Il mondo di Trump

Qualche mese fa abbiamo cercando di tirare le somme sulla politica estera dell’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, avevamo sottolineato come l’allora candidato alle primarie repubblicane Donald Trump non avesse le idee molto chiare sull’argomento. Nel frattempo, oltre a scambiarsi cariniere con  il presidente russo Vladimir Putin, qualche altra cosa l’ha detta e qualche nomina l’ha fatta. Partendo da questi pochi indizi, abbiamo provato ad immaginarci come il nuovo inquilino della Casa Bianca ha in mente dispiegare la potenza americana nel mondo, area per area. 

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Illustrazione di Stefano Grassi

Europa – Alessandro Maffei

Le relazioni tra Stati Uniti ed Europa sono da sempre strettissime. Le due aree non solo sono culturalmente affini, ma hanno anche enormi relazioni economiche. Tuttavia, con Trump, questa situazione potrebbe cambiare. Non è una novità, infatti, che Trump sia più vicino alla Russia che all’UE.

Tusk aveva commentato l’elezione di Trump dicendo: L’UE resta un partner affidabile. Ci aspettiamo lo stesso. Junker invece aveva tuonato: perderemo due anni, aspettando che Trump termini il giro del mondo che non conosce. Le voci dicono che questa affermazione fosse seguita a un invito da parte dell’Unione Europea a incontrarsi e discutere strategie transatlantiche al quale Donald Trump non avrebbe nemmeno risposto.
Il Tycoon sembra non essere un sostenitore dell’Europa (cosa che, guarda caso, non è nemmeno Putin). Le relazioni probabilmente potrebbero raffreddarsi e la UE rischia di essere chiusa tra la morsa delle due massime potenze mondiali.

Trump potrebbe, per indebolire l’Unione Europea, seguire tre strategie:
1- Condurre trattative coi singoli stati, offrendo accordi più vantaggiosi e ottenendo disgregazione politica all’interno della comunità. Pare che la prima leader che abbia chiamato dopo la vittoria alle elezioni sia stata Theresa May. Probabilmente gli USA offriranno all’UK relazioni economiche agevolate, in modo da trasformarli in un simbolo: chi esce dall’Europa ha successo. Atteggiamenti simili potrebbe averli, per esempio, con l’Ungheria di Orban o un’ipotetica Francia lepenista
2- Appoggiare e sovvenzionare gli antieuropeisti e i populisti. È una strategia che anche Putin adotta da tempo. Non è un caso se Le Pen, Salvini, Wilders, Grillo ecc si siano tutti detti entusiasti della vittoria del Tycoon. Dopo la Brexit, anche un solo paese guidato da uno di questi leader potrebbe far collassare la già fragile UE
3-Attaccare gli stati chiave. Trump ha già mostrato scarsa simpatia per Angela Merkel. Se si dovesse arrivare ad uno scontro la Merkel non si tirerebbe certo indietro, ma difficilmente la cancelliera tedesca si offrirà come agnello sacrificale per difendere una leadership europea incapace di farsi rispettare.

In aggiunta a questo potrebbe anche agire sulle multinazionali europee che vendono sul mercato americano (a questo proposito si capirà qualcosa di più in base agli sviluppi dei casi Wolkswagen e FGC).

Di sicuro, questo sarà un banco di prova importante per il nostro continente. Senza una forte unione e collaborazione, tra una decina di anni potremmo dover parlare di Europa solo da un punto di vista geografico.

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Medio Oriente – Marco Colombo

Da tempo ormai la situazione mediorientale ci ha abituati a una fitta trama di interessi contrapposti e di alleanze ambigue, le sorprese sono frequenti e i punti fermi assai pochi. Sullo sfondo di questo già precario scenario si staglia l’ombra della schizofrenica macchina propagandistica incarnata perfettamente e per intero dal 45esimo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Durante la campagna elettorale egli ha criticato gli altri presidenti USA per essersi immischiati nelle vicende medio orientali, poi ha proposto di inviare decine di migliaia di soldati a combattere l’ISIS e, dulcis in fundo, vorrebbe stringere un’alleanza con la Russia e con Putin che riguarderebbe anche il conflitto in Siria. Una mossa, quest’ultima, che potrebbe condannare a morte il variegato mondo dell’opposizione oppure spingerlo verso un accordo – a questo punto sicuramente al ribasso – col regime di Bashar al-Assad.

