Inghilterra – Stati Uniti, il miracolo di Belo Horizonte

Il calcio è stato inventato in Inghilterra, da dove si è diffuso e sviluppato in tutto il mondo. Italia e Sud America hanno conosciuto il foot-ball solo grazie a industriali ed operai inglesi che crearono qua e la squadre e società sportive di cricket e di questo nuovo sport, a cavallo tra l’era del carbone ed il XX secolo. Ma il calcio rimase orgogliosamente ancorato a quello scoglio nell’Atlantico che è il Regno Unito, tanto che gli Inglesi per molto tempo non riconobbero il calcio giocato nel resto del mondo, se non bollandolo come scadente imitazione. Nemmeno ai primi Mondiali del 1930 l’Inghilterra partecipò, per “manifesta superiorità”, e così fece anche nel 1934 e nel 1938. Ma al termine della Seconda Guerra Mondiale le cose erano ben diverse. In guerra l’Inghilterra aveva sconfitto l’Italia, che si vantava di avere vinto per due volte consecutive il titolo, e la nuova necessità di dimostrarsi migliori insieme al bisogno spasmodico di catalizzare le disperazioni della povera gente verso qualcosa che non fossero le devastazioni belliche spinsero la Federazione ad iscriversi alla FIFA e prenotare un posto ai primi Mondiali dopo la guerra. E lì l’Inghilterra intera subì un contraccolpo psicologico che gli inglesi non sentivano dai bombardamenti nazisti. Lì l’Inghilterra scoprì di non essere manifestamente superiore. Lì l’Inghilterra venne sconfitta dagli Stati Uniti.

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I Mondiali 1950 vennero giocati in Brasile, unico paese a candidarsi. In Europa nessuno aveva le risorse necessarie per sostenere un Mondiale, e l’Uruguay li aveva già ospitati vent’anni prima. Germania e Giappone non vennero invitati, in quanto ritenuti principali responsabili della Guerra. L’Italia invece vi partecipò, sia in quanto bicampione uscente sia perché il suo presidente federale era anche numero 2 della FIFA, e possessore materiale della Coppa Rimet. In ogni caso, gli azzurri non fecero una gran figura. Dodici mesi prima, nove undicesimi della loro formazione titolare era scomparsa insieme a tutto il Grande Torino contro un muro della basilica di Superga, e la Nazionale si rifiutò di andare in Brasile via aereo. Il viaggio via nave, da Napoli, durò tre settimane, in cui i calciatori non poterono mai allenarsi per aver perso in mare praticamente tutti i palloni dopo pochi giorni. Uscì subito, in un girone a tre nazionali, sconfitta dalla Svezia. La composizione dei gironi fu disastrosa, perché ben tre squadre che si erano iscritte non si presentarono. Tra queste, oltre a Turchia e Scozia, c’era anche l’India, ai cui atleti venne vietato di giocare scalzi. Così, nel girone D, rimasero solo due squadre, che si affrontarono fra loro in un insolito spareggio. A vincere sulla Bolivia, per 6-0, fu l’Uruguay, che in finale avrebbe sconfitto il Brasile nel famigerato Maracanazo, che uccise figurativamente una nazione e letteralmente 90 persone, tra suicidi ed attacchi cardiaci.

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Gli altri due gironi non avrebbero dovuto riservare sorprese. L’A fu dominato dai padroni di casa, che con due vittorie ed un pari si qualificarono per il girone finale (un meccanismo complicatissimo: quattro gironi da quattro squadre, passa solo la prima che entra in un ulteriore girone da quattro da cui esce il vincitore dei mondiali). Il B doveva essere appannaggio dell’Inghilterra. Insieme agli inglesi c’erano gli spagnoli, squadra interessante soprattutto per i suoi centravanti, il catalano Estanislao Basora ed il basco Telmo “Zarra” Zarraonaindìa, autore di 20 gol in 20 presenze con la nazionale e mito di Emilio Butragueño. Le altre erano Cile e Stati Uniti, assolutamente ininfluenti per l’assegnazione finale del girone. Almeno secondo i pronostici.

La nazionale inglese, guidata da Winterbottom, si era avvicinata al suo primo mondiale vincendo ogni amichevole e stracciando le avversarie nel torneo di qualificazione, disputato tra Irlanda, Scozia e Galles. La formazione è uno schiacciasassi sotto le spoglie di un tre-due-cinque. Il capitano è Billy Wright, colonna portante del Wolverhampton, unica maglia della sua carriera. E la statua all’esterno dello stadio dei Wolves lo dimostra. Davanti c’è Stanley Harding, detto Stan, Mortensen del Blackpool, che in quel momento nelle gerarchie sta davanti ad un certo Stanley Matthews. Quest’ultimo, sei anni dopo, vincerà il primo pallone d’oro della storia.

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Matthews e Mortensen

Gli Stati Uniti invece riuscirono a qualificarsi solo all’ultima partita. Persero infatti tutte le amichevoli, e vennero distrutti dal Messico nel Campionato Nordamericano di Calcio. Ma dato che per due posti parteciparono tre squadre, tutto si decise nello scontro diretto con Cuba, vinto alla fine dalla squadra dello scozzese Jeffrey. Ai suoi ordini, una formazione composta interamente da dilettanti, compresi alcuni naturalizzati ad hoc. Joe Gaetjens, ad esempio, era mezzo haitiano e mezzo belga, ma aveva dichiarato di voler diventare cittadino americano, e per questo fu convocato. Per la cronaca, non avviò mai le pratiche per la cittadinanza.

