iran elezioni 2017

In Iran vince Rouhani e il desiderio di modernità

Le elezioni in Iran si sono da poco concluse, tra qualche scontro tra i sostenitori di Hamman Rouhani e di Ebrahim Raisi e qualche candidatura scherzosa – come il finto manifesto elettorale di Snoop Dogg apparso per le strade di Teheran, con la vittoria del presidente uscente Hassan Rouhani, riconfermato per il secondo mandato con il 57,13% di preferenze che hanno portato alla sconfitta del suo principale, Ebrahim Raisi, conservatore e fortemente legato ad Ali Khamenei, che ha ottenuto solo il 38,29% dei voti. Il risultato sopra al 50% ottenuto da Rouhani, secondo la costituzione iraniana, non lascia la possibilità di un ballottaggio e queste elezioni saranno sicuramente ricordate per l’enorme affluenza che ha posticipato la chiusura di seggi di 5 ore per dare la possibilità a tutti di votare e per la narrazione di uno scontro tra un Iran conservatore e chiuso ed un Iran pronto ad aprirsi alla modernità.

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Un finto manifesto elettorale che invita a votare Snopp Dog. Fonte: arabnews.com

I sei candidati approvati dal Consiglio dei Guardiani durante il dibattito presidenziale

Infatti, nella giornata del 19 Maggio, 41 milioni di cittadini iraniani si sono recati alle urne per votare i consigli comunali ed il futuro presidente, scegliendo, come è stato sottolineato da molti, tra conservatorismo e apertura al resto del mondo. Il due volte presidente Rouhani, infatti, è stato l’autore dell’accordo sul nucleare firmato nel luglio 2015 da Iran, Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Francia, Germania, Regno Unito e Cina che ha portato alla fine delle sanzioni economiche che pendevano sul paese. In quanto esponente della fazione moderata in Iran, Rouhani ha quindi giocato la propria campagna elettorale proprio sugli effetti positivi dell’apertura con l’Occidente, sottolineando come l’inflazione sia scesa negli ultimi due anni e come i primi investimenti esteri stiano giungendo, sebbene lentamente, a risanare l’economia, rivendicando la riduzione del deficit della bilancia commerciale del paese e ottenendo molti voti dai sostenitori del Green Movement, movimento di protesta finalizzato ad una maggiore apertura democratica del paese creatosi durante le elezioni del 2009, dai giovani e dalla minoranza sunnita, dopo l’endorsement del leader sunnita Molavi Abdol Hamid.

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Il candidato conservatore Raisi. Fonte: telegraph.co.uk/GettyImages

Raisi, al contrario, ha portato avanti una campagna volta ad ottenere i voti dei conservatori, sottolineando soprattutto il suo essere un Seyyed, ovvero un discendente del profeta Maometto, e sul suo ruolo di custode della fondazione religiosa più ricca dell’Iran, conosciuta come Imam Reza Foundation. La sua figura, molto di secondo piano sulla scena politica iraniana è ricordata soprattutto per la sentenza del 1988, che ha emesso come giudice, relativa all’esecuzione di centinaia di prigionieri politici della prigione di Evin, ha ottenuto il consenso di alcuni ayatollah conservatori. Il contrasto con le politiche di apertura del governo Rouhani è stato evidente fin dall’anno scorso, quando i nomi dei sei candidati alla presidenza sono stati approvati, tra i 1600 proposti, dal Consiglio dei Guardiani, l’istituzione religiosa iraniana più importante e che ha il compito di approvare i candidati alla presidenza: Raisi, insieme ad altri due candidati – Mostafa Mir-Salim e Mohamed Bagher Qalibaf, ritiratosi dalla corsa lo corso lunedì –, ha partecipato alla creazione del Fronte Popolare delle Forze della Rivoluzione Islamica (JAMNA), creato nel 2016 con l’obiettivo di contestare la possibile rielezione di Rouhani in queste elezioni.

