Territori Palestinesi Occupati, tra violazioni e promesse

Spesso sentiamo parlare di OPT (Territori Palestinesi Occupati) ed Israele e, il 90% delle volte, ne sentiamo parlare proprio per le forti violazioni dei diritti umani, politici e civili nei territori della West Bank e di Gaza. Come è stato notato da molte associazioni per la difesa dei diritti umani e, in particolare, da osservatori dei diritti umani in Palestina e nei territori occupati – tra i quali Al Haq, Palestinian Center for Human Rights e Maan News Agencyle violazioni non sono affatto eventi sporadici, ma azioni perpetuate a discapito degli abitanti dei territori.

Quello che bisogna ricordare, quando si tratta di riscontri internazionali di una tematica come questa, è la prudenza. Lo Stato di Israele gioca un forte ruolo come alleato degli Stati Uniti nell’area Medio Orientale e prevedere come effettivamente ci si possa muovere a riguardo è complesso.

Così come, spesso, le scelte dei singoli stati a riguardo sembrano incoerenti. Ad esempio, sebbene Obama abbia recentemente parlato duramente al funerale di Shimon Peres, ricordando il diritto del popolo palestinese all’indipendenza e ad essere libero dallo “schiavismo” esercitato dal popolo ebraico, al contempo la stessa amministrazione Obama ha recentemente annunciato un prestito di 38 miliardi di dollari in aiuti militari ad Israele. Allo stesso modo, il governo olandese è da molti anni impegnato sul tema della tutela dei diritti nei OPT, ma recentemente il ministro olandese per gli affari sociali, Lodewijk Asscher, ha esteso il supporto pensionistico anche ai coloni dei territori occupati con cittadinanza olandese, nonostante gli accordi fossero stati presi solo con Israele.

Nonostante queste ambiguità, ci sono centinaia e centinaia di comunicati e dichiarazioni che condannano, ad esempio, le policies di espansione dei coloni negli OPT. Il problema reale è che questi documenti, ed in particolare le risoluzioni votate dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, hanno valore di raccomandazioni e per questo non risultano pienamente vincolanti per Israele o per i vari stati appartenenti all’ONU.

Le ambiguità, comunque, rimangono.

Da un lato le cose non stanno funzionando bene. Anzi, non stanno funzionando affatto.

Lo scorso gennaio, il relatore speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori occupati, Makarim Wibisono, si è dimesso a causa dell’impossibilità di attuare in modo efficace i compiti del suo mandato. Infatti, come per il suo predecessore, il governo israeliano gli ha ripetutamente vietato l’accesso ai territori occupati, dichiarandosi in disaccordo con il mandatore del relatore speciale in quanto “parziale e distorto”.

Ma come vanno le cose per l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA)? A quanto pare, la situazione all’interno dell’agenzia è molto tesa: nell’ultimo periodo sono stati molti i tagli ai fondi e i dipendenti, insieme ai sindacati, lamentano salari estremamente bassi ed un enorme numero di posizioni vacanti all’interno della struttura, necessarie per il buon funzionamento dei programmi di soccorso locali. Ci si chiede come, in una situazione del genere, sia possibile un reale sviluppo dei programmi di aiuto per i palestinesi nei territori occupati e per i rifugiati nei vicini paesi arabi se, nonostante il costante focus sulla questione degli aiuti umanitari, mancano le risorse umane ed economiche per un’azione reale.

lavoratori unwra

Lavoratori UNRWA protestano insieme ai sindacati

Nonostante la scarsità di risorse dell’agenzia UNRWA, la sua presenza sul territorio di Gaza ha sicuramente dato alcuni frutti e, come si può vedere dal documento pubblicato sul sito UNRWA, l’agenzia è cosciente delle problematiche locali e dei problemi di gestione.

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UNRWA

Cosa, invece, sta funzionando?

Qualche giorno fa, ai funerali di Shimon Peres, Abu Mazen ha stretto la mano al primo ministro israeliano Netanyahu. Sebbene questo possa sembrare un evento carico di speranza per una futura distensione, in realtà non sembra esserlo davvero. Solo pochi giorni prima, durante la sessione dell’Assemblea Generale ONU, il Presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva sottolineato la violazione dei diritti umani da parte di Israele ed il mancato riconoscimento dello Stato Palestinese (la Palestina ha ufficialmente riconosciuto lo Stato di Israele nel 1993), auspicando la fine delle attività di colonizzazione nei territori occupati come unica via per una pace futura e duratura.

“Come è possibile che chi cerca la pace possa perpetrare tali azioni? A tal proposito, riaffermiamo che non accetteremo mai la continuazione della situazione predominante. Non accetteremo mai l’umiliazione della dignità della nostra gente.”