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L’avvio del torneo è del tutto regolare. L’Inghilterra batte il Cile per due a zero, con reti di Mortensen e Mannion, mentre per tre a uno vince la Spagna sugli Stati Uniti. Dato che alla fine del girone ne passa uno solo, una sconfitta mina già le speranze di successo. E così a dividersi la gloria restano, già dopo la prima partita, Spagna ed Inghilterra.

Gli iberici mettono una seria ipoteca sul passaggio del turno quando, quattro giorni dopo, sconfiggono il Cile, con Basora e Zarra che fin qui hanno segnato tutti i gol della nazionale al Mondiale. Un’ora dopo il fischio finale di questa partita, va in scena a Belo Horizonte la gara tra Inghilterra e Stati Uniti, e tutti pregustano già la sfida tra Winterbottom e Eizaguirre, allenatore spagnolo, nell’ultimo turno.

Senza sapere però che l’Inghilterra ci arriverà da sconfitta.

Ovviamente nessuno si aspetta che la nazionale inglese possa uscire dal campo con meno di cinque gol segnati. Ma veramente nessuno, nemmeno gli americani. Jeffrey, l’allenatore, disse di non avere alcuna speranza, mentre il portiere Borghi spera di non prendere più di cinque gol. I giornali inglesi la toccano piano. “Sarebbe giusto iniziare la partita dando loro tre gol di scarto”. “Sono uomini senza speranza”. Alcuni degli articoli che appaiono il giorno della partita sui giornali britannici.

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Formazioni. Stati Uniti. Borghi; Keough, Maca, McIlvenny, Colombo, Bahr; Pariani, Souza, Wallace, Souza; Gaetjens. Inghilterra: Williams; Ramsey, Aston, Wright; Hughes, Dickinson; Mannion, Finney, Mullen, Mortensen, Bentley. 5-4-1 contro 3-2-5. Arbitra Generoso Dattilo, italiano.

Dodici minuti dopo il fischio d’inizio, l’Inghilterra ha già tirato in porta sei volte. Solo al 25′ gli Stati Uniti si presentano in area di rigore, non riuscendo però nemmeno a tirare in porta. Dopo altri innumerevoli attacchi inglesi, succede l’impensabile. E’ il 37′. Bahr calcia da lontano. Williams, il portiere, va verso destra per parare il tiro, quando arriva Gaetjens che si tuffa di testa sul dischetto del rigore e spinge la palla nell’angolino di sinistra.

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Il pallone originale di quella partita

Viene giù lo stadio. Non perchè i brasiliani siano amanti delle storie di rivincita, ma perchè sperano che l’Inghilterra esca e non affronti la nazionale verdeoro. Per questo tifano per gli Stati Uniti. La ripresa è un monologo inglese, con il pallone praticamente sempre nella metà campo a stelle e strisce. Ma Borghi è insuperabile. Due episodi fanno recriminare gli Inglesi, che accuseranno l’arbitro di parteggiare per gli Stati Uniti. Colombo all’82’ colpisce Mortensen sulla linea, ma mentre gli Inglesi sono già pronti a battere il rigore, l’arbitro fischia punizione dal limite. Le proteste vengono subissate di urla dagli spalti, e così si batte la punizione. Il tiro di Ramsey finisce dritto sulla testa di Mullen, che colpisce a botta sicura. Borghi para come può. Non esistono immagini che chiariscano la dinamica, ma gli Inglesi gridano al gol, mentre Dattilo nega tutto.

Risultato finale, Inghilterra 0 Stati Uniti 1. Appena Dattilo fischia, i tifosi brasiliani invadono il campo, portando in trionfo i giocatori statunitensi. L’unico giornalista americano che aveva seguito la squadra, a sue spese e chiedendo ferie, si affretta a telegrafare il risultato in patria, e poco a poco la notizia si sparge nel paese. Ma il calcio ha pochissimo appeal, e così non ci sono grandi festeggiamenti. In più alcuni giornali, tra cui il New York Times, temono una bufala, e non pubblicano la notizia. Dall’altra parte dell’Oceano invece, i giornali titolano Inghilterra 10 Stati Uniti 1, pensando ad un errore di battitura del telegrafista. In più, nello stesso giorno, la nazionale inglese di cricket venne sconfitta per la prima volta nella sua storia, per di più dalle Indie Occidentali Britanniche, e questa notizia si prese le prime pagine dei giornali.

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Gaetjens portato in trionfo

In ogni caso, la vittoria degli Stati Uniti non permise alla squadra di passare il turno, perchè nella partita successiva il Cile vinse per 5 a 2. L’Inghilterra, nello scontro diretto con la Spagna, perse per uno a zero, dovendo abbandonare il primo mondiale della sua storia già ai gironi. Nella gara con gli Stati Uniti gli inglesi indossarono una maglia blu. Non la misero mai più.

Quando ritornarono in patria, i giocatori statunitensi vennero accolti all’aeroporto solamente dalle famiglie. Nulla di paragonabile alla folla in trionfo di Belo Horizonte. In più rimasero dilettanti per tutta la loro carriera. Gaetjens, l’autore del gol, si trasferì in Francia, senza trovare però fortuna, e tornò ad Haiti. Qui, l’8 luglio del 1964, venne arrestato dai Tonton Macoutes, la polizia segreta di Duvalier, e venne fucilato due giorni dopo.

Solamente nel 1976, a ventisei anni da quella vittoria, gli Stati Uniti inserirono l’intera squadra nella Nacional Soccer Hall of Fame. Troppo tardi.

Marco Pasquariello

[fonte dell’immagine di copertina: the18.com]

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