Festival delle letterature migranti – Palermo. Casa, Altrove, narrazioni e impressioni

Dal 12 al 16 ottobre, nel centro storico di Palermo, si è svolta la 2^edizione del “Festival delle letterature migranti”. Il programma è stato molto denso, con interventi e ospiti degni di attenzione. Abbiamo pensato di riportare le nostre impressioni tramite il vero protagonista della manifestazione, ossia la parola. Partire da sensazioni, evocazioni e immaginari che soltanto la parola può rendere manifesti ed espliciti.

Casa ed empatia – La volontà di categorizzare un genere letterario come “migrante” risulta spesso forzato, oltre che sterile. La parola scritta o pronunciata nasce di per sé mobile, viaggia tra contesti storici, prestiti, lingue e parlati differenti. A causa di ciò, la parola stenta a essere ingabbiata all’interno di definizioni e nozioni di genere. La parola è intesa in un viaggio perenne, tra identità personale e alterità, tra io e collettività nazionale. L’unico luogo in cui sentirsi a casa, in cui dimorare, è il viaggio perenne: un esilio, una costante erranza tra una lingua e un’altra. Ecco perché ci si è concentrati, con lo scrittore di origine senegalese Pap Khouma, sull’immaginario che si crea tra scrittore e lettore, puntato tutto ad ottenere l’empatia, la vera mediazione. Quello che si vuole fuggire è il mercato editoriale: «molti prodotti di autori “migranti” sono stati sfruttati dall’editoria fino al ’94-’95, dopo non sono più stati di moda. Io faccio il libraio e conosco i ritmi del mercato: dopo una settimana degli attentati dell’11 settembre, ad esempio, avevo in libreria già diversi libri pubblicati e pronti per essere venduti. Ecco perché è nato un progetto come El Ghibli (una rivista della migrazione che fornisce un dialogo costante fra gli scrittori migranti, ndr)», occasione d’incontro e scambio della letteratura migrante in Italia e non solo.

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Il nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura 1986, legge alcune poesie all’evento “Terra promessa”

Altrove – Nell’incontro “Abbandonare una lingua” i veri protagonisti sono stati i Balcani. Le scrittrici Ornela Vorpsi ed Elvira Mujcic, hanno discusso dell’immaginario evocato dai loro romanzi. Il contesto letterario delle due autrici è stato fortemente condizionato dalla dissoluzione jugoslava e dalla fine del sogno socialista di Tito, in cui convivevano multireligiosità e multilinguismo. Il punto in comune è quello che nei romanzi non c’è, ossia un luogo cui si rimanda, un luogo indefinito, agognato o nostalgicamente rievocato tra le righe. L’altrove è un luogo attorno al quale si creano aspettative, sia esso Paese d’origine (Balcani) o Paese d’arrivo (Italia). La lingua italiana si condenserebbe attorno alla parola nostalgia, ma il sentimento espresso dalle autrici balcaniche è diverso: esprime una forma di nostalgia forse più vicina alla saudade brasiliana, ossia il sentire la mancanza di un luogo che non esiste, che sfugge continuamente, sia esso forma di ideale politico o ideale sociale: «la Jugoslavia non si amava in maniera retorica, ma si era socialisti già fra i banchi di classe a 6 anni» (Mujcic). A tal proposito tornano familiari le parole di Abdulah Sidran, scrittore di Sarajevo che ad un Festival di letteratura organizzato in Ticino anni fa rispose così a una domanda dal pubblico: «Scusi signor Sidran. Volevo chiederle, con tutto quello che abbiamo letto e sentito in questi giorni da lei e dagli altri scrittori: ma lei, oggi, che speranze ha?». Allora Sidran ha risposto: «Signora, io sono stato parte di un progetto collettivo. Era vastissimo, andava dalla steppa all’oceano. Ed è fallito. Io, oggi, non ho nessuna speranza»*. Ecco che un personaggio della Mujcic in Dieci prugne ai fascisti avverte: «tira fuori i Balcani che sono in te», così come la Vorpsi ha ribattuto dicendo che «i Balcani sono una terra senza misura, non c’è moderazione. Ai Balcani la ragione sfugge, siamo sempre stati epici e iperbolici. Basta guardare i film di Emir Kusturica».

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Le scrittrici Elvira Mujcic e Ornela Vorpsi dialogano con Gabriella Grasso all’incontro “Abbandonare una lingua”

Narrazione e fattore umano – Qual è il compito di chi racconta i fenomeni migratori alla base della scrittura d’invenzione? Al Festival è stato possibile dibattere anche sulle forme di narrazione che comunicano i fatti al mondo. Si è parlato di giornalismo. A partire dalla Guerra del Golfo è cambiato il modo di interagire dello spettatore con l’evento bellico che, a partire da quell’occasione, è stato ripreso e documentato quotidianamente con immagini e riprese dal vivo. In questo modo è avvenuta una moltiplicazione dei conflitti, oltre che una banalizzazione delle vicende belliche raccontate: «L’informazione è divenuta qualcosa di liquido oggi, che riduce il tempo dell’approfondimento e non permette di raccontare le storie nei dettagli» – hanno concordato i giornalisti Francesco Viviano e Filippo Landi all’incontro “Narrare il presente”, dove la reporter israeliana Rachel Shabi ha riportato l’esempio della situazione in Medio Oriente: «esempio di mancanza di informazione sia in Siria che in Iraq». Quello che ne viene fuori è un calderone indefinito delle parti coinvolte nel conflitto e una narrazione altrettanto confusa. L’informazione, in questo modo, è fragile di fronte alle ingerenze politiche: basti pensare al report anglosassone sulla guerra in Iraq che ha coinvolto Bush e Blair o, per rimanere in Italia, alle mistificazioni operate da parte della stampa riguardo agli sbarchi sulle coste italiane. Landi ha parlato di «informazione pilotata», di «immagini fornite dalle forze dell’ordine». Quale la soluzione allora? Recuperare il fattore umano, il coinvolgimento diretto del reporter sul luogo dei fatti: vivere tutti con «Same conclusions and same frustrations», analizzate tramite la notizia raccolta sul posto e il ripensamento del ruolo dell’informazione digitale.

* l’aneddoto è stato rievocato dal poeta italo-svizzero Fabio Pusterla intervenuto all’Università di Bologna nel 2014.

 

Daniele Barresi

@DanieleBarresi2

 

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