Red Bull e la conquista del calcio mondiale

Ottobre. La sera è già scesa sulla campagna sassone. Dopo tre giorni, finalmente è silenzio. Gli spari, le grida, i nitriti lamentosi e le esplosioni hanno lasciato spazio alla voce sommessa dei morenti, che esalano l’ultimo respiro prima della morte. Centomila uomini giacciono sul terreno, le loro uniformi macchiate di sangue, i bottoni prima lucenti ora infangati, i fucili spezzati. Napoleone ha perso, i Francesi sono costretti alla ritirata. Lipsia è piena di soldati russi, prussiani, austriaci e svedesi in festa, che bevono per la vittoria e brindano ai caduti. Duecentotre anni dopo, la città esulta. Il RasenBallsport Lipsia ha appena battuto il Wolfsburg, avvicinandosi alla testa della Bundesliga, da neopromossa. Ed anche in questo caso esultano sì cittadini tedeschi, ma anche austriaci, brasiliani, ghanesi e statunitensi. Perché dietro il successo del Lipsia c’è una multinazionale dello sport, che vuole trasformare il calcio: questa è la storia della Red Bull.

Fussball - Praesentation Red Bull Salzburg
Dietrich Mateschitz

La nostra storia comincia nel 2005, quando Dietrich Mateschitz, fondatore, ideatore e proprietario di una delle più grandi e redditizie aziende del mondo decide che non ne può più di essere un ricco industriale, capace di assuefare le menti e i corpi di giovani in tutta Europa con caffeina e taurina. Vuole di più. Lo sport è la nuova meta, prima che qualsiasi cosa diventi la meta (Felix Baumgartner). Ma perché limitarsi a sponsorizzare? Già tanti, tutti, lo fanno, e alla fine i risultati veri sono sempre della squadra sponsorizzata, mai del promotore, che si limita ad appiccicare qua e la il proprio marchio. No, lui vuole salire sul podio, essere primo, vincere. Provare quello che provano i vincitori, o anche di più. La consapevolezza che senza di lui (e dei suoi soldi) quella vittoria non ci sarebbe stata.

E così fonda di sana pianta una scuderia di Formula Uno, il Red Bull Racing Team, comprando il titolo della Jaguar per un euro. Ma ben presto si rende conto che è limitante avere solo due piloti più i collaudatori, comprando il pilota sbagliato si rischia di mandare a monte l’intera preparazione. Serve un banco di prova, parallelo però, in modo che non comprometta la prima squadra. Nel 2006, nasce la Scuderia Toro Rosso, con sede in Italia, con il precipuo obiettivo di selezionare piloti esordienti, emergenti o da valorizzare, testarli ed eventualmente promuoverli in “prima squadra”.

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Illuminazione. E se la stessa cosa venisse applicata al calcio? Obiezione, vostro onore. Una cosa del genere esiste già, sono le affiliazioni o le squadre primavera, hanno proprio lo scopo di pescare i talenti altrove e farli giocare con la maglia della prima squadra. Obiezione respinta. Si è già capito come la Red Bull preferisca avere il controllo dell’intera filiera di produzione talenti, quindi è impossibile affidarsi ad altri.

Al caso del magnate austriaco, compare nella nostra storia l’Austria Salisburgo. Squadra dal passato illustre, ma in quel momento, il 2005, il Salisburgo naviga in acque travagliate. È stato più volte costretto a cambiare nome sociale per avere uno sponsor, Casino Salisburgo, Wustenrot Salisburgo, eccetera eccetera. Ma poi arriva Mateschitz, e come abbiamo detto non gli piace tanto la libertà altrui.

Lo stemma storico viene sostituito dal logo della Red Bull, i colori sociali vengono trasformati dal viola al bianco rosso e la nuova proprietà nega la storia dell’Austria Salisburgo, sostanzialmente rifondando la squadra dalla radice. Nasce il Red Bull Salisburgo.