Altrettanto pesanti sarebbero le ricadute sulla storica amicizia con l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo, con i quali il solco si era vieppiù allargato con le numerosi frizioni ai tempi di Obama. Un solco scavato dalle politiche energetiche americane in rapporto al crollo del prezzo del petrolio, dal mai interrotto legame che unisce i Saud a vari gruppi fondamentalisti e dal recente riavvicinamento con l’Iran dopo l’accordo sul nucleare. Anche se in realtà, almeno a parole, Trump si è detto intenzionato a rivedere il previsto allentamento delle sanzioni nei confronti di Teheran. Difficile decidere di etichettare questa dichiarazione come l’ennesima sparata data in pasto a un elettorato cresciuto a suon di “Make America Great Again” e di muscoli esibiti a destra e a manca. Altrettanto difficile però trovare un riscontro con la realtà sul campo: gli alleati europei si sono spesi molto per l’accordo iraniano e difficilmente seguiranno il neopresidente sulla strada che conduce a nuove sanzioni. E il ricco newyorkese del resto, tutte le volte che arringava la folla, sembrava dimenticare che l’Iran è sostenuto proprio da quel Putin con cui vorrebbe stringere un’inedita alleanza.

Allo stesso modo paiono in netto recupero i rapporti con Israele. Sebbene a conti fatti negli ultimi otto anni ben poco sia cambiato nella linea pro israeliana degli States, è risaputo che Netanyahu e Obama abbiano avuto ben poco su cui andare d’accordo: insediamenti dei coloni, processo di pace, rispetto dei diritti umani erano gli indigesti piatti che ogni tanto Washington provava a servire agli “alleati”. Tutta un’altra musica con Trump, che a settembre aveva scatenato il solito polverone dichiarando che con lui al potere gli USA avrebbero riconosciuto Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele; insomma, un altro tabù infranto e sacrificato sull’altare della campagna elettorale o un effettivo cambio di linea?

La stessa incertezza domina altri dossier, altrettanto scottanti ma meno dibattuti, come la crisi economica e sociale egiziana, le guerre civili in Libia e in Yemen, l’avanzata talebana in Afghanistan e la spinosa questione kurda. Molti di questi paesi sono stati investiti dalle primavere arabe (ma anche dai successivi inverni) e hanno visto Hillary Clinton e Barack Obama impegnati per una profonda democratizzazione della regione. Ma il vento potrebbe cambiare anche qui.

Il nuovo presidente degli Stati Uniti dunque potrebbe abituarci a numerosi cambiamenti e voltafaccia anche sullo scenario mediorientale, oppure potrebbe essere fagocitato dai repubblicani che approfitterebbero della poca chiarezza di Trump nei suoi obiettivi e nella mancanza di una precisa strategia da seguire per “normalizzare” un leader che altrimenti appare imprevedibile.

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Estremo Oriente – Alessandro Bombini

Cercare di delineare la prossima agenda geopolitica per l’asia del nuovo esuberante inquilino della Casa Bianca può risultare estremamente complicato: è infatti ancora poco chiaro quanto il Trump ammirato (si fa per dire) in campagna elettorale sia effettivamente collegato al futuro Trump presidenziale.

Partiamo quindi dal capire prima come l’Asia veda Donald Trump. Nei giorni successivi alle sorprendenti elezioni americane non sono certo mancati svariati articoli sull’argomento. La prima cosa emersa in campagna elettorale è l’aspetto isolazionista e nazionalista di Trump, che ha messo chiaramente in secondo piano l’impegno americano all’estero, dalle critiche verso la gestione della NATO da parte dei partner transatlantici alle non amorevoli parola per la Cina, che potrebbe comportare una guerra commerciale (seppur improbabile).

Per prima cosa notiamo che la retorica di Trump è piaciuta molto ai leader cinesi, ma non nel senso usuale del termine: la violenza verbale delle proposte di Trump su immigrati, uso dell’atomica ed interessi nazionali risulterà utile alla retorica cinese sulle proprie politiche, interne ed esterne. Questo perché l’America ha storicamente esercitato un ruolo di supremazia morale e culturale sulla Cina, sfruttando decenni di soft power accumulato nei paesi del Pacifico e del Sud-est asiatico a scopo contenitivo del Dragone d’oro.

