“Awaken, My Love!” di Childish Gambino: tra black music e impegno sociale

Dev’essere stato un anno strano il 2016, almeno negli Stati Uniti. Da una parte gli omicidi della polizia, la crescita del movimento “Black Lives Matter”, le proteste in piazza, Donald Trump. Dall’altra, la montante fascinazione per molti aspetti della black culture, che si è tradotta in un aumento della portata del contributo afroamericano su tutti i canali di diffusione culturale. In un anno abbiamo assistito al trionfale debutto su Netflix di The Get Down, serie ideata da Baz Luhrmann sulla nascita della scena hip hop nella Manhattan di fine anni ’70; ma anche dall’uscita, a pochi mesi di distanza, dai dischi – splendidi – di due nomi storici del mondo jazz-rap, De La Soul e A Tribe Called Quest, in un ambiente musicale sempre più pervaso dalla musica di Drake, 50 Cent e Kanye West. Basti pensare che la classifica di fine anno di Pitchfork annovera tra i cinquanta migliori album del 2016 ben diciotto dischi rap, hip hop e soul, sei dei quali siedono fieri nella top ten.

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Childish Gambino

È in questo panorama bendisposto che si inserisce Childish Gambino. Sotto lo pseudonimo creato con un generatore automatico di nomi rap dei Wu-Tang Clan si cela Donald Glover, losangelino classe 1983 dotato di un approccio poligamico all’espressione artistica. Noto ai più come Troy Barnes della serie Community (#sixseasonsandamovie), Glover si è cimentato anche nella sceneggiatura: dal 2006 al 2009 scrive per lo show NBC “30 Rock” ed è tra i creatori di Atlanta, serie attualmente in onda su FX che lo vede anche tra i protagonisti.

La sua carriera musicale inizia nel 2011 quando, dopo una serie di EP e mixtape, il suo primo album Camp vede la luce nel catalogo dell’etichetta di NY Glassnote Records, seguito poi nel 2013 da Because the Internet. Queste sue prime produzioni sono progressivamente sempre più valide e si fanno notare per l’ambiziosità del progetto: alcuni si sono spinti fino a considerare il secondo disco come unaprogetto multi-piattaforma, la cui fruizione richiede l’utilizzo di più media contemporaneamente e passa tramite l’ascolto, ma anche la lettura e la visione di materiale filmato. Da un punto di vista strettamente musicale, però, Camp e Because the Internet non brillavano per qualità e godibilità. Il cantato, seppure in continuo miglioramento, era ancora acerbo e poco convincente, e anche la composizione di per sé lasciava un po’ a desiderare.

Con Awaken, My Love!, invece, assistiamo probabilmente a quella che è la piena maturazione artistica di Glover come Childish Gambino. La voce si trasforma, con un piccolo aiuto da parte dell’effettistica, e trova una sua dimensione personale, inconfondibile, tra strozzato e falsetto. Le chitarre e l’elettronica si fondono in un utilizzo perfettamente omogeneo, senza mai stonare, e concorrono con morbidezza al risultato finale. Echi soul e tracce del funk più caldo sporcano un disco che non si esaurisce in un hip hop categorico, ma gioca tra le categorie.

L’album si apre con Me and Your Mama, una dichiarazione d’amore alla mamma di qualcuno il cui testo ci dà poche altre informazioni a parte il fatto che fumare potenzia gli amorosi sensi del Gambino. Quella che però era partita come una nenia sommessa intorno ai 2 minuti prende improvvisamente una piega diversa, trasformandosi in un muro di cori e chitarre fuzzate che fanno inarcare la schiena, a metà tra James Brown e i Tame Impala di Elephant. Segue Have Some Love, un bel pezzo r’n’b pieno di buone intenzioni che però scompare dietro al successivo Boogieman, una cavalcata potente e piena di pentatoniche blues, e a Zombies, un pezzo nella migliore tradizione di D’Angelo ed Esperanza Spalding. Il groove lento e il calore del pezzo fanno quasi passare in secondo piano il testo, che parla con disprezzo degli zombie che ci mangiano vivi e lucrano su di noi. Il capitalismo? L’industria discografica? La lobby del tabacco? Non lo sappiamo. Possiamo solo augurarci che lo sappia lui.

Il riempitivo Riot scorre veloce e ci traghetta verso Redbone, traccia numero sei e vero pezzo forte del disco. La lunga introduzione, psichedelica quanto basta, ti culla nel falsetto di Glover e negli interventi saltellanti del sintetizzatore, finché non si ferma tutto e la linea di basso elettronico ci prende per mano facendoci entrare nell’ultimo panorama sonoro del pezzo. È una valle incantata, in cui i synth e le chitarre si rincorrono armonizzando sul riff principale. Redbone va ascoltata ad occhi chiusi e rigorosamente in cuffia, oppure alternativamente vista qui – piccola nota di colore: se vi state chiedendo perché quel tizio, che tiene il palco come un ibrido tra Freddie Mercury e Aretha Franklin, insista a portare un baffo che evidentemente non gli dona, è perché Glover farà la parte di Lando Calrissian nel prossimo spin-off di Star Wars.

Penso invece che i pantaloni siano farina del suo sacco.

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Childish Gambino a The Tonight Show Starring Jimmy Fallon – fonte: Twitter

Come spesso succede in questo disco, la traccia successiva lascia spiazzati. California è un brano dal sapore vagamente hawaiiano, coscientemente sciocco e leggero, con un cantato particolarissimo e molto interpretato. E di nuovo la fine del brano, bruschissima, coglie di sorpresa e ci lascia impreparati ad ascoltare Terrified, love song oscura tutta organi e “ti mangerò vivo”, tanto che alla fine non si è nemmeno sicuri se parli davvero d’amore, o piuttosto di cannibalismo.

La lunga Baby Boy, dedicata al figlio nato nel 2016, scorre facilmente sorretta da un basso sexy quanto basta. Anche The Night Me and Your Mama Met, strumentale e funkeggiante, scivola via piacevolmente, e ci porta all’ultima traccia, Stand Tall. Questo pezzo di sei minuti chiude il disco con un’esortazione a credere in se stessi e a non lasciare andare i propri sogni, inscrivendosi così in un filone genericamente motivazionale che percorre tutto Awaken, My Love! e più in generale tutta la produzione di Gambino. Il suo lavoro è stato spesso definito come ispirato alla cosiddetta “wokeness”, termine slang di origine statunitense che indica una cittadinanza attiva, un’attenzione alle tematiche sociali – soprattutto razziali e di genere – e un desiderio di informazione e di comprensione delle dinamiche del mondo contemporaneo.

La fine di Stand tall ci lascia con l’impressione di aver ascoltato un bel compendio di black music. Jazz, soul, hip hop, r’n’b, blues e tutti i possibili incroci tra questi generi hanno un eco in Awaken, my love!. La parte puramente testuale appare ancora un po’ debole (almeno rispetto a standard non prettamente rap), improntata com’è a un generalismo poco efficace che a volte impedisce anche solo di capire di cosa parli la canzone. Ma il disco è ben scritto, ben arrangiato e ben suonato, e possiede quel certo carattere di sugosità che ti lascia con le orecchie soddisfatte e la voglia di mangiare qualcosa di dolce per concludere il pasto.

Giovanni Ruggeri

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