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Nuovo logo VS vecchio logo

Nessun carosello per le strade, nessuna nuova bandiera appesa alla finestra, anzi. Le proteste si fanno sentire eccome, ma come capita sempre, le proteste non servono assolutamente a nulla. Il Red Bull Salzburg resta, ed i tifosi non possono far altro che fondare una squadra parallela, il nuovo Austria Salisburgo, che però per mancanza di fondi galleggia tra la Serie B ed i campionati semiprofessionistici. Intanto i tori rossi galoppano, e le fragili leggi sportive austriache non possono porre freno. Perché poco dopo la Red Bull compra il titolo sportivo dell’Anif, trasformandola nell’FC Liefering, spostandone la sede a Salisburgo, rimodellandola sull’impronta della squadra madre. Diventa la squadra B, con una novità: avendo comprato il titolo sportivo di una società già esistente, può pure giocare nello stesso campionato del Salisburgo. Ma alla dirigenza questo non interessa, il Liefering deve fungere da porto sicuro per i talenti in arrivo.

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Già, ma in arrivo da dove?

La Red Bull ha creato due veri e propri vivai in Africa ed in Brasile, precisamente a Sogakope e a Campinas, per scovare talenti in tutto il continente, crescerli e forgiarli in nome della Taurina e poi importarli in Europa, dove vengono testati nel Liefering, ed in America del Nord. Intanto infatti la Red Bull ha comprato anche il titolo sportivo dei New Jersey Metrostars, trasformandoli nei New York Red Bulls.

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Il cerchio è completo. In ogni parte del mondo, ci sono bambini che bevendo Red Bull entrano in una Red Bull Arena, con indosso una maglia biancorossa della Red Bull tifando per i giocatori dei Red Bull. Siamo nel sogno sconcio di Mateschitz, un sogno da 5mila miliardi di fatturato.

Un esempio per capire quanto forte sia la rete Red Bull sul globo terracqueo. Felipe Pires, ala sinistra brasiliana classe 1995. Cresce con la maglia biancorossa del Red Bull Brasil, e a gennaio viene comprato dal RB Lipsia. Breve sosta, ed approda al Liefering. Altri sei mesi ed ecco il Red Bull Salisburgo. Da lì viene comprato dall’Hoffenheim in Germania, e cambia maglia per la prima volta in carriera nonostante i tre trasferimenti precedenti.

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Pires ci permette di parlare dell’ultimo tassello del grande progetto Red Bull di dominare il mondo (del calcio), ed il primo tassello di questa lunga storia. Il Lipsia. Ragioniamo insieme. Il giovane giocatore arriva in Europa, ha un potenziale piuttosto interessante, mandarlo a New York significherebbe sprecarlo. Il vertice del calcio Red Bull è Salisburgo, che milita in un campionato tutt’altro che di vertice e non riesce mai a superare i playoff di Champions League. È un vertice un po’ troppo basso per le ambizioni eccitate dal mix frizzante di caffeina e taurina. Ma ad una manciata di chilometri c’è il campionato più economicamente interessante dell’Europa continentale (no, non è l’Italia, anche se entrerà nella nostra storia tra poco): la Bundesliga. Comprare una squadra di A è improponibile, troppo costoso e nessuno accetterebbe di buon grado l’arrivo di una multinazionale. Meglio cercare più in basso. Ed ecco spuntare il profilo di Lipsia. Uno stadio da oltre quarantamila posti, inaugurato in tempo per vedere Iran – Angola e Francia – Corea del Sud ai Mondiali 2006 ed ora del tutto sprecato. Ci gioca il Sachsen Lipsia, passato interessante ma futuro incerto. Ed ecco bussare alla porta gli emissari Red Bull, pronti ad acquistare il pacchetto.

Ma questa volta la risposta è no. Cosa che non complica i piani della multinazionale austriaca, ma li rallenta. Sono costretti a comprare il titolo sportivo dal Markranstadt, periferia di Lipsia, quinta divisione. Ma versano nelle casse del neonato club un quantitativo di denaro inenarrabile ed inarrivabile persino per alcune squadre di Bundes, promettendo cento milioni in dieci anni. Nasce così il Red Bull Lipsia. O meglio, nascerebbe, perchè le autorità tedesche non ci vanno tanto per il sottile. Niente logo della società in quello della squadra, e soprattutto niente nome.