Ma questo aspetto potrebbe venire meno, anche perché i paesi ASEAN avvertono i segnali di disimpegno diplomatico e militare degli USA dalla zona, e ciò potrebbe accelerare le manovre geopolitiche cinesi, sempre interessati ad espandere la propria influenza nel Sud-est asiatico. La presidenza Duterte nelle filippine sembrava già precedentemente indirizzata verso la direzione di smarcatura dalla guida USA (nonostante i reiterati apprezzamenti per Trump da parte di Duterte stesso), e la retorica anti-islamica di Trump non aiuterà le relazioni con il paese islamico più popoloso al mondo, l’Indonesia.

La Cina potrebbe così unire la spinta isolazionista di Trump per portare avanti i suoi interessi nell’area (una sorta di dottrina Monroe cinese). Inoltre, la reiterata disistima cinese dimostrata nei confronti del neo-presidente, potrebbe portare ad una guerra commerciale tra le potenze (ma un tale scontro potrebbe danneggiare più gli USA che la Cina). Le incertezze del potenziale scontro commerciale si uniscono al vuoto lasciato dal definitivo smantellamento del TPP; e dalla conseguente mancanza di certezze degli alleati americani (ora ex?) dentro l’alleati ASEAN. È un cambio strategico notevole, se si pensa che per Obama: l’Asia era il centro nevralgico della partita geopolitica mondiale, volto sopratutto a “contenere” la Cina che aveva chiaramente fatto capire quale fosse il centro nevralgico della partita geopolitica mondiale.

Ma se gli ASEAN non gioiscono, i ricchi alleati Korea e Giappone non ridono, anzi; la reiterata politica del rischio incalcolabile, tanto cara al caro leader Kim – Jong Un, allarma la prima, mentre la contesa Senkaku / Diaoyu la seconda. In particolare entrambe temono una crescita dell’influenza geopolitica della Cina e non gradiranno affatto una politica rinunciataria da parte di Washington, specialmente considerando le dure critiche rivolte verso il Giappone da Trump. Non a caso il premier nipponico Shinzo Abe è stato il primo capo di stato ad essersi incontrato col presidente eletto Trump.

In sostanza, se le premesse verranno completamente rispettate, durante l’amministrazione Trump si potrebbe assistere ad una definitiva affermazione della Cina come potenza egemone del Pacifico, con conseguente onda d’urto sul palcoscenico geopolitico globale. Ma, per l’onore della cronaca, vi sono anche voci fuori dal coro che affermano l’esatto contrario: una presidenza di Trump potrebbe, grazie proprio alla sua natura neo-jacksoniana, spingere gli alleati storici (principalmente Korea e Giappone in Asia, e Francia UK e Germania in Europa) ad affermarsi come potenze geopolitiche globali, con conseguente aumento della potenza dell’alleanza, in modo da controbilanciare la crescente egemonia Cinese in Asia; inoltre il riavvicinamento tra USA e Russia potrebbe creare una sorta di accerchiamento del Dragone Cinese. Quale delle due visioni sarà effettivamente quella corretta, solo il tempo potrà dirlo.

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Messico, Cuba e Sudamerica  – Giacomo Bianchi

Prevedere e delineare la futura agenda politica del nuovo Presidente degli Stati Uniti nei confronti del Sudamerica può risultare complicato. Anche se dal giorno della sua elezione molte cose sono state chiarite, Trump continua a rimanere un vero e proprio enigma per la comunità internazionale, e soprattutto risulta difficile capire, dato che non ne ha quasi mai parlato, quali siano le sue reali intenzioni nei rapporti con gli Stati del Centro e Sud America.

Messico e Cuba sono le due eccezioni. Riguardo alla prima, Trump ha più volte manifestato la volontà di completare il muro anti-immigrazione tra i due Paesi a spese del Governo messicano, e soprattutto ha dichiarato di voler rivedere e modificare il Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord, al secolo NAFTA, un trattato a tre tra Stati Uniti, Messico e Canada in auge dal 1992. L’idea di Trump è quella di alzare i dazi ai prodotti messicani fino al 35%, con il rischio di procurare un danno incalcolabile all’economia messicana, la quale nel 2015 ha potuto beneficiare, grazie al Trattato, di un avanzo commerciale netto di quasi 50 milioni di dollari.

Su Cuba le idee del 45esimo presidente degli Stati Uniti sono invece confuse e contraddittorie. Dapprima ha dichiarato la positività degli accordi per il riavvicinamento con gli Stati Uniti, mentre inseguito ha lasciato trapelare l’idea di rivederli. Un altro punto estremamente delicato riguarda la possibile revisione del Cuban Adjustment Act, quella legge che permette ai cubani, non appena approdano negli Stati Uniti, di richiedere in modo legale la residenza permanente.

