista. Ma, nel già complesso quadro politico dello Xinjiang, non vi è soltanto il TIP: un report del 2016 di un think-tank americano ha parlato della possibile presenza di oltre 100 uiguri tra i foreign fighters trasferitisi in Siria ed Iraq per combattere sotto la bandiera del califfato di Al-Baghdadi. Nel febbraio scorso, sia lo Stato Islamico che il TIP hanno pubblicato due video in cui minacciano direttamente la Cina. In essi si vedono alcuni uiguri che, rivolgendosi agli infedeli cinesi, minacciano vendetta e preannunciano l’allargamento verso est della jihad in difesa dei loro fratelli, repressi ed uccisi dal governo cinese.

Tenuto conto di ciò, ecco spiegata la ratio dietro le scelte politiche di Pechino: la minaccia jihadista, concreta o paventata, si trasforma rapidamente in una giustificazione per l’annullamento delle libertà personali e religiose di una minoranza che ha rappresentato da sempre un problema per il governo centrale. Il messaggio è chiaro: sebbene assente dalla scena internazionale  – non intervenendo in nessuno scenario “caldo” – la Cina non ammette che la sua stabilità interna possa essere scalfita dalla presenza di spinte secessioniste, qualunque sia la loro natura. Lo stesso presidente,  così come riportato da Reuters, ha parlato di un “grande muro di ferro” destinato a difendere il suo paese da qualunque tipo di minaccia proveniente dallo Xinjiang. Oltre a ciò, non va dimenticata la nuova politica internazionale cinese del cosiddetto “One Belt, One Road”, massiccio progetto di investimenti per il miglioramento delle comunicazione tra i paesi dell’Eurasia. A tal proposito, la Cina vuole rassicurare tutti – soprattutto i vicini dell’Asia Centrale (in particolare i confinanti Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan) – che è in grado di mantenere una solida stabilità all’interno dei propri confini.

La situazione nello Xinjiang vive una fase di calma apparente, ma le cose sono destinate ad evolversi. La repressione attuata dal governo cinese rischia di favorire processi di marginalizzazione e radicalizzazione, i cui effetti potrebbero manifestarsi in futuro.

Gianmarco Maggio

[La fotografia di copertina è tratta dalla BBC]

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