Meno F-35, più Canadair: una spesa militare pacifica è possibile?

Lotta al terrorismo, contrasto all’immigrazione e criminalità: queste sono le principali motivazioni per cui, nel 2017, l’Italia spenderà 23,3 miliardi di Euro nel settore militare. Una cifra che rappresenta l’1,4% del Pil e che conferma un trend di crescita del 21% rispetto al 2006. Questo è un primo dato che emerge dalla ricerca del giornalista Enrico Piovesana e di Francesco Vignarca, portavoce della Rete Italiana per il Disarmo, autori del Primo rapporto annuale sulle spese militari italiane MIL€X, presentato il 15 febbraio alla Camera.

Cresce del 10% in un solo anno la spesa in armamenti, sostenuta in maniera consistente dal Ministero dello Sviluppo Economico e finanziata grazie a mutui particolarmente onerosi: è stato calcolato che, alla luce dei tassi attuali, tra il 30 e il 40%, matureranno 310 milioni di interessi soltanto nel 2017. Aumenta anche la spesa per le missioni militari all’estero, 1,8 miliardi, mentre colpisce il budget molto risicato dedicato alla cyber-difesa, nonostante la NATO abbia riconosciuto il cyber-spazio come quinto dominio della conflittualità e lo stesso governo italiano abbia ribadito la “centralità delle reti informatiche”.

“Al di là del valore assoluto della spesa militare, spiega Francesco Vignarca, ciò che colpisce è che questa voce non subisce erosioni in rapporto al PIL” a differenza di quanto accade in molti altri settori, dalla Sanità all’Istruzione. “È interessante notare, poi, come 3 dei 6 miliardi di Euro che verranno spesi in armamenti provengono dal MISE e ne rappresentano il 90% del budget a disposizione, budget che non viene quindi impiegato per sostenere quella piccola e media impresa di cui tutti si riempiono la bocca.” Infatti, la quota di spesa militare destinata agli armamenti confluisce in 112 aziende che occupano 50.000 persone per un fatturato annuo di 15,3 miliardi di Euro. In particolare, si sottolinea nel report, i principali beneficiari sono il gruppo Finmeccanica (ora Leonardo), Fiat-Iveco e Fincantieri.

Fonte: Rapporto MIL€X 2017
Fonte: Rapporto MIL€X 2017

“Il punto, commenta Vignarca, non è finanziare o meno un gruppo come Finmeccanica, un’industria ad alto tasso tecnologico che lavora anche su ricerca e sviluppo. La questione è che l’alta tecnologia non è, per forza, militare: esiste il mondo dei trasporti, per esempio, o l’aviazione civile.” Se si pensa che, in Italia, ci sono solamente quindici Bombardier 415, conosciuti anche come Canadair (gli aerei utilizzati per domare gli incendi), la domanda che i relatori di MIL€X si pongono è: perché non investiamo sulle stesse industrie e sulle stesse competenze per produrre qualcosa che non spara e risponde, invece, ad un esigenza concreta?

Un discorso simile vale anche per la Beretta che produce pistole e fucili: “Si tratta, sottolinea l’autore del report, di una scelta politica, non tecnica. Come Rete Italiana per il Disarmo chiediamo una riconversione degli stessi soldi in una spesa più utile, mirata a sostenere enti nonviolenti come la Protezione civile, o settori cruciali come il welfare in senso ampio, e la difesa del territorio. A tal proposito, oggi in Italia è molto maggiore la minaccia dei disastri naturali, come il terremoto nel Centro Italia testimonia, che quella di un ipotetico invasore da contrastare con i carri armati”. In questo senso Vignarca richiama anche l’articolo 52 della Costituzione che prevede, appunto, la difesa della Patria. La differenza sta nella definizione stessa di un concetto del quale sembra essersi appropriata soltanto una parte politica, escludendo automaticamente l’altra. “La Patria è intesa come tutte le persone che vivono in Italia, incluse le loro vite e i loro sogni. Per difenderli non serve il carro armato o il cacciabombardiere.”