Qualche ora dopo Netanyahu ha rifiutato completamente questa posizione, accusando il presidente palestinese di incitare il suo popolo, soprattutto i giovani, contro lo Stato di Israele e dando a supporto di questa tesi l’esistenza del servizio di leva obbligatoria per la maggior parte dei cittadini, finalizzato a “educare i nostri figli alla pace” e come necessario per la difesa di Israele. Il rivendicare il ruolo di un esercito come agente di educazione alla pace lascia certamente qualche dubbio sull’oggettività della visione del premier israeliano e sulla reale volontà di avviare un processo di pace. 

Tuttavia, nonostante l’acceso dibattito tra Abbas e Netanyahu, che lascia poche speranze per un cambiamento di rotta nelle politiche israeliane, qualcosa si muove nella società internazionale. In particolare, l’Unione Europea ha recentemente ribadito il supporto ad un processo di pacificazione tra le due fazioni, sostenendo la creazione di due stati separati ed implementando le due missioni europee finalizzate alla creazione di istituzioni palestinesi e al controllo del valico di Rafah (EUPOL COPPS e EU BAM Rafah). Ha inoltre condannato le plurime violazioni di diritto, sia umano che internazionale, compiute dallo Stato di Israele.

La FIDH (organizzazione per la tutela dei diritti umani che collabora con le maggiori istituzioni internazionali) nel corso del suo ultimo congresso ha decretato che farà pressioni affinché venga adottata una risoluzione internazionale per richiedere la fine dell’occupazione israeliana e la fine delle misure discriminatorie, tra cui il trasferimento di coloni israeliani nei territori ed il trasferimento forzato di palestinesi. La risoluzione richiede un intervento immediato della comunità internazionale attraverso sanzioni al fine di fermare le violazioni dei diritti umani e assicurare il benessere della popolazione palestinese.

Recentemente anche la Banca Mondiale si è interessata al caso palestinese, attraverso un report emesso lo scorso 14 settembre sulla situazione economica dei territori occupati. Secondo questo documento, una delle maggiori cause di sottosviluppo dell’economia nei OPT, che potrebbe non solo “avere effetto sulla capacità dell’Autorità Palestinese di erogare servizi ai propri cittadini, ma potrebbe anche portare a problemi economici maggiori e ad instabilità, è proprio la presenza delle restrizioni israeliane. Come soluzione, proposta dalla BM, per sanare il vuoto di investimenti e la limitata competitività del mercato palestinese, dovuta secondo l’ente alle politiche di Israele, è quella di donazioni e prestiti internazionali.

La vera domanda da porsi, appurato che tali violazioni sono reali e ripetute nel tempo, è quale soluzione sia applicabile e, soprattutto, da chi. È difficile trovare consenso sulle possibili soluzioni, ma credo sia difficile obbiettare che la responsabilità – della riuscita di un processo di pacificazione e, in particolare, della fine delle violazioni dei diritti umani – ricada sulla comunità internazionale in toto. Questo fatto è chiaramente condiviso a livello internazionale e per questo è un tema comune nelle agende dei governi.

Il problema centrale rimane come trovare una soluzione efficace. Escludendo azioni di natura militare, per ovvio buon senso e per inapplicabilità nel contesto attuale, credo rimangano due vie principali: sanzioni economiche per Israele e la continuazione della denuncia delle violazioni. Perché le sanzioni economiche? Queste potrebbero risultare una possibile soluzione dal momento che, sanzionando uno stato della comunità internazionale ed interrompendo parte dei rapporti commerciali con esso, la pressione sullo stato di Israele risulterebbe più reale e concreta. Ovviamente alcune misure ci sono già: la società civile continua con movimenti di boicottaggio verso i prodotti israeliani e le istituzioni, ad esempio l’Europa, invitano i paesi membri a ridurre i flussi di investimenti verso Israele. Apparentemente le sanzioni non stanno funzionando: la quota di investimenti esteri in Israele è aumentata, seppur di poco, nell’ultimo anno, mostrando le difficoltà della comunità internazionale nel vincolare i singoli stati.3Crescita della bilancia degli investimenti finanziari in Israele

Ed è in questa situazione che entrano in gioco i comunicati, i richiami e le risoluzioni delle organizzazioni internazionali: le relazioni internazionali, oltre che di puro materialismo e calcolo delle forze/risorse in gioco, si basano anche sulla percezione dell’alterità. Continuare le sanzioni e le dichiarazioni multilaterali di condanna allo status dei diritti umani negli OPT rafforzano l’idea di una società internazionale interconnessa e coesa sulla questione, generando una forte pressione su Israele. Pressione che, da qualche anno, arriva anche da gruppi interni di israeliani, come ad esempio il progetto “Breaking the Silence”, portato avanti da un gruppo di veterani dell’esercito israeliano per denunciare, attraverso le proprie testimonianze, le violazioni dei diritti perpetrate nei territori occupati.

Ora, non voglio assolutamente dire che lo status quo sia da accettare in questo momento, ma credo che un ampliamento e un rinnovamento delle sanzioni, delle condanne alle violazioni e dell’impegno della società civile possano essere positivi per un miglioramento delle condizioni dei palestinesi nei territori occupati. Quello che infondo serve, mi pare, è una società internazionale più attiva e più giusta.

Anna Nasser

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