Ma che vuole la Germania? Ovvero: perché non possiamo dirci europei

Inizio di anno movimentato questo, con il mondo che accellera ulteriormente e forsennatamente, in desolante contrapposizione con la comprensione umana (o almeno la mia) che fatica a reggere il passo dei continui mutamenti, che non riesce a comprendere il nuovo nella  sua interezza.

Sicuramente alcune notizie hanno monopolizzato l’attenzione dei media in questi 40  giorni: Trump si è insediato alla Casa Bianca mantenendo (questo gli va dato atto) una serie impressionante di promesse elettorali e mettendo in discussione l’assetto geopolitico mondiale.
Il terremoto ha colpito ancora una volta un già martoriato Centro Italia, travolgendo le emozioni italiane assieme all’Hotel Rigopiano.
Le presunte marachelle di una sindaca hanno dominato, per differenti e ben più futili motivi, la scena mediatica italiana creando ancora una volta una misera polarizzazione in tifo da stadio. Ma questa è ovviamente la superficie della realtà, dove si snodano infiniti altri eventi di minor impatto e suscettibili di minor passione.

Incastrata tra un mondo arabo che prende sempre più la forma di un magma ribollente e pronto ad esplodere sotto la sua sottile apparenza di tranquillità granitica e dogmatica, e una realtà occidentale sempre meno silenziosa e quieta agli occhi di tutti ma che non accenna a mettere in discussione le fondamenta della sua struttura (perché Trump è rabbia ma tutt’altro che rivoluzione), una notizia come quella dello spread sopra i 200 punti o quella di Bruxelles che richiede una manovra correttiva per lo 0,2% deve, necessariamente, passare inosservata. Non può essere ascoltata.

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Anche i 301 (96%) Senatori assenti alla relazione del ministro Padoan sulla situazione trovano la notizia di poco conto. Fonte: Corriere.it 

Ma forse tendiamo all’attenzione selettiva perché questi sono i dati di un’economia e di un sistema che ormai non sentiamo come nostro, al quale ogni giorno cerchiamo di ribellarci ma al quale, in fin dei conti, non abbiamo un rimedio credibile. Non riusciamo a ripensare le sue fondamenta ma solo a proporre blandi correttivi, ad attaccarne delle parti accessorie. Allo stesso modo il problema non è l’Euro ma il debito in sé, il problema non è la Germania, ma l’Europa in quanto mera entità economica.

Ma cerchiamo di procedere con ordine, visto che il difficile compito di chi scrive di economia è rendere accessibile a tutti un sistema oggettivamente alieno rispetto alla ragionare quotidiano: cosa è questo 0,2%? E lo spread?

Tappa fondamentale dell’Europa è il trattato di Maastricht che è un regolamento comunitario volto a inserire degli importanti vincoli di bilancio per gli Stati aderenti.
Tra le altre cose, impone un tetto massimo del rapporto deficit/PIL del 3%, ovvero, detta semplicemente, se tutta l’Italia come paese riesce a produrre 100 all’anno (PIL), in quell’anno l’Italia come Stato sovrano non può indebitarsi per più di 3, quindi avere una bilancia “spesa pubblica/tasse” minore o uguale a 3.
L’Italia, in questo caso, fatto 100 il PIL, spenderebbe 3.2 ed è quello 0.2 che non va giù ai paesi del Nord Europa, che chiedono a Roma di rientrare di quella quota.
Ma per sanare questo discrepanza ci sono solamente due strade: o si alza la pressione fiscale (difficile, visto il livello già molto alto della tassazione italiana) o si riduce la spesa pubblica, ma in maniera drastica e non tagliando 215 Senatori.
E quello della spesa pubblica è un tema in un certo senso paradossale: il saldo primario italiano (ovvero spese correnti meno tasse) è ottimo, quello che ci affossa, facendo diventare il deficit totale così disastroso, sono gli interessi sul debito contratto con la cara vecchia Lira, oneri che oggi arrivano al 130% del PIL.
Questo significa che tutto ciò che l’Italia produce in un anno, senza consumare nulla, non sarebbe sufficiente a saldare la nostra posizione. E già questo è molto difficile da immaginare logicamente e quotidianamente.

