Andare sì, ma dove?

In Olanda si vota tra meno di un mese: il partito laburista, principale attore della sinistra dal dopoguerra in poi, dovrebbe ottenere, stando ai sondaggi, 13 seggi su 150 contro i 38 della precedente legislatura, retrocedendo a settima forza politica del paese.

In Francia si voterà tra un mese e mezzo: il partito socialista schiera Benoit Hamon, esponente critico (da sinistra) dell’esperienza di governo dei compagni Hollande e Valls. Difficile possa andare oltre il quarto posto, incastonato tra quello che viene indicato come il Renzi francese (Macron, in lizza per il ballottaggio) e il professionista della candidatura di rappresentanza Jean-Luc Melenchon, comunista.

In Gran Bretagna si voterà tra oltre tre anni, nel frattempo però Jeremy Corbyn, acclamato leader del ritorno alle origini del Labour post-blairiano, ha avuto modo di approvare l’atto parlamentare che sancisce la Brexit, dopo una timida campagna elettorale di segno opposto un anno fa, giustificandosi agli occhi dei numerosi dissidenti interni sostenendo l’impossibilità di andare contro il volere popolare espresso dal referendum.

In Spagna il Partito Socialista è stato piegato dalla doppia tornata di elezioni politiche tra fine 2015 e giugno 2016, dovendo consentire, dopo dieci mesi di stallo, la nascita di un nuovo governo popolare di minoranza a guida Rajoy, astenendosi dal voto di fiducia. Il partito, al minimo storico in termini di voti, non ha attualmente una guida, dopo le dimissioni dello sconfitto Pedro Sanchez.

Nella Scandinavia, patria della socialdemocrazia, in attesa delle elezioni norvegesi a settembre, soltanto in Svezia i socialdemocratici sono al governo (ma quello di Stefan Lofven è uno degli esecutivi di minoranza più fragili della storia del paese).

Soltanto dalla Germania, dove si voterà in settembre, parrebbero arrivare notizie favorevoli alla sinistra di governo: Martin Schulz, infatti, sarebbe autore di una decisa rimonta ai danni di Angela Merkel. Attenzione però: storia insegna a dubitare dell’efficacia di rimonte iniziate a otto mesi dal voto (che sancirà, peraltro, salvo cataclismi, una nuova Grosse Koalition).

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E in Italia? In Italia la situazione è tragicomica: con la direzione di oggi dovrebbe essere sancita la scissione nel PD, con una parte del gruppo dirigente ex-DS pronto a seguire Enrico Rossi, Michele Emiliano e Roberto Speranza verso altri lidi. Sarà infine il giorno dello strappo?
Nonostante l’incertezza sui tempi, la divisione è ormai certa nei fatti, e lo è da tempo, come ha giustamente affermato Speranza sabato scorso in occasione della convention dei tre “ribelli” a Roma (quella, per intenderci, aperta da Bandiera Rossa e Star Wars).
Altrettanto certo, tuttavia, è che il nuovo partito dei transfughi, se nuovo partito sarà, nascerà tra contraddizioni e casus belli ripensati giorno dopo giorno.
Nel frattempo, con un PD treno in corsa verso il congresso e svariati passeggeri di prima classe con un piede sul predellino, pronti a saltare giù, qualcosa manca. La politica. I perché.

Perché abbandonare? Perché adesso? Questo chiedono in tanti (al netto della retorica dell’unità) agli scissionisti.
Quanto a Renzi, che invita dal podio e dai social a rimettersi “in cammino”: con quali idee? Riuscirà a aggiustare drasticamente la rotta o certe recenti ammissioni di colpa concesse a denti stretti come Fonzie in Happy Days rimarranno sulla carta (o meglio sullo streaming)?
E infine il partito, con particolare riferimento a quella componente della sinistra che negli anni si è mostrata ragionevole e puntuale nelle critiche, riuscirà ad impegnare il segretario in un congresso vero?
In altre parole: andare, sì. Ma dove?

Pieno sostegno al governo Gentiloni, quindi elezioni regolarmente a fine legislatura. Congresso sì, ma in autunno, magari preceduto da una conferenza programmatica.
Queste, almeno a quanto si è potuto capire, le richieste dei governatori di Puglia e Toscana, dell’ex-capogruppo a Montecitorio e dei padrini della manovra D’Alema e Bersani, per non varcare la soglia.
Peccato che soltanto due mesi fa, all’insediamento dell’esecutivo Gentiloni la minoranza stessa lamentasse la scarsa discontinuità, riservandosi “di votare contro eventuali provvedimenti che non condividiamo”.
Peccato che tuttora sia online la petizione lanciata venti giorni fa da Enrico Rossi, per un “congresso convocato prima del voto” per una “discussione urgente” in un “paese lacerato”.

Cosa è successo? E’ successo che nel frattempo la Consulta si è pronunciata sull’Italicum, restituendo un proporzionale puro immediatamente applicabile, scatenando così una corsa al voto alla quale avrebbe partecipato volentieri Matteo Renzi, il cui esilio tra le corsie del supermercato di Rignano non è durato più di un mese.
Lasciar stilare le liste ad un segretario frenetico con il quale si è da tempo ingaggiata una battaglia quotidiana punteggiata di colpi bassi non deve essere parsa una buona idea a Emiliano, Rossi e Speranza, che nel frattempo avevano espresso, uno dopo l’altro, la propria candidatura alla guida del PD. Una necessità strategica, la volontà di acquisire maggior potere contrattuale, anche dall’esterno grazie al proporzionale, sembrerebbe dunque alla base delle recenti contraddizioni. Comprensibile.
“Vuoi correre alle urne per avere più probabilità di vincere. Bene, ammettiamo che quest’equazione sia giusta. Ma vincere per fare cosa?”: questa avrebbe potuto essere una questione su cui una minoranza che vuole essere alternativa politica avrebbe potuto incalzare Matteo Renzi. Sarebbe stato utile, e forse efficace.
E invece si è preferito inerpicarsi in formalismi da statuto su date e modi del congresso denunciando la volontà di trasformarlo in una “conta”, una rivalsa personale di un segretario in cerca di investitura, da consumarsi in tempi fin troppo rapidi in modo da non consentire un’adeguata organizzazione dei rivali.

