“Manette! Manette!”: giustizialismo e politica in Italia

Il caso Minzolini, la mozione di sfiducia a Luca Lotti, il blog di Grillo o dei prestanome, il protagonismo dell’ex magistrato De Magistris, la candidatura a segretario del PD del magistrato in aspettativa Emiliano (sostenuto in Lombardia dall’indagato e poi prosciolto Filippo Penati), Virginia Raggi dai giudici e il riscoperto garantismo del M5S.
Da una rapida retrospettiva delle ultime settimane di politica italiana, escludendo turbolenze e scissioni marcate PD che se fossimo in statistica considereremmo costanti, la cronaca giudiziaria la fa da protagonista.
E allora discutiamo di garantismo, di tempi della giustizia e tempi della politica, accusiamo gli avversari politici di incoerenza poi culliamo sogni manettari per gli indagati altrui. Il fatto è che ormai le sorti giudiziarie sembrano diventate la principale leva di consenso nel nostro panorama politico. Dimostrarsi di volta in volta “quelli immacolati” non comporta sforzi dal punto di vista dell’elaborazione e della proposta, e al contempo fornisce una chiave di lettura semplice, dicotomica, tra puliti e corrotti, ad un elettorato sfiduciato e poco incline ad una partecipazione attiva e costante.

“Ho fiducia nella magistratura”: questo si affrettano di volta in volta ad affermare gli inquisiti o presunti tali, sia che sappiano, in coscienza, di aver commesso un reato, sia che si ritengano del tutto innocenti.
Una frase ormai fatta, obbligatoria per chi si voglia dimostrare ineccepibile uomo delle istituzioni, a meno che di nome non faccia Silvio, sia avvezzo agli avvisi di garanzia e preferisca giocare all’attacco.
Ma gli italiani si fidano delle toghe?

Quanta fiducia prova nei confronti delle seguenti istituzioni? (% di risposte “molta” o “moltissima”). Per istituzioni politiche si intende una media relativa alla fiducia in: Comune, Regione, Stato, UE, Presidente della Repubblica, Parlamento, Partiti. Fonte: “Gli Italiani e lo Stato” (Demos&Pi).

Parrebbe di no, secondo i dati riportati dalla classica indagine “Gli italiani e lo Stato” condotta ogni anno da Demos&Pi. Dal 2003 ad oggi, a guardare positivamente alla magistratura sono stabilmente tra i tre e i quattro italiani su dieci, a testimonianza di una diffidenza costante, al riparo dal crollo generalizzato della fiducia nelle istituzioni. Non ci sono picchi né crolli in questa tendenza, e come potrebbe essere altrimenti a fronte di un’opinione pubblica che dà per scontato l’inefficienza generalizzata della macchina pubblica, che viene puntualmente informata dell’inizio delle indagini sui potenti di turno, ma molto meno raramente al loro termine?
Il fatto è che se della giustizia ci si fida poco, della politica ancora meno, e allora, nello scontro tra due poteri deboli, è istintivo stare dalla parte di quello che ci indigna meno. Almeno fintanto che fustiga i politici e non noi stessi, come più volte ha testimoniato amaramente l’ex componente del pool di Mani Pulite Gherardo Colombo, ricordando come “Tangentopoli si sia fermata non appena minacciava di uscire da Montecitorio”.

Vasco Errani (foto: il Post)

Nel frattempo, però, l’elenco di politici indagati (talvolta a ridosso di una campagna elettorale che li vedeva interessati) poi prosciolti si allunga, coprendo un’ampia fetta del parlamento.
Vasco Errani, costretto alle dimissioni da Presidente dell’Emilia Romagna da una condanna in secondo grado, dopo essere stato assolto in primo e finalmente scagionato nel terzo, a giochi fatti.
Stefano Bonaccini, accusato di peculato a due mesi dalle regionali emiliane e archiviato poche settimane dopo il voto.
Raffaella Paita, indagata per disastro colposo e omicidio colposo a seguito dell’alluvione di Genova, in occasione del quale era Assessore alla Protezione Civile: bufera mediatica a un mese e mezzo dalle regionali liguri, cui era candidata, inevitabile sconfitta, tardiva assoluzione (in primo grado).

Federico Pizzarotti (foto: Huffington Post)

Federico Pizzarotti, inquisito per abuso d’ufficio nella vicenda delle nomine al Regio di Parma, sospeso poi cacciato dal Movimento 5 Stelle, infine prosciolto.
Federica Guidi, travolta dal caso Tempa Rossa a due settimane dal referendum sulle trivellazioni, dimissioni da ministro, rivelazione di intercettazioni ininfluenti quanto imbarazzanti, archiviazione della posizione del compagno indagato.
E che dire dello scandalo scontrini che contribuì ad affossare Ignazio Marino? Il fatto non sussiste.
Pochi ricordano Stefano Graziano, consigliere regionale campano accusato di concorso esterno in associazione camorristica e corruzione: assolto da tutte le imputazioni.
E si potrebbe continuare.