Andare ad agire solamente sulla spesa quindi, tralasciando l’enorme ruolo giocato del debito, potrebbe parere assurdo, soprattutto considerando la situazione vicina al collasso dell’Europa, ma tant’è, e i Paesi “virtuosi” non paiono voler cedere su questo tema. 
E forse non hanno tutti i torti nel dimostrare poca fiducia verso l’Italia, che risulta un compagno di avventure tutt’altro che affidabile.
Più volte le promesse dei Governi di Roma verso Bruxelles sono state disattese, e da ben prima che l’unione monetaria iniziasse, a dir la verità. Per i più appassionati, è un po’ la teoria dei giochi applicata ai casi ripetuti, o al pastorello di Esopo che urla: “Al lupo, al lupo!”. Ti si può credere una volta, forse due, ma poi la festa finisce e la fiducia precipita.

E la fiducia è la chiave dello spread, che non è nient’altro che un indicatore della bontà del nostro debito: a scarsa fiducia corrisponde alto spread, cioè devi compensare di più i tuoi creditori in quanto nel prestarti soldi rischiano di più: gli devi pagare un interesse più alto perché la fiducia, in finanza, ha un prezzo.

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L’evoluzione dello spread dei principali paesi Europei nell’ultimo anno. La Germania è lo zeor. Fonte: LaVoce.info

Ed è un grosso problema, perché questo meccanismo fa crescere ulteriormente la spesa pubblica e la forbice con le tasse si allarga.
Basterebbe non chiedere quei soldi, ovviamente, ma è l’unico modo per finanziare la spesa pubblica, considerando sia la parte primaria “di spesa corrente”, sia quella volta a saldare i debiti contratti in precedenza, visto che le tasse non bastano.
In sostanza si fanno debiti per pagare debiti a ripetizione, a creare una sorta di creatura che, se non mostruosa, è sicuramente abbastanza deforme. Altro che lupo.

Ma quindi è colpa della Germania se noi siamo in questa situazione? Forse no.
Come detto la spesa in Italia è a livelli monumentali fin da molto prima l’entrata in vigore dell’Euro e dei Trattati dell’Unione e tutte le argomentazioni che indicano i tedeschi e la moneta unica come fonti di tutti i mali possono essere, se non smontate, quantomeno contestate, andando a definire una zona di grigio dove le responsabilità dei vari attori non sono ben definite. Ed è proprio in questo grigio che sta l’abisso, nel “non detto”, nel “non deciso”, nel “non avere un’identità univoca
Negarlo sarebbe abbastanza ipocrita: l’Europa non esiste, noi non ci sentiamo europei, non abbiamo l’identità europea e non sentiamo i nostri vicini come fratelli; il visionario progetto di un continente sotto un’unica bandiera ad oggi è sempre più agonizzante.

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L’unità culturale si nota anche nei fenomeni di costume, gli Europei di calcio hanno visto innumerevoli scontri tra nazionalità diverse. Fonte: Gazzetta.it

Non siamo un solo popolo, non abbiamo un’identità comune, non abbiamo una sola, forte, voce politica. Ad oggi abbiamo solamente un’unione economica, basata su un sistema ormai rifiutato da una consistente fetta di popolazione, come si vede dalle posizioni anti sistema dei nuovi forti movimenti di tutto il mondo.
Ed è inoltre proprio lungo questa direttrice, il nostro unico e fondamentale punto di Comunità, che proseguiamo a farci guerra tra Stati: il governo Tedesco ha attaccato l’Italia per il (presunto) caso dieselgate di Fiat-Chrysler chiedendo formali spiegazioni e di fatto avvalorando la tesi contro una delle principali imprese del Belpaese e cercando di ottenere un vantaggio competitivo per la propria industria.
Proprio allo stesso modo di come avevano fatto da Roma quando Volkswagen aveva aperto le danze con i suoi dati contraffatti, pronti ad aggredire il nemico, non a sorreggere lo stato fratello. E questo dell’ ex-Fiat è solo l’ultimo esempio che però ne chiama un altro, ben più generale.