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I risultati delle elezioni. Fonte: presstv.ir

Come appare chiaro già ad un primo sguardo, l’Iran è un paese complesso, diviso tra modernità e chiusura, dove la vita della popolazione ed i diritti politici e civili vengono determinati dalla combinazione tra politica, religione ed economia. Inoltre è molto rilevante il rapporto tra i tre centri di potere principali che rappresentano la complessità di una teocrazia sciita con regole democratiche e diverse minoranze al suo interno: il Consiglio dei Guardiani e la figura della Guida Suprema dell’Iran, la più alta carica politica e religiosa dello stato con competenze sulla scelta dei candidati presidenziali e con potere decisionale sulle questioni di politica estera insieme al Supreme National Security Council, il presidente eletto dai cittadini con elezioni regolari e democratiche ogni quattro anni ed il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC – Islamic Revolution Guards Corps), possessore di una serie di imprese da milioni di dollari e protettore dei valori e dell’identità dell’Iran della rivoluzione islamica.

L’ayatollah Khamenei al voto. Foto REUTERS/leader.ir/Handout via Reuters
L’ayatollah Khamenei al voto. Foto REUTERS/leader.ir/Handout via Reuters

La vittoria di Rouhani potrebbe segnare una svolta per il paese e, forse, una diminuzione del ruolo fortemente conservatore del Consiglio dei Guardiani e degli ayatollah nelle vicende della politica presidenziale, alterando l’equilibrio, o meglio squilibrio, di poteri tra religione e politica, e promuovendo uno sviluppo progressista e democratico. Infatti, sebbene le istituzioni religiose siano centrali nelle vicende politiche del paese, così come è centrale la figura dell’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran ed ex presidente del paese, è stato notato come, in questa tornata elettorale, il sostegno della Guida Suprema a Ebrahim Raisi abbia avuto meno influenza di quello che ci si sarebbe potuti aspettare: secondo l’analisi di Trita Parsi, fondatore e presidente del National Iranian American Council oltre che analista politico per Foreign Affairs, ciò che ha pesato di più è probabilmente stato l’endorsement fatto dall’ex presidente Mohammad Khatami. Secondo Parsi, è il voto anti-establishment che domina le elezioni iraniane e, come appare ovvio, Khamenei simbolizza chiaramente l’establishment e l’immagine di un Iran chiuso alla modernità, che è venuto a patti con l’accordo sul nucleare solo per necessità materiali e non per una reale volontà di aprire al progresso la repubblica islamica. Quello che sembra il leitmotiv delle elezioni in Iran è la sfida tra volontà di apertura e chiusura all’esterno, spesso personificata dalle tensioni tra il mondo politico e presidenziale e Ali Khamenei.

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Rouhani confermato presidente. Fonte: bbc.co.uk

Il futuro dell’Iran e del governo Rouhani si vedrà dalle scelte che saranno portate avanti e dalla sua capacità di mantenere le promesse elettorali: cruciali sarannola politica estera, soprattutto in merito all’apertura verso l’Europa o verso Cina e Russia, al conflitto siriano e ai vicendevoli conflitti lungo il confine con il Pakistan; l’apertura verso l’esterno e la politica economica e interna, tema centrale dei dibattiti tra candidati presidenziali e della campagna degli scorsi mesi. Infatti, sebbene dopo l’apertura del 2015 ci siano stati miglioramenti per la popolazione, al contempo è fortemente aumentato il tasso di disoccupazione interna e i capitali dall’estero continuano a fluire lentamente nel paese. La strada verso una politica interna progressista è lunga e certamente conflittuale con il ruolo delle istituzioni sciite su certi frangenti, come ad esempio sulla possibilità per le donne di avere un ruolo politico in un paese che segue la sharia e che interpreta la propria Costituzione alla luce della legge islamica, eliminando, ad oggi, tutte le candidature di donne alla presidenza del paese, e sulle scelte di apertura e di riforme interne. Per Rouhani non sarà facile, ma la speranza è che l’Iran possa avviare un vero e proprio processo di riforma e di apertura.

Anna Nasser

[Immagine di copertina tratta da CNN.com]

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