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Completamente differente.

La Red Bull però non sarebbe quello che è se non riuscisse ad aggirare le regole, senza beninteso infrangerle. Nel logo sparisce il sole, sostituito da un più neutro pallone da calcio, incornato da due tori rossi in carica. Mentre il nome diventa RB Lipsia, dove RB sta per RasenBallsport, ovvero sport con la palla a terra, ma unite le innocenti lettere al marchio ed avrete il mix perfetto, pronto da versare in lattina. Ulteriore proroga legale. In Germania la maggioranza delle azioni, quindi almeno il 51% della società, deve essere di azionariato popolare. Insomma, i tifosi comprano una, due, dieci azioni, e diventano mini azionisti della loro squadra. Il singolo può averne massimo il 49%, in modo che se tutti gli altri si coalizzano, quell’uno non ha potere. Il Lipsia in teoria è in regola, la Red Bull controlla solo il 49%. Ma il resto è in mano a galoppini. Ha infatti aumentato la quota necessaria per entrare nell’azionariato fino a ottocento euro annui, riservandosi per di più il diritto di negare la richiesta senza specificarne le motivazioni. Sono stati così accettati solo i profili più consoni e meno pericolosi.

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“A Lipsia sta morendo la cultura del Calcio”

La scalata è rapida ed indolore, tanto che nel maggio del 2016 il RasenBallsport Lipsia festeggia all’interno della Red Bull Arena la promozione in Bundesliga. Ed in Germania vengono convogliati i migliori talenti fino a quel momento sotto il sole ed i due leoni. Il primo e principale è probabilmente Naby Keita, tenuto sotto controllo da parte del Red Bull Ghana ma comprato dal Salisburgo ed infine passato al Lipsia. Poi Bernardo, nato e cresciuto nella filiale brasiliana, gli austriaci Sabitzer ed Ilsanker e l’ungherese Gulacsi, acquistato dal Salisburgo dopo il Liverpool ed arrivato lo scorso anno in Germania.

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Poi attenzione, non è che i soldi comprano tutto. Cioè, sì, comprano tutto, ma spesso è il tutto che non funziona come dovrebbe, rendendo vani i soldi. Tantissime squadre assemblate con una barca di soldi si sono arenate alla prima difficoltà. Il Lipsia, per il momento, no. Da neopromossa sta combattendo per il titolo contro il Bayern Monaco.

Ecco che la vetta della montagna Red Bull rischia con un movimento tellurico disastroso di innalzarsi ulteriormente. Ma ecco apparire un altro ostacolo. Il Fair Play finanziario. Già, perchè non esiste che il Lipsia rispetti il regolamento economico. Anche qui però si trova il modo di aggirarlo, modo peraltro già in uso in molte altre situazioni in tutta Europa. Il giocatore viene comprato da una società, che lo tessera e ne paga il contratto, e poi lo gira in prestito gratuito alla squadra sottoposta al Fair Play. In questo modo il giocatore pesa zero sul bilancio. È la stessa strategia che, ad esempio, viene correntemente usata nelle multiproprietà, come tra Salernitana e Lazio di Lotito o Watford, Udinese e fino a qualche stagione fa il Granada dei Pozzo.

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Nell’ultima estate si sono sparse le voci di un interessamento di Mateschitz nei confronti proprio della società bianconera friulana, forse desiderosa di espandersi anche verso sud. L’alzata di scudi dei tifosi e delle autorità ha costretto i Pozzo a smentire categoricamente ogni trattativa, ma in realtà dalla Red Bull un no non è mai stato pronunciato.

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Siamo già pronti?

Ecco quindi che si apre un dubbio. E se la Red Bull volesse costruire una società satellite in ogni campionato d’Europa o del mondo? Chissà che non abbia già cominciato, portando al superamento del calcio nazionale come oggi lo conosciamo. Insomma, la Red Bull mira a rompere il calcio, e non esistono strumenti che possano fermarla.

Marco Pasquariello

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