Infatti si sottolinea “ex” perché la Fabbrica Italiana Automobili Torino non è più, dal 2014, una società di diritto italiano ma è diventata olandese, facente parte del gruppi FCA, in modo da poter pagare in quel paese le tasse che risultano, ovviamente, molto più basse di quelle della Penisola.
Questa pratica, detta dumping fiscale, è molto in voga ultimamente ed è anzi incoraggiata da molti governi che offrono regimi fiscali particolarmente convenienti per le società estere che, al contempo, non possono essere scoraggiate nella delocalizzazione dall’eventualità di dazi tra i paesi, visto il mercato unico.
Maestri di questa pratica sono gli irlandesi, che sono stati accusati perfino di fare sconti ad hoc alle imprese, come nel caso Apple ormai non più dibattuto, e che sull’attrattività di imprese estere, soprattutto americane, hanno costruito il loro rilancio economico post-crisi.
Ovviamente in questa situazione c’è chi vince e chi perde, in un’ottica tutt’altro che cooperativa tra gli stati membri dell’UE, ed è qua che torna il famoso 0,2% del rapporto deficit/PIL: non si vuole concedere ulteriore flessibilità all’Italia perché non la si vuole aiutare, perché i cittadini della Germania sono essenzialmente tedeschi e solo geograficamente europei e Merkel risponde agli elettori dei risultati del suo Stato, non di quelli degli altri Membri e quindi danneggiare un rivale è, in quest’ottica distopica, un ottimo risultato.

Infatti se il mercato comune e la moneta unica hanno portato a questo inesplorato e silenzioso stato bellicoso, la situazione politica è ancora peggio. Anzi, praticamente non esiste.
Dalla politica estera, con l’immobilismo sulle situazioni in Siria e Nord Africa, a quella interna, dove la farraginosità dei controlli post-attentati ha raggiunto livelli tragicomici, passando per le politiche sociali e quelle di genere, mai coordinate e anzi molto spesso disomogenee, l’Europa non è mai riuscita a muoversi come un organismo unico nelle decisioni importanti degli ultimi anni e anzi si è trovata spesso spaccata.

++ Soldi Gheddafi a campagna Sarkozy, fermato Gueant ++
La gestione della crisi Libica del 2011 è stata probabilmente una delle peggiori sconfitte della politica unitaria Europea. Fonte: Ansa.it

Le misure erette poi dagli Stati per la gestione (ovviamente autonoma e volutamente decentrata) dei flussi migratori sono dei veri e propri paradossi, tanto che all’interno di un’Unione, fondata primariamente sul libero movimento, delle frontiere sono state aperte e chiuse a completa discrezionalità dei governi da e verso gli stati membri: perché ovviamente non serve aiutare gli Stati periferici a controllare i flussi, magari dando loro soldi, ma serve proteggere i propri confini, che non sono quelli Europei.
Allo stesso modo, ciò che è stato manifestato a Ventotene nell’ultimo incontro trilaterale è l’esatto opposto del Manifesto di Ventotene: (ancora una volta) tre leader di tre Stati, non nominati o eletti da nessuno, senza alcuna autorità sovranazionale, hanno preso la parola per l’Europa intera, ignorando qualsiasi principio di rappresentatività o federalismo. E la cosa peggiore è che nessuno pare voler cambiare questa situazione.

E alla fine, mentre gli Stati nazionali si sentono sempre più Nazioni e gli Stati Uniti rafforzano ulteriormente e virilmente la loro identità univoca con Trump, a noi Europei rimane solamente la nostra accidentata, zoppa e conflittuale Unione Economica, basata appunto su un sistema che ormai sentiamo alieno, staccato da noi e dalle nostre vite, un peso per i nostri sogni e le nostre passioni che, allo stesso tempo, è la principale fonte di conflitto tra gli Stati.
E, in definitiva, l’unico nostro tratto comune di Europei, è quello da cui fuggiamo disgustati.

Andrea Armani

Fonte immagine copertina: Ansa.it

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