Premesso che Trump sia una delle personalità più lontane, per idee – valori – politiche, dai leader sudamericani, il suo attuale disinteresse nei confronti dell’America Latina potrebbe assumere tonalità abbastanza curiose, per non dire positive come ha detto anche il Presidente ecuadoregno Correa, nelle future relazioni con i Capi di Governo latinoamericani, che non stanno comunque attraversando il loro miglior momento. 

Trump ha sostanzialmente tre alternative, molto diverse l’una con l’altra. La prima, e già portata in auge da Bush padre, è quella di una politica di basso profilo, incentrata esclusivamente sulla difesa degli interessi economici della regione. Detta in maniera molto più semplice, cercare di mantenere dei rapporti di buon vicinato, prediligendo l’aspetto economico ed affaristico piuttosto che quello sociale e politico. La seconda alternativa, molto più adatta al Trump politico, come lo conosciamo per ora, è quella del cosiddetto “target occasionale”, ossia un’impostazione che provi ad occuparsi, back to back, dei problemi che potrebbero emergere nell’area, andando dunque a ribadire e sottolineare l’influenza e la potenza americana ogni volta che ce ne sarà bisogno, così come recitava la Dottrina Monroe del 1823. La terza politica è quella che ritengo più percorribile, almeno per il momento, e si riferisce al mantenimento dello status quo. È una strada già intrapresa da Barack Obama, e con questo non sto dicendo che sia stata positiva, ma che Trump dovrebbe comunque proseguire soprattutto per la sua non-conoscenza della regione e per non rischiare di tornare a politiche regionali completamente fallimentari.

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Africa – Tommaso Ceccarelli

La notte delle elezioni americane 2016 un uomo solo in tutto il continente africano attendeva il verdetto accanto ad un telefono, il numero già pronto per avviare la chiamata, quell’uomo sapeva più di chiunque altri che il proprio futuro politico e probabilmente anche la sua stessa vita stavano per essere determinate dalla volontà del popolo americano: il nome di quell’uomo è Abd al-Fattah al-Sisi, Presidente della Repubblica Egiziana.

Le elezioni americane sono state senza alcun dubbio uno shock per il mondo ma Donald Trump non rappresenterà necessariamente un elemento problematico nello scacchiere geopolitico. L’esempio del capo di stato egiziano descrive invece molto bene come il continente e l’ordine mondiale stesso attendessero nuovi segnali di stabilità e di mantenimento dello status quo. Là dove Hillary Clinton avrebbe portato un vento di libertà, per altri quel vento avrebbe sussurrato parole di disordine ed incertezza: il sentimento più forte e più antico dell’animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell’ignoto.

Le relazioni internazionali sono caratterizzate da una subordinazione della ragione assoluta alla anarchia del diritto e sebbene il Presidente uscente Obama avesse senza dubbio voluto dare voce ad un certo modo di intendere la società, questa formula era stata ogni volta contaminata dalla rigidità delle sue convinzioni. Quando ad esempio nel 2009 si presentò davanti agli studenti della università egiziana di Al-Azhar, egli apostrofò l’operato degli Stati Uniti con la frase “We know we are right” scatenando immediatamente una serie di attacchi a cittadini statunitensi da parte di Al-Qaeda e Boko Haram. Il senso delle sue affermazioni, sebbene condivise da molti, non teneva quindi conto di realtà complicate e frammentate del continente africano da sempre teatro non sono di conflitti ideologici e religiosi ma anche di divisioni tribali che ancora permeano la popolazione e la sua classe dirigente.

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L’inizio dell’era Trump è attesa dal mondo come l’uscita di un nuovo capitolo di una saga cinematografica; Il partnerariato occidentale fino ad ora è stato percepito da parte delle popolazioni africane come sinonimo di corruzione e sfruttamento, là dove invece Donald Trump ha già annunciato un ritiro degli Stati Uniti dal ruolo di “Guardiano del mondo”. La sua politica non propone più di rimescolare le carte nei tavoli dei dittatori e non vi sarà più alcun “New Beginning” per gli africani, nessuna ideologia che vincoli le proprie scelte bensì pura politica di interessi e di convenienza, una prospettiva che potrebbe sanare in parte la reputazione degli Stati Uniti nella logica di un continente così diviso e variegato quale è l’Africa.

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