Split Ep, Verdena/Iosonouncane (2016)

Arrivo colpevolmente in ritardo con questa recensione, lo so. Nell’epoca del lancio Ansa in tempo reale e delle dirette streaming su Facebook, pubblicare il 25 settembre la recensione di un disco uscito 23 giorni prima è come arrivare trafelati a cavallo sul campo di Waterloo quando il Bonaparte sta già a Sant’Elena da un pezzo, a rimirar le stelle giusto perché non c’è altro da fare.

Il fatto di avere un problema con le tempistiche, però, a volte si rivela utile. In questo caso, ad esempio, mi ha permesso di leggere tutte le recensioni scritte – con tempismo perfetto – dai miei ben più illustri colleghi sull’attesissimo split di Iosonouncane e Verdena. E mi ha permesso anche di notare come la maggior parte di queste recensioni abbia mancato, in qualche modo, il punto focale di quello che è stato uno degli eventi discografici italiani dell’anno (non me ne abbia a male Krano). Per cercare di rendere più interessante questa noiosissima recensione, però, ne parleremo solo alla fine dell’articolo.

iosonouncane-verdena-split

In primis bisogna dire che Split, come i quattro hanno immaginificamente intitolato l’album, è composto da soli quattro brani. I primi due, Tanca e Carne, sono tratti dal bellissimo DIE, ultima fatica di Incani, e rivisitati dal trio di bergamotti. Gli altri due, Diluvio e Identikit, sono specularmente presi rispettivamente da Endkadenz vol. I e II, firmati da Ferrari, Ferrari e Sammarelli (tanti ❤ per la Robbi) e rivisitati da Iosonouncane.

Il lavoro è stato portato avanti in maniera molto simile da entrambe le parti: sia Incani che i Verdena hanno sollevato di peso i due brani su cui volevano lavorare, li hanno scolati del liquido in eccesso e li hanno immersi nel proprio caratteristico sugo. In questo Split ep c’è poco spazio per rivisitazioni, stravolgimenti, colpi di testa. I brani, tutti e quattro, hanno la stessa struttura, la stessa melodia e le stesse dinamiche degli originali.

Eppure, in qualche modo, finiscono per suonare come se appartenessero intimamente tanto all’artista che li ha rielaborati quanto a quello che li ha scritti.

Così, al primo ascolto, Tanca spiazza perché non si capisce se sia la versione dei Verdena o una, diversa dal disco, di Iosonouncane. Così Ferrari Alberto assume un tono di voce nasale e distorto che è suo, e al tempo stesso ricorda così da vicino il timbro unico di Incani da smarrire per un attimo l’orecchio e il cervello insieme. E così, dall’altro lato, il sardo assume, per la prima volta, un cantato più sobrio e meno caratteristico che, in mezzo alle evoluzioni colorate dell’elettronica, finisce per ricordare quello del cantante bergamasco.

La fusione diventa completa – altro che Goku e Vegeta – quando si passa, al secondo ascolto, a far caso più da vicino agli arrangiamenti. Le chitarre dei Verdena, il basso distorto di Roberta, la batteria compressa e la voce saturata accolgono in un nido di noise le composizioni di Jacopo Incani, riuscendo a restituire le stesse vibrazioni con strumenti diversi.

E lo stesso succede per le strutture confuse e bellissime di Iosonouncane, che per quanto mi riguarda restano uno dei migliori esempi di “elettronica che non sembra tale” che abbia mai sentito. La fisicità, l’efficace concretezza dei suoi suoni avviluppano le creazioni del trio lombardo, facendole uscire dal computer come la ragazzina di The Ring. In particolare la cosa balza all’orecchio su Identikit, caso unico nello split di pezzo che viene effettivamente riarrangiato, anche se il raddoppio di minutaggio a cui lo costringe Iosonouncane riesce miracolosamente a non alterarne lo spirito e il mood. Questo nonostante un arrangiamento straordinariamente raffinato, in cui al crescendo della batteria e delle voci campionate si fa seguire un crollo delle dinamiche percussive quasi di scuola house.

*

Tutto questo è già stato lillipuzianamente esaminato da altri prima di me, dotati di ben maggiori capacità tecniche, scrittorie e divulgative. Quello di cui nessuno si è accorto (ok, QUASI nessuno… non tiriamocela troppo), o perlomeno quello a cui nessuno ha prestato attenzione, è il vero – secondo me – motivo che sottostà allo split tra Verdena e Iosonouncane. La ragione che ha spinto due pesi massimi della musica alternativa italiana a cimentarsi in questa piccola impresa è una sola: il perenne, bruciante desiderio di superarsi. È il fuoco che ti prende quando vedi l’asticella che si alza, è la voglia di andare a vedere cosa c’è oltre la collina che ha convinto i quattro a lanciarsi in quest’opera.

Perché i Verdena e Incani hanno entrambi una marcata attitudine sperimentale. Si pensi solo alla svolta a gomito che hanno preso i primi tra Requiem e WOW, o allo spiccato carattere faccio-quel-cazzo-che-voglio che ha sempre contraddistinto la musica del secondo.

Perché i Verdena e Incani, pur nella siderale distanza che li separa, condividono alcune caratteristiche di scrittura e sonorità, come la tendenza a sovrapporre strati e strati di suono, a creare paesaggi acustici splendidi e nebbiosi che affascinano e smarriscono l’ascoltatore. E quindi, volendo sperimentare qualcosa di nuovo, hanno usato queste affinità come un ponte tra i mondi, una precaria passerella che li ha portati a respirare nuove atmosfere che – chissà – forse un giorno scavalcheranno gli anni luce di spazio gelido che li separano, entrando a far parte anche dei rispettivi pianeti di origine.

Giovanni Ruggeri

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