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L’impegno della Rete Italiana per il Disarmo, in collaborazione con altre realtà omologhe in tutta Europa, è per una difesa civile, non armata e non violenta in Italia e all’Estero. “Dev’essere lo Stato a portare dialogo e mediazione nei conflitti, non lasciare che questa parte sia demandata ad associazioni ed ONG. Se esiste la possibilità per qualunque cittadino di arruolarsi indipendentemente dall’età, dovrebbe esistere una opportunità analoga anche in ambito civile. Lo squilibrio tra difesa militare e civile è tangibile.”

D’altronde, quella militare non è una voce di bilancio come tutte le altre. Al contrario, evoca principi sanciti dalla Costituzione come il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. “Quello che viene fatto oggi con quei 23,3 miliardi di euro va oltre perché finanzia la produzione e l’acquisizione di armamenti d’attacco, nonché missioni che vanno effettivamente a colpire le popolazioni civili.” Basti pensare all’occupazione dell’Afghanistan, situazione che Enrico Piovesana conosce bene, illustrata nel libro Afghanistan 2001-2016: la nuova guerra dell’oppiooppure ai controversi rapporti tra Roma e Riyad, che colpisce civili yemeniti con bombe MK83 prodotte in Italia.

“Al di là dell’articolo 11 della Costituzione, il nostro obiettivo è partire dal mondo reale e dai tanti ambiti che hanno un’importanza concreta nella vita di molte persone; come l’ambiente, il sociale, il lavoro. Il disarmo non è soltanto giusto, ma è anche conveniente per la comunità. La guerra, in questo senso, è il modo peggiore di spendere i soldi per mirare alla costruzione di capitale umano e sociale. Qualsiasi spesa militare di guerra va a deterioramento della società.” La differenza rispetto ad un approccio pacifista “classico” sta proprio nella componente fortemente costruttiva della mission e dell’attività della Rete per il Disarmo e dello stesso report sulla spesa militare. Ricercare la pace è un’attività politica ed economica concreta, non solamente un percorso ideale ed ideologico scollegato dal concreto. 

La rilevanza della spesa militare rispetto al PIL e rispetto ad altri ambiti è giustificata nel nome della lotta al terrorismo, ma bombardare i territori controllati dall’ISIS con gli F-35 non farà altro che acuire il rancore delle popolazioni civili che dell’Occidente conoscono solo le bombe. È giustificata nel nome del contrasto dell’immigrazione, ma per le operazioni di Search and rescue non servono di certo navi militari, a meno che non si voglia prendere a cannonate uomini, donne e bambini su una barca che affonda. È giustificata nel nome della criminalità, ma in molti sottolineano come la presenza delle Forze Armate nelle piazze delle principali città italiane, in virtù del progetto “Strade sicure”, accresce la sicurezza percepita mentre la reale efficacia è tutta da dimostrare.

L’impegno di Enrico Piovesana e Francesco Vignarca fa emergere queste contraddizioni, e non sulla base di una presa di posizione ideologica contro tutto ciò che è “militare” per partito preso. Al contrario, come ben sottolinea Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, nella post-fazione del Rapporto MIL€X, “Il movente è la ricerca della verità. La verità su quanto ci costano, cosa servono, chi ci guadagna e chi ci perde, cosa ne facciamo delle armi e di tutto ciò che costituisce la difesa militare del nostro Paese. Togliere il velo di opacità, di omertà, smascherare la propaganda, facilitare la conoscenza dei fatti e delle scelte politiche, rompere il silenzio che sempre ha circondato il mondo militare del nostro Paese.” Lo scopo è agire affinché uno “strumento” nato per difendere la collettività, non si trasformi in un potere fine a se stesso, profondamente dannoso per la democrazia in un paese e per gli stessi cittadini.
Una via alternativa è possibile, la palla, come spesso accade, dalla società civile passa alla politica.

Angela Caporale
@puntoevirgola_

[La fotografie di copertina è tratta da TheAviationist]

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