Ignazio Marino (foto: Termometro Politico)

Ai nostri animi spesso infettati dalla tifoseria politica, questo elenco potrebbe sembrare un preciso atto d’accusa alla magistratura, e certe coincidenze con tornate elettorali potrebbero far gridare molti al complotto.
E invece la risposta dovrebbe essere: nulla di cui obiettare. Basterebbe ricordarsi due concetti cardine, quello dell’obbligatorietà dell’azione penale e quello della presunzione di innocenza, e magari avere una vaga percezione della complessità anche formale e legale dell’amministrare.

Se questo atteggiamento è invece del tutto minoritario, la responsabilità è anche del terzo incomodo di questa complessa relazione tra politica e toghe: i media.
Gli scandali vendono, fanno click, riempiono le scalette dei talk show, perché si prestano ad un consumo e ad una assimilazione immediata, non dissimile da una notizia calcistica su presunti favori arbitrali alla squadra avversaria.
Sono ormai passati dieci anni dalla pubblicazione di “La Casta”, l’inchiesta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella che di fatto ha reso mainstream un genere precedentemente considerato “impegnato”, aprendo la strada a carriere e iniziative editoriali.
Verrà mai il momento di chiedersi quali benefici abbia portato questo presunto giornalismo civile? Abbiamo una classe politica migliore? Abbiamo una giustizia più efficace e precisa nello scovare la corruzione? Abbiamo elevato l’opinione pubblica? Favorito la partecipazione?
No, abbiamo semplicemente assestato un’ulteriore spinta alle spalle ad un sistema politico che già di suo correva ad ampie falcate verso il precipizio (quantomeno in termini di fiducia e percezione, ma temo non finisca lì).
E offerto un palcoscenico a chi ha usato la toga per acquisire le insegne dell’onesto prima di buttarsi in politica, sfruttando porte girevoli per le quali è recentemente intervenuto anche il Consiglio d’Europa, che chiedeva leggi più stringenti in particolare rispetto alla possibilità di mantenere l’incarico da magistrato anche dopo essere stati eletti.

Ma, inevitabilmente, si torna alla politica. Lo abbiamo anticipato: la dicotomia “onesto/ladro” funziona benissimo in termini di consenso e di fatto esenta dal fare politica. La responsabilità dell’invenzione di questo campo di battaglia va alla sinistra, a partire dai lunghi anni trascorsi a fare il tifo per Ilda Boccassini, procuratore aggiunto della Procura di Milano, la rossa inquisitrice d’aula di Berlusconi. Accomodarsi tra gli spettatori dei processi dell’uomo di Arcore non è bastato a sconfiggerlo stabilmente: si è azzardata una scorciatoia  dimenticando la politica.
Di che stupirsi se poi arriva un movimento che, al grido di “O-nes-tà! O-nes-tà”, si impone come principale forza nazionale senza dover nemmeno realmente porsi il problema della propria collocazione tra destra e sinistra?
Si è accettato (deliberatamente) di rendere l’onestà una variabile politica, quando invece sarebbe dovuta rimanere un prerequisito per tutti, onorevoli e semplici cittadini che siano: ancora una volta, con quali risultati? Un inquisito a me, uno a te, uno scandalo ogni due settimane, ore di polemiche televisive e social, i sondaggi che salgono e scendono, poi, puntualmente, il caso viene soppiantato da quello successivo, e per risalire alla conclusione di ognuno di questi occorre disimpegnarsi tra minuscoli trafiletti nelle pagine interne dei quotidiani.

“Ho fiducia nella giustizia”, si dice sempre.
Ebbene, in questi giorni, mentre andate a caccia degli ultimi retroscena su Luca Lotti o Virginia Raggi, ricordate che non abbiamo ancora capito chi ha commissionato la bomba alla Stazione di Bologna o quale inquietante legame ci fosse tra parti deviate dello Stato e la mafia; ricordate che se tutto diventa uno scandalo, nessuno lo è più, e si finisce per abituarsi al malaffare diffuso, a darlo per scontato soffocando chi comunque quotidianamente agisce onestamente nelle o in rapporto con le istituzioni.
“Ho fiducia nella giustizia”, lo voglio ribadire anche io. Soltanto, non riesco ad allontanare dalla mente il fastidioso sospetto che questa situazione faccia un po’ comodo a tutti: a politici che non sono più obbligati a fare politica per vincere, a giornalisti a caccia di copie, click e reputazione, a magistrati le cui inchieste iniziano col botto e spesso finiscono in silenzi imbarazzati. A cittadini diventati gente, che nella complessità dei giorni d’oggi possono pigramente rifugiarsi in semplici dicotomie per giustificare le loro (non)scelte politiche.

Andrea Zoboli

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