Ma quanto deve durare un congresso? Possibile che tre mesi non siano sufficienti per una discussione seria, essendo peraltro parte della minoranza già presente sul territorio quantomeno dalla campagna referendaria condotta contro la linea del partito (e il voto parlamentare favorevole della stessa)? Quanto al timore di una conta, evocarla significa continuare a non domandarsi per quale motivo un leader percepito come “oggetto estraneo” abbia potuto raccogliere nel 2013 (e si candidi a fare altrettanto nel 2017) un ampio seguito non solo tra fantomatiche truppe cammellate dei gazebo ma anche tra i residui tesserati.
E infine, dato che scissione, nonostante le paradossali incertezze dell’ultim’ora, sarà: perché adesso? Perché non alla vigilia del referendum o all’indomani di riforme contestate e indigeste a gran parte della base storica, come il Jobs Act? Perché altrimenti non dopo aver condotto un congresso (anche solo strategicamente) all’attacco sui temi delle disuguaglianze, della ripresa economica, delle tensioni sociali sulle quali Renzi è parso eufemisticamente disattento?

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Fonte: ANSA

Fin qui un opinabilissimo tentativo di lettura delle ultime serrate settimane, dal quale emergono ben poche ragioni di ottimismo per attendersi risposte alle domande espresse in precedenza.
Renzi continuerà a correre, continuando erroneamente a credere che i sondaggi possano dare una reale misura della sofferenza che una scissione provocherà al PD. Più che un leggero smottamento percentuale, la scissione sarà davvero la frana nella diga evocata da Delrio nel recente fuorionda pubblicato online, ripercuotendosi sulle amministrazioni locali e su una base che, almeno al centro nord, è ben più complessa e autonoma dall’essere quel “Partito di Renzi” evocato dai giornali.

Sull’altro fronte, Rossi, Emiliano e Speranza incontreranno ben poche certezze una volta varcata la soglia. Saranno ancora i più fedeli sostenitori del governo Gentiloni (che continua a comprendere il centrodestra di Alfano oltre all’ombra ingombrante di Denis Verdini)? E lo faranno, come si vocifera, all’interno di nuovi gruppi parlamentari che comprenderanno Arturo Scotto ed altri fuoriusciti di Sinistra Italiana nel momento stesso della sua fondazione, finora invece all’opposizione? In quel caso, come si rapporteranno con il delfino di Vendola, Nicola Fratoianni? E Pisapia? E Civati?
Ad oggi a sinistra del PD paiono esserci più leader, orgogliosi della propria particolarità, che elettori, stando ai sondaggi e alle performance recenti di Airaudo a Torino e Fassina a Roma. Ma non è questo il punto. Le bandiere rosse e i pugni chiusi ricomparsi nel weekend sono simboli, e come tali non hanno data di scadenza, ma davvero si pensa di combattere le disuguaglianze sociali enormi di oggi con lo sguardo e le parole con cui si affrontavano cinquanta e oltre anni fa le disparità di un mondo che era fordista e non digitale, bipolare e non globale, e che dir si voglia? E come si presenterà agli occhi di un elettorato giovane e (in)sofferente un’élite politica, a partire da D’Alema e Bersani, non soltanto generazionalmente distante, ma soprattutto non estranea a scelte di segno opposto (dal Fiscal Compact al pareggio di bilancio in Costituzione)?

Nonostante le lunghe righe dedicate alla cronaca e alle contraddizioni di una scissione, la responsabilità più grave e complessa non grava sulle spalle di chi dal PD se ne va bensì su quelle di chi resta, ed emerge se solleviamo lo sguardo dalle magagne interne della sinistra italiana all’Europa e all’arrancare dei principali partiti laburisti e socialdemocratici del continente.

Soffre il partito socialista francese, soffre il Labour, soffre la sinistra tradizionale dalla Spagna alla civile Scandinavia. E soffrirà anche il PD, indipendentemente dalla scissione e dal congresso. Il problema è il medesimo: la sinistra di governo in Europa ha scommesso da lustri su un modello economico e di società che, messo alla prova dalla crisi, ha dimostrato di aver portato risultati effimeri. Le disuguaglianze aumentano nel Vecchio Continente; l’integrazione europea è bersagliata dall’interno e dall’esterno; la globalizzazione ha restituito società dell’ICT che fatturano quanto Stati da G15 e flussi migratori di complessa gestione; città e campagne, centri e periferie sono sempre più lontani.
Dove va la sinistra europea?
Andare sì, ma dove? Su questo dovrebbero discutere tanto chi va quanto chi resta nel PD.
Ad oggi, siamo in alto mare, a forza nove.
Miguel (inteso come Gotor) c’è.
Fosse Maracaibo, quello all’orizzonte, potremmo almeno fare il bagno.

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Una spiaggia di Maracaibo (fonte: easyviaggio)

Andrea Zoboli

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